Yayoi Kusama, genio e follia fatta a pois

23 novembre 2020 - Nicoletta Torri

La definiscono la regina dei pois, le sue opere spaziano dalle installazioni tridimensionali, al body painting, fino ad arrivare alle tele di dimensioni enormi tempestate di pallini, righe, forme colorate psichedeliche, che fanno perdere il senso dell’orientamento a chi le guarda. Lei stessa è una performance vivente, ribelle, colorata, eccentrica, fuori da ogni standard con un paesaggio interiore fatto di follia e allucinazioni, che ci comunica solo attraverso la sua compagna di vita: l’arte. Sto parlando di Yayoi Kusama, artista novantaduenne giapponese, oggi acclamata in tutto il mondo e dal suo stesso paese, che inizialmente l’aveva rifiutata. Ma perché è tanto importante parlare di lei? Per capire la sua arte è necessario dare uno sguardo al suo passato travagliato.

Yayoi Kusama nasce nel 1929 a Matsumoto in Giappone, quarta figlia di una famiglia dell’alta società giapponese. Fin da piccola inizia a soffrire di allucinazioni e sente gli animali parlare. La sua esigenza di fare arte nasce proprio per esprimere ciò che vedeva e percepiva in queste crisi, prendendo una matita e un foglio di carta iniziò a tracciare quelli che saranno i soggetti più ricorrenti nelle sue opere come pois, fiori rossi, reti e protuberanze molli e informi.

Fotografia di Yayoi da bambina

Sin da subito, si scontra con una famiglia severa e rigida, soprattutto con la madre estremamente tradizionalista, che le impedisce di fare arte perché si aspettava da lei un futuro da classica moglie e madre. Lei stessa ci racconta che quando disegnava da bambina sua madre arrivava da dietro e le strappava i disegni dalle mani. Quell’isteria e panico ha influenzato enormemente il suo processo creativo portandola a concludere in maniera rapida e furiosa il disegno prima che le potesse essere strappato via come faceva allora la madre. Sempre la famiglia, è stata la causa di gravi traumi, soprattutto per quanto riguarda la concezione della sessualità, da lei sempre vista con diffidenza e paura: la madre la costringeva a seguire e guardare il padre, il quale tradiva la moglie andando con le prostitute. Per tutta la sua adolescenza lotta con i denti e con le unghie per poter studiare in una scuola d’arte di Kyoto, dove impara lo stile tradizionale giapponese detto nihonga. Ma arriva ad un certo punto che il contesto nella quale viveva, misogino e arretrato, inizia a starle stretto e inizia a sognare di abbandonare il Giappone.  

Yayoi Kusama nel 1953

Nel 1958, a 29 anni, Kusama fugge negli Stati Uniti con una piccola valigia, contenente solo sessanta kimono e duemila fra disegni e dipinti da vendere. Questa fuga è sollecitata da un importante “incontro”: Kusama infatti si imbatte nei dipinti floreali di Georgia O’Keffee, allora ormai pienamente riconosciuta come pioniera dell’arte modernista statunitense, e decise di scriverle. Dopo un intenso scambio epistolare, Kusama prende la decisione definitiva, che le spalanca le porte degli Stati Uniti, trasferendosi prima a Seattle e poi a New York. Qui inizia un periodo abbastanza difficile, segnato dall’estrema povertà, dove l’artista per mantenersi dipinge senza sosta, giorno e notte. Lei stessa racconta che:

In quei primi mesi ero molto povera, realizzavo tanti quadri, ogni giorno disegnavo e dipingevo così potevo sentirmi realmente appagata, il mio unico scopo era quello di fare la storia dell’arte negli Stati Uniti, ormai non riuscivo a pensare a nient’altro. Quando ero in aereo vedo dei motivi riflessi nell’oceano e li ricreavo nella mia arte.

Inoltre, per il fatto di essere giapponese e soprattutto donna, fatica a farsi riconoscere nel mondo artistico americano, dove la prevalenza di artisti uomini era ancora per la maggiore.

Georgia O’Keffee, Black Iris, 1926

Nel 1959 riesce ad ottenere la sua prima mostra personale a New York nella galleria Brata, dove nacquero altri artisti come ad esempio Franz Kline. Era il periodo degli espressionisti astratti, ma le opere di Kusama si distinsero nettamente da questo movimento: i suoi quadri avevano una meravigliosa qualità tattile e tendevano ad essere quasi ipnotiche, tanto che vennero elogiati dal critico John Donn, il quale le portò il successo che tanto sperava. Facendosi strada fra le gallerie dell’epoca, affermò sempre di più il suo talento e la sua creatività fino ad esporre, nel 1966, alla sua prima Biennale di Venezia.

Yayoi Kusama alla Biennale del 1966

Ma questo nuovo periodo di prosperità e fama non le giovò dal punto di vista mentale: iniziarono ad aumentare le sue ossessioni e le sue paure, pensava che gli altri artisti le avrebbero rubato il lavoro. Continua a produrre dipinti, non si ferma un attimo, dipingere diventa un’ossessione logorante. Nel 1973, spinta da una ricerca di una tranquillità psicologica e un distacco da questa fama, torna in Giappone per darsi un nuovo inizio, partendo da zero. Quando torna nella sua terra natia, è ormai una donna di mezza età e ha davanti a sé un mondo che sembra cento volte arretrato rispetto a quello che si è lasciata alle spalle. I giornalisti la trattano in modo abbastanza fastidioso, quasi rappresentasse per il Giappone uno scandalo, una vergogna.

Questo ritorno si rivelò estremamente traumatico: iniziò uno dei periodi più difficili della sua vita, cadde in depressione e sfiorò il suicidio.  Fu in questo momento, alla fine degli anni ’70, che decise di trasferirsi volontariamente in un ospedale psichiatrico a Seiwa, dove ancora oggi risiede. L’arte e l’aiuto dei medici diventano la sua cura principale e Kusama continua ancora oggi, a 92 anni, a produrre opere affascinanti ed eccentriche, nel suo studio a pochi metri dall’ospedale in cui risiede. In totale si contano di sua produzione più di 500 opere. Per questo, è considerata una delle artiste più prolifiche della storia.

L’intento della sua arte è quello di condurre un’approfondita indagine sul concetto di percezione del cosmo e dell’infinito, oltre che un inno costante alla bellezza e alla vita. I suoi giganteschi fiori dai colori vivi e brillanti intendono esprimere il senso di rigenerazione, di crescita e transizione propri del ciclo naturale. Le sue zucche colorate, giganti e tempestate di puntini neri, sono la rappresentazione vivente di come lei definisce il suo alter-ego. I pois, invece,  una forma di smaterializzazione paragonabile ai palpiti del cosmo, ai movimenti dei corpi celesti. Nel suo stile vengono richiamati il Surrealismo, il Minimalismo, la Land Art, le performance della Body Art, i Fluxus, l’Espressionismo Astratto e anche lo Psichedelismo. Molti temi trattati dall’artista toccano concetti cari al movimento femminista degli anni ’70, soprattutto legati alla sessualità e all’autodeterminazione femminile, anche se Kusama non fece mai parte del movimento.

Zucche di Yayoi Kusama

Sono famosissime in tutto il mondo le sue Infinity Room che si differenziano per materiali e struttura, tutte accomunate però da questo senso psichedelico provocante, che disorienta la/lo spettator*. Esplorando il concetto di infinito, troviamo le Infinity Mirror Room: dalle tele bidimensionali passiamo ad un ambiente di riflessione speculare, dovuto all’effetto caleidoscopico delle superfici specchianti che generano uno spazio inesauribile; il corpo viene frammentato dalle pareti a specchio e riprodotto all’infinito.

Infinity Mirror Room

Altro delirio visuale è l’installazione definita Gleaming lights of the Souls. Reinterpretando la tecnica dell’espressionismo astratto di Pollock, detta all-over,” l’artista sfrutta una stanza interamente tappezzata di specchi, trasformandola in una scatola ottica dal cui soffitto decine di led sospesi emanano luce intermittente. Anche in questo caso l’infinito è richiamato esplicitamente: il pullulare di immagini, che si moltiplicano e si confondono, fanno smarrire chi le osserva fino all’infinito e oltre.

Gleaming lights of the souls

Un’altra provocante Infinity Room è quella del 1965, chiamata Phalli’s field. Essa si confronta col tema della sessualità, vissuta in maniera traumatica come abbiamo visto nella sua infanzia. Inaugurata a New York, quest’installazione è la prima espressione per Kusama del superamento dei limiti della propria produttività, in quanto permette alle sue sculture falliche di estendersi in eterno come un campo infinito.

Phalli’s field

Ultima, ma non per importanza, è l’interessante Aftermath of Obliteration of Eternity. Kusama in quest’opera riflette sull’esperienza della morte e sull’esistenza di un possibile aldilà. Chi osserva quest’opera, si ritrova in un’ambiente in cui lo spazio si confonde, conferendo la sensazione di essere sospes* in un vuoto costellato da un’infinità di lanterne gialle. Kusama si ispira ad una tradizione giapponese, il toro nagashi, in cui centinaia di lanterne di carta vengono lasciate galleggiare sulle acque di un fiume, per guidare gli spiriti ancestrali verso i loro luoghi di riposo. Inoltre, l’opera esprime una riflessione sulla caducità della vita, fragile come la fiamma di una lanterna e la certezza della morte, oscura ed eterna.

Aftermath of obliteration of eternity

Yayoi Kusama non ha lavorato solo con l’arte ma anche con la musica, la danza, la scrittura, il design e la moda. È celebre la sua collaborazione nel 2012 con il brand d’alta moda Louis Vuitton e il suo direttore creativo Marc Jacobs. Sono stati realizzati numerosi capi d’alta moda, come borse, pochette, abiti, foulard, scarpe, accessori, tutto centrato sull’arte della Kusama, riprendendo le sue forme psichedeliche, in particolare i suoi iconici pois. Questa collaborazione è stata la più importante e significativa per l’artista con una maison francese.

La Kusama ad oggi non ha mai smesso di dipingere e continua a farlo, nonostante l’età. La sua arte esprime il suo malessere psicologico e lo trasforma in un mondo fatto di forme eccentriche e bizzarre, di ripetizioni disorientanti infinite, che ci costringono ad immergerci nella sua mente. Quello della Kusama, è un modo diverso di concepire e vivere l’arte, che diventa uno sfogo, una cura vera e propria per sconfiggere la malattia mentale. È stata capace di sfruttare il suo passato, il suo dolore, i suoi traumi rendendoli dei punti di forza per la  sua creatività e insegnando ad altre persone a fare lo stesso. Per questo Yayoi Kusama è una delle artiste più geniali e straordinarie del nostro tempo.

Yayoi Kusami
Per scrivere questo articolo - come gli altri del resto - sono state fondamentali le fonti soprattutto per la descrizione delle opere, che qui cito: Collater.al, Yayoi Kusama – The queen of polka dots ; Artwave - Pillole d'Arte Contemporanea: Yayoi Kusama ; la mia indispensabile enciclopedia sulle donne artiste nel mondo Great Women Artists edizione Phaidon.