Volevo solo essere libera: la storia di Beatrice Cenci
25 novembre 2022 - Nicoletta Torri
Finalmente, dopo mesi di pausa e tra una cosa e l’altra, torna il Podcast di Donne e Arte – applauso ed entusiasmo. Confesso che è stata una pausa, se così vogliamo definirla, che mi ha permesso di trovare nuovi spunti ed idee. Spunti che molte volte sono capitati per caso, grazie ad un post letto su Instagram o una libro o, come per questo caso in particolare, per un programma alla televisione.
Una sera i miei genitori mi hanno chiamata e mi hanno detto “Guarda che c’è Artemisia alla televisione”. Come se fosse una donna famosa intervistata da qualcuno di importante. Ormai è così, le persone lo sanno: se c’è Artemisia di mezzo, io non posso perdermela. Così ho acceso la televisione e mi sono messa a guardare questo programma, che mi ha dato l’idea per la puntata che oggi leggerete.
25 Novembre: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Il caso vuole, che il Podcast di Donne e Arte riprenda in un mese particolare, nel quale cade il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una giornata in cui sembra che il mondo, le istituzioni e le persone in generale si ricordino improvvisamente del problema della violenza contro le donne e si fa l’elenco dei numeri, ancora troppo alti e agghiaccianti, che devastano il nostro paese. Numeri però senza volto, freddi e statici, che vengono raccolti e messi in un cassetto, per ripartire il giorno dopo con la vita di sempre. Ma la violenza, i femminicidi, gli stupri, le molestie fanno parte del nostro quotidiano e il cammino, per cambiare la società, è ancora lungo. Sicuramente non è facendo diventare una donna di destra Presidente del Consiglio che le cose possono cambiare. Soprattutto se è una donna che non ha niente di diverso da un uomo.
Il problema della violenza di genere è qualcosa di ben radicato nella nostra società, che viene protratto da secoli contro le donne, e nei secoli appunto, è cambiata e si è trasformata, come dall’altra parte cambiava la società. Ancora oggi parliamo di società patriarcale, che rinchiude le donne in schemi di controllo ben precisi, che sono interiorizzati e normalizzati da tuttə noi, da quando siamo piccolə.
Oggi voglio parlare di questo tema attraverso l’arte e ,sicuramente non lo farò con la voce di uomini che hanno trattato questo tema, purtroppo in molti cadono ancora in questo brutto errore. Questo progetto si chiama Donne e Arte e attraverso la voce di 3 donne, la cui vita per strani “casi” della storia – che alla fine casi strani non sono mai – sono legate da un filo rosso, che è appunto il tema della violenza, vi racconteranno cosa voleva dire subire le conseguenze di una società che discriminava le donne. Attenzione, vi ricordo sempre che se anche siamo nel ‘500, molti echi di quelli che erano i pensieri di allora, sono arrivati comunque fino a noi.
Beatrice Cenci, Artemisia Gentileschi e Ginevra Cantofoli
Questa puntata racconta la storia di Beatrice Cenci e di due artiste: Artemisia Gentileschi e Ginevra Cantofoli.
Sì, lo so cosa state pensando, ancora Artemisia. Vi devo rassicurare che la Gentileschi non sarà così centrale rispetto alle altre due figure, ma non posso non nominarla perché, per una serie di eventi che analizzeremo, il suo ruolo è comunque importante. Dovete immaginarvi quello che sto per raccontarvi come la base di un’opera teatrale, di un film o di una serie, fatto da personaggi e personagge che sono sia protagonisti e altre invece comparse. Tutti fanno parte di un unico fil rouge che fanno sì che la storia stia in piedi. Tutte sono accomunati da qualcosa, tutte fanno parte di un grande puzzle: ogni pezzo è importante per costruire l’immagine finale.
Chi era Beatrice Cenci?

Fu una giovane nobildonna romana, vissuta tra il 1577 e il 1599. A soli 22 anni fu giustiziata per parricidio e successivamente eletta come eroina popolare. La sua storia ispirò numerose opere di poeti, letterati, scultori, ecc. tutti ovviamente uomini, tutti che idealizzarono la “bellezza rubata” di una giovane che subì in vita una tragedia. C’erano tutti gli elementi per una storia perfetta: lei giovane, bellissima – come dicono i documenti – l’ambiente familiare cupo e ostile, l’omicidio, la violenza.
Sì, perché la violenza Beatrice la subì sulla propria pelle, a causa del padre-padrone violento Francesco Cenci, che nessuno cercò di fermare nonostante i tentativi disperati. Gli abusi, le sofferenze psicologiche subite dalla giovane Beatrice non possiamo nemmeno immaginarle, anche se i fatti storici ce li raccontano in somma parte. La cattiva fama di Francesco Cenci era conosciuta in tutta Roma: era un uomo avaro, dai molti vizi, che non si fece scrupoli nel sperperare l’ingente patrimonio di famiglia ereditato dal padre.
Storia della Famiglia Cenci

Stiamo parlando di una delle famiglie più potenti di Roma, discendenti dall’antica “gens Cincia”, ovvero da Lucio Cincio Alimento, storico e politico romano vissuto nel III secolo a.C., ma secondo alcuni discenderebbero da un Cencio del ramo dei Crescenzi, che ebbero alte cariche prefettizie nel Medioevo. Il padre di Beatrice, Francesco Cenci, fu l’ultimo esponente di una nobile e ricca casata romana, che si era conquistata ricchezza, onore e fama nel Medioevo e nel Rinascimento ed era diventata una delle più ricche ed influenti famiglie della Roma papalina.
Francesco Cenci: padre violento
Tornando a Francesco, si trattava di un uomo molto violento: fu accusato di sodomia, per cui rischiò la pena di morte. Ma spoiler: Francesco era nobile, aveva i soldi e soprattutto era un uomo, per cui il Papa di allora, Clemente VIII, non poteva giustiziarlo ma poteva prosciugare il suo ingente patrimonio con multe salatissime. Nonostante questo, Francesco compie queste violenze contro servi e valletti pubblicamente e soprattutto non si limita nemmeno ad applicarle contro i figli: li trattava molto severamente e li faceva vivere in uno stato di indigenza, facendogli mancare anche il necessario. Francesco ebbe 12 figli dalla prima moglie, Ersilia Santacroce, e solo 7 arrivarono a diventare adulti. La moglie morì nel 1584 mettendo al mondo l’ultimo bambino – capite bene la sofferenza fisica che le donne dovevano subire per continuare a mettere al mondo bambini, per cui morire di parto era molto comune all’epoca. Il figlio più grande, Giacomo, scappò dal padre, mentre altri due, Cristoforo e Rocco, morirono entrambi durante delle risse. Nel 1593 sposò in seconde nozze la vedova Lucrezia Petroni, da cui non ebbe figli.
La giovinezza di Beatrice e la gelosia del padre
Beatrice all’età di sette anni, subito dopo la morte della madre fu affidata, insieme alla sorella maggiore Antonina, alle monache francescane del monastero di Santa Croce a Montecitorio. Ci rimase 8 anni, gli unici che possiamo definire tranquilli e probabilmente felici della vita della Cenci. All’età di 15 anni ritorna dalla famiglia e qui inizia il lento supplizio: il clima era già pesante e difficile, Beatrice è costretta a subire le angherie continue del padre. Già allora, scrisse una lettera a Papa Clemente VIII, supplicando di trovarle un marito o metterla in convento. Dal canto suo, Francesco notando che la figlia stava crescendo e poteva essere “preda di sguardi altrui” fece di tutto per non farla sposare, anche perché sapeva che avrebbe dovuto sborsare una somma piuttosto alta per la dote e i soldi gli servivano per pagare i debiti e i processi. Le grida di Beatrice furono tante, continue, attraverso lettere indirizzate al Papa: chiedeva aiuto, chiedeva di essere liberata dalle violenze fisiche e verbali che doveva subire. Ma fu lasciata da sola, e insieme a lei, la sua matrigna.
Lucrezia Petroni: alleata di Beatrice

Voglio aprire una parentesi su Lucrezia Petroni: non si tratta della classica “matrigna cattiva” che siamo abituatə a sentire nella narrazione tradizionale, contando che quest’ultima fu costretta a sposare il Cenci. Probabilmente tra Lucrezia e Beatrice si creò un legame molto forte, entrambe le donne furono segregate presso la Rocca di Petrella Salto, una vera e propria prigione nella quale furono costrette a vivere. Forse il fatto di essere sole, dovendo subire le continue aggressioni del Cenci, le rese molto vicine fino a renderle complici nell’omicidio. Potremmo vedere oggi, in una chiave di lettura moderna, quasi un rapporto di sorrelanza e di aiuto reciproco.
Beatrice Cenci e Artemisia Gentileschi

A questo proposito, possiamo vedere una connessione, un filo rosso come vi dicevo all’inizio, che lega Beatrice ad un’altra figura che fu presente alla sua esecuzione, portata proprio dal padre. Sì perché probabilmente non fu solo Caravaggio ad essere colpito ed ispirato da questa storia, ma anche una pittrice – proprio lei – Artemisia Gentileschi. Era solo una bambina quando vide Beatrice morire decapitata: una donna che fu punita ingiustamente per essersi fatta giustizia da sola – scusate il gioco di parole – per essere finalmente libera dalla violenza. Quella violenza che anni dopo, colpì la stessa Artemisia stuprata da Agostino Tassi, amico del padre Orazio. La pittrice riversa la sua rabbia, il suo dolore e la sua rivincita, ormai lo sapete bene, nel quadro Giuditta che decapita Oloferne.
Anche qui abbiamo una decapitazione: Giuditta taglia la testa ad Oloferne, grazie anche all’aiuto della sua serva che, attivamente, è complice dell’azione sanguinolenta. Eccolo qui il filo rosso: due donne che compiono insieme un atto estremo, per liberare il proprio popolo, per farsi giustizia, come fecero a specchio Lucrezia e Beatrice con il padre oppressore. Qui troviamo ritratto quel sodalizio femminile che Artemisia avrebbe voluto che ci fosse con l’amica Tuzia, che invece la tradì facendo entrare Tassi nelle sue stanze. Artemisia cercò il riscatto nella sua arte e forse la sua Giuditta, oltre a rappresentare la violenza subita, può in qualche modo avere un legame con un ricordo infantile legato all’esecuzione della Cenci, che anch’essa fu vittima della violenza maschile.

Beatrice provò in tutti i modi ad evadere, scrisse lettere disperate in cerca di aiuto, lettere che furono intercettate dal padre che sfogò su di lei tutta la sua violenza picchiando la figlia e trasferendo lei e la moglie nel piano più alto della Rocca. La situazione ormai era diventata ingestibile, l’unico modo per liberarsi da quel continuo dolore era uccidere Francesco Cenci. Non voglio soffermarmi troppo sull’aspetto “sadico” di questa storia, soprattutto perchè Donne e Arte non si occupa di Crime, ma vorrei fare un salto verso un’altra figura chiave, che in qualche modo, mi serve per ricostruire un ritratto diverso di Beatrice attraverso le voci delle donne artiste.
Beatrice Cenci e Ginevra Cantofoli

Ci trasferiamo per un attimo a Bologna, la città che nel ‘600 si aprì maggiormente alle artiste. Vi avevo accennato tempo fa, sia nel Podcast sia sul Blog, di una certa Elisabetta Sirani, la pittrice che istituì l’Accademia di disegno e pittura per future artiste di professione. La Sirani è importante perché nella sua scuola si distinse una sua “allieva”, che ad oggi è considerata l’autrice dell’unico ritratto esistente di Beatrice Cenci: stiamo parlando di Ginevra Cantofoli. Per lungo tempo quest’opera è stata attribuita a Guido Reni ma, secondo alcune fonti recenti, è da assegnare alla Cantofoli. Soprattutto ci sono dei particolari che ci riportano al suo personalissimo stile: il volto dolce e malinconico, che si può ritrovare anche in altri ritratti e l’elemento del turbante, ripetuto spesso nelle sue opere.
Ginevra Cantofoli visse a lungo all’ombra della Sirani e di molti altri pittori, solo recentemente è stata riscoperta: fu una pittrice molto prolifica, matura dal punto di vista pittorico che riuscì ad affermarsi come artista professionista. Ginevra, pur essendo più vecchia di Elisabetta, ne divenne amica e, in un certo senso, anche allieva, dal momento che il talento della giovane Sirani era indubbiamente maggiore del suo. Per certi versi c’è un collegamento che unisce il ritratto della Cenci alla Sirani. Elisabettafu segregata dal padre, geloso del suo talento, e quest’ultima trova in Ginevra un’alleata per crescere pittoricamente. Le due donne si fanno forza a vicenda e sono l’ispirazione una dell’altra. Anche qui la vicenda della Cenci si rispecchia in quella delle due artiste bolognesi, che creano un rapporto di solidarietà femminile contro una società patriarcale, che opprimeva le donne.
Anche qui possiamo trovare una storia con dei punti d’ombra: la Cantofoli fu accusata di aver avvelenato la Sirani, che morì a soli 27 anni si accertò poi di un’ulcera perforante. Probabilmente le accuse furono mosse perchè si trattava comunque di due donne pittrici molto affermate, quindi solitamente le malelingue correvano di più rispetto ai fatti reali.

L’esecuzione di Beatrice Cenci
Torniamo a Roma, esattamente l’11 settembre 1599, il giorno della sentenza a Castel Sant’Angelo, in una piazza gremita di persone. La prima ad essere decapitata fu Lucrezia, poi Beatrice, Giacomo il fratello maggiore, complice dell’omicidio, fu seviziato durante il tragitto con tenaglie roventi, mazzolato e infine squartato, il tutto davanti agli occhi dell’altro fratello Bernardo, che fu risparmiato solamente per la sua giovane età.
La crudeltà di queste azioni erano figlie anche del tempo: il Papa voleva dare una punizione esemplare per cercare di sedare la violenza che teneva sotto scacco la città di Roma. Quello che portò fu però altra violenza, che animò solo lo scontento popolare, dato che da quel momento Beatrice divenne una martire e un’eroina per l’ingiustizia subita.

Un gesto estremo per essere libera
Qual è la conclusione della storia che vi ho raccontato oggi? La violenza fisica e psicologica è un fenomeno che ancora oggi, purtroppo, fa parte della nostra società e che trova degli echi, dagli eventi di allora, ancora oggi molto attuali: un esempio, le donne che non vengono ascoltate o credute quando denunciano, vengono lasciate completamente sole, come nel caso di Beatrice. Allo stesso tempo vediamo che, in una situazione così difficile, si crea un sodalizio femminile forte, per contrastare l’oppressione della violenza maschile. Ma anche i padri che tentano di soffocare le figlie, di rinchiuderle e silenziarle per evitare che si ribellino, ma come queste, guardano Artemisia o Elisabetta, si siano riscattate e abbiano trovato una via attraverso l’arte per liberarsi.
Non voglio vedere l’esecuzione di Beatrice come una punizione vera e propria: la sua morte l’ha resa un simbolo di lotta e di liberazione, una figura di emancipazione potremmo dire oggi. Così anche Artemisia Gentileschi, che subisce lo stupro da parte di Tassi, rinasce grazie alla sua arte e Ginevra Cantofoli, per anni all’ombra dei grandi artisti, viene riscoperta proprio grazie a quel ritratto che rappresenta una donna vittima di ingiustizia, la stessa ingiustizia che per secoli ha portato moltissime donne artiste ad essere dimenticate.
Bibliografia e Sitografia:
https://www.romasegreta.it/rubriche/personaggi-di-roma/beatrice-cenci.html
https://genusbononiaeblog.it/ginevra-cantofoli-pittrice-bolognese-rimasta-nellombra/
http://svirgolettate.blogspot.com/2013/09/la-storia-di-beatrice-cenci-la-donna.html
101 donne che hanno fatto grande Bologna, Serena Bersani
Ginevra Cantofoli. La nuova nascita di una pittrice nella Bologna del Seicento, Massimo Pulini
LE SIGNORE DELL’ARTE, Storie di donne tra ’500 e ’600, Skira Editore, 2021
Elisabetta Sirani, Pittrice eroina 1638-1665, 2004-2005.