Nan Goldin e la fotografia LGBT+ degli anni ’80.
19 giugno 2020 - Nicoletta Torri
Giugno è il mese del Pride, detto anche Pride Month, dedicato alla celebrazione della comunità LGBT+. E’ una ricorrenza annuale, che festeggia l’orgoglio e il sentirsi parte di una grande comunità, affermando la propria identità. Furono i Moti di Stonewall, di fine anni ’60, che portarono alla nascita del movimento di liberazione gay moderno in America e successivamente in tutto il mondo.
Quest’anno però è un po’ particolare, il perché lo sappiamo bene: il coronavirus ha stravolto tutto e non ci permette di scendere in piazza. Ma questa situazione fortunatamente non sta fermando l’attivismo che, attraverso campagne di sensibilizzazione sui social, ci ricorda quanto ancora si debba lottare per i diritti civili. Ho deciso per questa ricorrenza di parlare di una donna artista che con la comunità LGBT+ del suo tempo (e tutt’ora) ha avuto molto a che fare. Si tratta di una fotografa molto importante degli anni ’80- ’90 che, grazie al suo obbiettivo, ha ritratto la vita quotidiana che le stava intorno e i cambiamenti culturali che ebbero un impatto fortissimo sulla società americana. Di chi stiamo parlando? Il suo nome è Nan Goldin, famosa in tutto il mondo per la sua opera fotografica che segue la scia dei ritratti rivelatori di Diane Arbus e August Sander.


Goldin nasce nel 1953 a Washington ma cresce a Boston. Sin da giovanissima si afferma come talentuosa artista emergente avvicinandosi presto alla fotografia che utilizza per narrare il suo quotidiano. Goldin e la fotografia sono un’unica cosa, la sua vita e il suo lavoro fotografico vanno di pari passo, perché la sua vita è la sua opera d’arte. Nel 1965 viene colpita dal suicidio della sorella diciottenne Barbara Holly e da lì inizia a fotografare la famiglia per cercare di rielaborare il lutto e affrontare il trauma. Rimarrà sempre vicina alla narrazione dell’album fotografico anche nelle sue opere successive. Questa caratteristica rendeva le sue immagini “intimiste” e sarà proprio la sua peculiarità proprio perché il suo intento era di sottolineare la fragilità umana delle persone rappresentate. Su questo si centra il suo lavoro più famoso e iconico, sviluppato a partire dal 1979: Ballata della dipendenza sessuale (Ballad of sexually dependency). L’artista espose le sue opere fotografiche attraverso una proiezione di diapositive accompagnate da una colonna sonora punk.

“È il diario che voglio che la gente legga”, afferma la fotografa Nan Goldin. “È opinione comune che il fotografo sia per natura un voyeur, l’imbucato alla festa. Ma io non sono pazza. Questa è la mia festa. Questa è la mia famiglia, la mia storia.”
I protagonisti di questo diario di vita sono proprio gli amici più stretti della fotografa: la scrittrice ed attrice Cookie Mueller, il marito Vittorio Scarpati, entrambi morti di Aids a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Trixie, che sembra una ragazzina, mentre fuma con il viso sconvolto e un abito a fiori, Brian l’uomo violento di cui la Goldin è irresistibilmente attratta, Susan, in treno e in bagno, e poi i momenti in cui essi si divertono, fanno l’amore, litigano, si drogano, muoiono. Le fotografie danno l’impressione di essere state rubate, non sono mai scattate con il soggetto troppo vicino all’obbiettivo, in modo tale da farle risultare quasi fatte a “sorpresa”. Ciò che interessa alla Goldin è catturare ed esaltare il travaglio della vita in tutte le sue sfaccettature, anche più crude: vecchiaia, morte, droga, sesso, infanzia si succedono nelle varie diapositive. Ciò che la induce a scattare sono i sentimenti come l’amicizia, l’amore, l’attrazione fisica, che spostano il modo di vedere la realtà “dentro” il suo mondo e ridisegnano i confini di ciò che possiamo considerare un soggetto visivo credibile. L’impressione è che tutto ciò che esiste al di fuori sia completamente irrilevante. Quello che importa sono le vite di queste persone, caratterizzate dalla droga e dalla malattia: siamo negli anni della diffusione dell’Aids in America, una malattia che colpì centinaia di migliaia di persone. Queste diapositive sono l’istantanea del vissuto dei giovani del periodo, che lasciarono una traccia nella vita della fotografa. Il ricordo risulta quasi una congiura orchestrata dalla morte.

Proprio perché Goldin viveva la comunità giovanile di New York, fanno parte del suo lavoro anche gli scatti che ritraggono la comunità LGBT+. Dopo i Moti di Stonewall e gli scontri violenti con la polizia del 1969, lesbiche, gay, bisessuali e transessuali uscirono alla scoperto e lottarono per non essere più trattati come invisibili dalla società che non voleva riconoscere i loro diritti. Iniziò una fase militante, con la nascita di associazioni che muovevano rivendicazioni chiare in modo manifesto. Simbolo della nuova fase del movimento di liberazione omosessuale divenne la Gay Pride parade, che cominciò a tenersi nelle varie città degli Stati Uniti e poi nel mondo proprio nel mese di giugno, più precisamente il 28. La provocazione e gli atteggiamenti sopra le righe divennero un vero e proprio strumento per scuotere l’opinione pubblica e rivendicare il diritto ad essere felici.

Dagli anni ’80, l’America e poi il resto del mondo, venne duramente colpita dall’Aids, malattia che si trasmetteva sessualmente dal virus dell’HIV. Per tutti gli anni ’80 fino a metà degli anni ’90, l’Aids divenne il tema principale della comunità omosessuale. Le principali associazioni diedero vita a campagne di sensibilizzazione che promuovevano l’uso del preservativo e combattevano la falsa credenza che il virus colpisse gli omosessuali, che erano quindi stati accusati di essere degli untori. Goldin ha documentato questo periodo attraverso le sue testimonianze fotografiche, nitide e ravvicinate, che ci mostrano con totale naturalezza la sofferenza e il malessere che la comunità queer dovette affrontare, cercando di sradicare i forti pregiudizi che l’opinione pubblica continuava ad infliggergli, con grande forza d’animo celebrando la loro identità libera.



Nan Goldin fa parte del gruppo detto dei cinque di Boston (Five of Boston) e il suo lavoro è considerato rilevante nell’ambito della fotografia contemporanea, insieme a Terry Richardson e Wolfgang Tillmans. Si è sempre distinta, oltre che per la brillante carriera artistica, anche per il forte attivismo militante nella lotta del diritto alla vita. Ancora oggi è impegnata con performance e call action sul problema degli oppiodi e utilizza i social network, come Instagram e Facebook, per le call action. Grazie al suo lavoro fotografico e la sua quotidiana documentazione ha reso “l’invisibile, visibile“. La sua opera è una struggente celebrazione della condizione umana, dell’individuo in quanto tale, al di là di ogni schema sociale o di genere, alle prese con la fatica di esistere, di relazionarsi, di amare e di essere amato, con le tragedie e le gioie della vita.
