Properzia De’ Rossi: la “scultora” disobbediente

19 gennaio 2025 - Nicoletta Torri

Non ricordo quale sia stato esattamente il momento in cui la figura di Properzia De’ Rossi si sia palesata nella mia costante, lunga e faticosa ricerca delle donne nell’arte.

Ho iniziato questo cammino nel lontano 2020 sapendo che più andavo avanti nella ricerca, più avrei scovato un sommerso enorme difficile anche da delineare. Infatti, quando si parla di storia dell’arte, i campi da prendere in considerazione sono molteplici e io mi sono sempre e solo concentrata sulla pittura, perchè era quella che mi attirava maggiormente.

Poi, nel 2021, dovetti preparare la mia prima conferenza davanti a un pubblico e iniziai a cercare artiste che potessero rappresentare un esempio di riscatto nel settore. Come abbiamo detto tante volte, le donne sono sempre state tenute lontane e ostacolate in quest’ambito. In mezzo al caos di fogli, articoli e libri sfogliati di fretta – perché sì, io sono così, sempre caotica – mi è balenata in mente una domanda: “E la scultura?”

La scultura: un mondo dominato dagli uomini

Ci viene raccontato ed insegnato che il mondo della scultura è sempre stato un settore esclusivo dell’uomo. Infatti, se banalmente si cerca su Google “scultura”, il primo risultato è la pagina di Wikipedia con allegate tre opere, due eseguite da Michelangelo Buonarroti – La Pietà e il Mosè – e la Nike di Samotracia, scultura greca con attribuzione incerta a Pitocrito. 

Michelangelo, Mosè, 1513-1516, Roma, San Pietro in Vincoli.
Pitocrito (attribuita), Nike di Samotracia, inizio del II sec. a.C., Parigi, Musée du Louvre.

Se ci addentriamo maggiormente nella sezione “immagini” i risultati proposti dal motore di ricerca sono opere eseguite solamente da uomini – perlopiù bianchi e occidentali: Giuseppe Sanmartino, Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e altri artisti antichi e contemporanei. Delle donne, nessuna traccia.

In quel momento, però, è emersa tra le mie ricerche lei, considerata ancora oggi la prima scultrice donna di cui si abbia conoscenza in Europa. Quando studiavo a Bologna, la mia docente di storia dell’arte moderna Irene Graziani le aveva dedicato un libro, scritto insieme a Vera Fortunati. Stiamo parlando di Properzia De’ Rossi, la scultrice che mi piace immaginare ribelle.

Ritratto di Properzia de’ Rossi, nell’edizione del 1769/75 delle Serie degli uomini i più illustri nella pittura, scultura, e architettura.

La “femmina scultora” di Bologna

Properzia de’ Rossi nasce a Bologna nel 1490 circa. I suoi storiografi principali – Gualandi e Mazzoni Toselli – non sono certi della veridicità di questa data. D’altra parte, per la maggior parte delle donne di cui raccontiamo la storia, facciamo molta fatica a ricostruire le diverse tappe che hanno caratterizzato la loro vita, proprio perché le fonti sono poche o non ci sono proprio.

Sappiamo però, da un atto di compravendita del 1516, che la giovane Properzia, proprietaria di alcuni terreni, risulta “maggiore di venticinque anni”.

Non possiamo non citare la fonte più importante che ci delinea chiaramente, nella sua opera mastodontica Le Vite, il profilo della femmina scultora: stiamo infatti parlando di Giorgio Vasari che rimase colpito, una volta giunto a Bologna, dalla giovane virtuosa che tanto si distinse nella città in un’arte, quella della scultura, che più della pittura, è appannaggio del mondo maschile.

Così scrive Vasari:

“Né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose mecaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece ne’ nostri dì Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienze che non che le donne, ma tutti gli uomini gl’ebbero invidia. Costei fu del corpo bellissima e sonò e cantò ne’ suoi tempi meglio che femmina della sua città.”

Lo storico aretino ci descrive una donna di grande fascino – ovviamente, perché non potevi essere considerata brava se non eri anche bella – ma, soprattutto, emerge subito il carattere ribelle e controcorrente di un’artista che scelse di vivere della propria arte, mettendo in discussione tutte quelle regole che impedivano a una donna di avvicinarsi a certi ambiti, figuriamoci alla scultura.

Su questo passaggio, cito le parole della professoressa Vera Fortunati che, insieme alla sua collega Irene Graziani, hanno scritto una biografia di riferimento per De’ Rossi, ovvero Properzia de’ Rossi, una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V :

La lotta per l’indipendenza e il riconoscimento

Abbiamo di fronte una scultrice che lottò per tutta la sua vita per essere indipendente e riconosciuta per il suo valore professionale, nonostante le malelingue e l’invidia che cercarono di affossarla.

Facendo un piccolo passo indietro, dobbiamo dire che, per quanto riguarda i suoi studi, non sappiamo esattamente come abbia scelto la scultura. 

Sappiamo solo che era figlia di un notaio – quindi non figlia d’arte, come in altri casi – e che concluse gli ultimi anni della sua formazione con l’incisore Marcantonio Raimondi. Grazie al suo talento, approdò poi nell’esclusiva cerchia del medaglista Raibolini, detto il Francia, che per anni attrasse i migliori artisti gravitanti nella “città dotta”.

Marcantonio Raimondi, Italian engraver, 19th century. Portrait of Raimondi (c1480-c1534). The Print Collector/Heritage Images.
Ritratto di Francesco Francia, nell’edizione del 1769/75 delle Serie degli uomini i più illustri nella pittura, scultura, e architettura.

La sua vera vocazione emerse quando iniziò a lavorare nel cantiere della basilica di San Petronio di Bologna, tra il 1525 e il 1526.

Il cantiere di San Petronio e l’invidia dei colleghi

Dobbiamo immaginare il cantiere di questa chiesa monumentale, simbolo di Bologna, come una fornace a cielo aperto, dove il rumore degli scalpelli, la polvere del marmo e il vociare degli artisti erano frastornanti. 

Immaginiamo poi solo uomini, giovani e anziani, intenti a coordinare i lavori e a eseguire le opere. E immaginiamo infine una donna farsi largo in mezzo a tutto questo. Unica e sola, soprattutto. Con gli occhi di tutti perennemente puntati su di lei. Essere una donna, per di più scultrice in un ambiente esclusivamente maschile, non era solo raro: non era affatto ben visto.

Properzia non era solo bella, ma anche incredibilmente brava. Così brava da guadagnarsi un incarico tra i più importanti e prestigiosi della sua carriera artistica, che la rese celebre in tutta Bologna. Tuttavia, chi parlava di lei non lo faceva per elogiare il suo talento, poiché l’invidia fu il sentimento dominante tra i suoi colleghi. 

Da una parte, troviamo la registrazione di pagamenti ad altri artisti del cantiere che lavoravano per lei, a conferma di una certa collaborazione. Dall’altra, però, Properzia De’ Rossi venne relegata ed emarginata.

La sua vita personale, inoltre, fu segnata da relazioni tumultuose e controversie legali: nel 1520 fu processata per una relazione con Anton Galeazzo Malvasia, mentre nel 1525 fu coinvolta in un’aggressione contro un pittore, episodio legato all’invidia di Amico Aspertini, che cercò di screditarla coinvolgendola in una lite con il suo amante. 

Vasari contribuì a perpetuare un’immagine controversa di Properzia, descrivendola come un’artista passionale e insinuando che il suo talento fosse giustificabile solo attraverso una relazione sentimentale non corrisposta, piuttosto che per le sue reali capacità artistiche. 

Questi episodi non solo mettono in evidenza il clima ostile e le difficoltà che dovette affrontare, ma contribuiscono anche a delineare l’immagine di una donna forte, intraprendente e determinata, che cercò di scardinare le rigide convenzioni sociali del suo tempo.

La rivalsa di Saffira

Una delle opere più significative di Properzia De’ Rossi, eseguita per la facciata ovest della basilica di San Petronio, è la formella raffigurante Giuseppe e la moglie di Putifarre, in cui l’artista dona una rappresentazione inedita a Saffira, la moglie senza nome.


Properzia de’ Rossi, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1525-26, Museo diocesano di San Petronio, Bologna.

In quest’opera, Saffira emerge come una figura dotata di un potere quasi superiore a quello degli uomini, ma che tuttavia viene macchiata dall’accusa di aver tentato e poi calunniato Giuseppe. La sua condanna finale è simbolica: l’essere cancellata dalla storia.

Questo personaggio permette di individuare un forte parallelismo con la stessa De’ Rossi: entrambe incarnano la trasgressione. Saffira, con il suo ruolo di seduttrice e calunniatrice, e Properzia, come donna scultrice in un mondo dominato dagli uomini. 

La formella, inoltre, offre una rappresentazione del corpo femminile intrisa di un erotismo innovativo per l’epoca. Saffira, posta al centro della scena, sfoggia un’androginia che richiama il modello michelangiolesco, ma ciò che rende l’opera rivoluzionaria è lo sguardo che vi si percepisce: non più maschile e oggettivante, ma uno sguardo femminile, da donna a donna. Questo punto di vista è un simbolo potente di autodeterminazione, sia affettiva che sentimentale e sessuale.

Saffira, dettaglio.

Saffira si erge come un esempio di femme forte, in linea con altre artiste come Artemisia Gentileschi e Elisabetta Sirani. Queste figure si riprendono il proprio sguardo e la propria narrazione, rifiutando il ruolo di oggetti passivi per diventare soggetti consapevoli e autonomi, portatrici di una propria rappresentazione. La scena si trasforma così in un esempio di erotismo al femminile, dove il potere e la sensualità appartengono pienamente alla donna.

Properzia De’ Rossi, con la sua arte e il suo talento, influenzò profondamente gli artisti del suo tempo. L’impronta del suo stile è evidente, ad esempio, nell’opera di Parmigianino. Non fu Properzia a trarre ispirazione dagli artisti emiliani, bensì il contrario: furono loro a guardare a lei come una pioniera da cui apprendere.

Artemisia Gentileschi, Giuditta che uccide Oloferne, 1617,  Napoli, Museo di Capodimonte.
Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa di Oloferne, 1658, Stamford, Burghley House.

Un esempio di resilienza nei secoli

Properzia De’ Rossi morì nel 1530, vittima della peste, poco prima dell’incoronazione di Carlo V nella basilica di San Petronio, un evento che avrebbe potuto rappresentare un’occasione di ulteriore riconoscimento per la sua arte. 

Quattro giorni dopo la sua scomparsa, mentre ancora riecheggiavano i fasti dei cerimoniali, papa Clemente VII, in procinto di tornare a Roma, espresse il desiderio di incontrare la nota scultrice di cui si raccontavano meraviglie. Con grande rammarico, il Pontefice apprese che Properzia era stata seppellita da pochi giorni nell’Ospedale di Santa Maria della Morte.

La sua figura resta un simbolo potente della lotta delle donne per affermarsi in ambiti tradizionalmente maschili, rappresentando un esempio straordinario di talento, resilienza e coraggio in un’epoca in cui le donne erano raramente riconosciute nel campo delle belle arti. 

Properzia De’ Rossi non si limitò a sfidare i limiti imposti dal suo tempo, ma li superò, dimostrando che l’arte, anche nelle sue forme più impegnative e fisicamente esigenti come la scultura, poteva diventare uno spazio di emancipazione femminile. 

Dunque, De’ Rossi decise di occupare un ruolo centrale, imponendosi e riuscendo a lasciare una straordinaria eredità. La sua storia è una testimonianza di come si possano trasformare le difficoltà in una forza capace di attraversare i secoli e parlare a tutte le generazioni.

Busto di Properzia de’ Rossi conservato nella Sala della Cultura del Museo della storia di Bologna, a Palazzo Pepoli, Bologna. Foto scattata nell’ambito dell’iniziativa “Un wiki pass per l’Emilia-Romagna“

Bibliografia e Sitografia

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/properzia-de-rossi

https://books.google.it/books?id=ZckG8vcDe0IC&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

https://it.wikisource.org/wiki/Le_vite_de%27_pi%C3%B9_eccellenti_pittori,_scultori_e_architettori_(1568)/Madonna_Properzia_de%27_Rossi