Nan Goldin: This will not end well
11 marzo 2025 - Sonia Chabbi
La retrospettiva della Neue Nationalgalerie di Berlino è la prima mostra in Germania a presentare una panoramica completa del lavoro dell’artista americana Nan Goldin (di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo).
Nata a Washington nel 1953, Goldin è una fotografa e attivista statunitense, Fino dall’età di diciotto anni usa la fotografia come diario visivo della propria vita e di quella dell’estesa famiglia di amici e amanti con i quali ha diviso le proprie esperienze. Alludendo alla totale continuità che lega la sua arte al suo intenso vivere, l’artista dichiara di considerare la macchina fotografica “come un’estensione del braccio”.

La mostra è allestita in sei edifici unici progettati da Hala Wardé, un architetto che lavora spesso con Goldin. Ogni edificio è progettato in risposta al pezzo specifico. Insieme costituiscono un villaggi presentate in appositi padiglioni ricoperti da un morbido tessuto nero.
La mostra comprende: The Ballad of Sexual Dependency (1981–2022), la sua opera magnum; The Other Side (1992–2021), un ritratto storico prodotto come omaggio ai suoi amici trans che ha fotografato nel periodo 1972–2010; Sisters, Saints and Sibyls (2004–2022), testimonianza del trauma delle famiglie e del suicidio; Fire Leap (2010–2022), un’incursione nel mondo dei bambini; Memory Lost (2019–2021), un viaggio claustrofobico attraverso l’astinenza dalla droga; e Sirens (2019-2020), un viaggio nell’estasi della droga.

L’esposizione non è stata concepita partendo dall’idea delle immagini fisse bensì dalla lettura dei vari progetti dell’autrice come veri e propri lavori cinematografici. Un approccio che più che essere rivoluzionario è riparativo, dato che l’artista si esprime principalmente attraverso la proiezione di diapositive, terreno di contatto tra la fotografia e il cinema.
Le fotografie sono specchio della nostra memoria: ci ricordano ciò che è stato, che irrimediabilmente è stato perso, confortandoci nel ricordo che possiamo conservare. Come Goldin stessa afferma:
“Ho sempre voluto essere una cineasta. Le mie proiezioni di diapositive non sono altro che film composti di immagini fisse.”

Sembra di essere immersi in un piccolo cinema, dove ogni set, permette allo spettatore di addentrarsi all’interno dell’universo dell’artista, composto da storie di amore e amicizia, dipendenze, lutti, ma anche da un mondo vibrante e capace di mostrare anche un lato sfavillante.

Il mondo che ci propone l’artista è magicamente surreale, duale: da una parte viene esposta la brutalità della tragedia umana, dall’altro la gioia di vivere e l’irriverenza, con un tono ironico e leggero al quale la stessa si ispira per dare il nome alla sua opera “THIS WILL NOT END WELL”.
SIN DALLE ORIGINI
Il suo primo lavoro, The Ballad of Sexual Dependency, documenta la vita a Provincetown, nel Lower East Side di New York, Berlino e Londra a partire dagli anni ’70 e ’80 e fino ai giorni nostri. Goldin ha fotografato il mondo della sua cerchia ristretta di amici creativi e bohémien con cruda tenerezza. Le sue fotografie ci regalano istantanee di intimità e accoppiamento, di feste quotidiane e selvagge e della lotta tra autonomia e dipendenza.
“È il diario che voglio che la gente legga”, afferma.
“È opinione comune che il fotografo sia per natura un voyeur, l’imbucato alla festa. Ma io non sono pazza. Questa è la mia festa. Questa è la mia famiglia, la mia storia”.

The Ballad of Sexual Dependency è composto da una proiezione di fotografie, che si è modificata nel corso del tempo, al cui centro viene posta la questione del vivere e dell’agire: i rischi, l’imprevedibilità, l’innocenza, l’indifferenza, il coinvolgimento, la passione.
La fotografia rappresenta “la scena stessa, il reale preso alla lettera”, anche se vi è indubbiamente una riduzione di proporzione e prospettiva.
Nan Goldin osserva la parte trasgressiva e nascosta della vita della città con un approccio intimo e personale. I ricordi privati divengono opere d’arte solo dopo la decisione di esporli. Ritrae amici e conoscenti, ma anche se stessa, come nel celebre Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata.
“Se ogni immagine è una storia, allora l’accumulazione di queste immagini si avvicina all’esperienza della memoria”, afferma la fotografa.
È una storia senza fine. Per questo, ognuna delle sue immagini, non rappresenta il passato, ma molto di più: uno stralcio di ciò che potremo continuare a vedere nel suo infinito presente. Come dice una delle canzoni della colonna sonora: “I’ll be your mirror”.
Queste fotografie, come quelle che compongono tutti i lavori presentati nella mostra, sono così intimi memoriali per chi non c’è più. Una sensazione, questa, che si rintraccia nelle parole dell’artista stessa, quando spiega:
“Pensavo che non avrei mai potuto perdere qualcuno se l’avessi fotografato abbastanza. In realtà, le mie fotografie mi mostrano quanto ho perso“.