Sull’interruzione del monologo maschile

20 aprile 2022 - Annarita Cantamessa

Il movimento femminista non ha una definizione univoca, esso cambia e si evolve a seconda dei luoghi e del tempo. Restando sul generale, si potrebbe dire che il movimento femminista mira a ottenere la parità dei diritti della donna rispetto all’uomo: diritti sociali, civili, giuridici ed economici. Ma se si guarda nello specifico, il tutto si fa molto più complesso. 

Il movimento è ampio e si articola in maniera differente nelle diverse nazioni e nei diversi anni. Di base, si pone l’accento sulle differenze tra donna e uomo, nel sociale e nel privato, e si tende a realizzare una profonda trasformazione culturale e politica, cercando di smascherare quei ruoli pregiudiziali attribuiti alle donne, in funzione di una riscoperta di valori in senso antitradizionale. 

Un discorso troppo lungo e generale sarebbe riduttivo, si presenta dunque di seguito un tempo e un ambiente precisi: il movimento femminista nell’Italia del post ’68. 

Il femminismo sessantottino.

Foucault, parlando di biopolitica, affermava che il potere politico riesce a esercitarsi direttamente anche sull’uomo (uomo in quanto essere vivente). Ciò significa che il potere sceglie come far vivere le singole personalità tramite le istituzioni: si tratta dell’ingerenza della politica fin dalla nascita, nel campo dell’educazione e della sessualità, della malattia e del lavoro. Foucault coglieva esattamente il significato arcaico della rottura del ’68 quando dichiarava che <<le cose più quotidiane sono politiche>>. 

Nel ’68, chi mostra la radicalità dell’affermazione foucaultiana sono i movimenti femministi, i quali si rivolgono contro la struttura patriarcale della società e contro i mores ed ethos della cultura occidentale. Il femminismo sessantottino rivela che la dominazione sessuale è l’ordito dei rapporti sociali e delle relazioni interpersonali. 

Il femminismo varca la soglia domestica, finora ritenuta inviolabile, con la teoria e la critica politica. In questo modo, riesce a rivoluzionare lo stesso modo di guardare alla vita nella sua quotidianità, cominciando dalla sua dimensione sessuale e corporea. 

In questo modo, i concetti di universalismo ed egualitarismo, tanto rivendicati dalla modernità con la nozione di cittadinanza (considerata capace di fare astrazione dalle differenze concrete esistenti fra i cittadini) si trovano a dover fare i conti con l’accusa di essersi sempre basati su un tacito fondamento, ritenuto naturale, di uno schema di dominazione dell’uomo sulla donna, in realtà non più razionalmente giustificabile della schiavitù. 

“Il posto delle donne”.

Solamente all’inizio degli anni Settanta si può parlare di un vero e proprio movimento femminista in Europa, dotato di autonomo profilo. 

Carla Lonzi, femminista italiana esponente della teoria delle differenze, nel Manifesto di rivolta femminile (1970) pensa il femminismo come <<il primo movimento politico di critica storica alla famiglia e alla società>>, e la rivendicazione di questo primato si pone nella polemica contro il movimento operaio, il quale aveva permesso che l’oppressione delle donne fosse una <<contraddizione secondaria>>. 

Il prolungato silenzio delle donne è uno dei tratti caratteristici della politica italiana. Certamente delle donne ci sono state, si pensi ad esempio a Nilde Iotti o Emma Bonino, ma sono state delle eccezioni. All’interno di uno dei sistemi politici più maschilisti, quello italiano, si è dunque preferito citare la voce di una femminista anonima, membro del Movimento rivolta femminile. Il discorso sotto riportato è stato pronunciato a un convegno del 1970 su La donna e le scelte della società italiana per gli anni 70. 

Nel discorso, la femminista fa riferimento alla teoria della differenza di Carla Lonzi. La teoria della Lonzi esige l’autonomia delle donne: esse non vogliono avere la medesima torta degli uomini, le donne vogliono una torta propria, esse vogliono la loro torta. Le donne vogliono autonomia. 

<<Approfittare della differenza>> è per la Lonzi l’unico autentico gesto di rivolta che può consentire alle donne di rivelare l’oppressione che si <<nasconde nel buio delle origini>>, interrompendo lo storico <<monologo maschile>> e praticando una radicale critica del potere.

Carla Lonzi
Carla Accardi, Carla Lonzi e Elvira Banotti a Roma nel 1970, fotografia di Pietro Consagra © Archivio Pietro Consagra, Milano

 Femminista anonima, membro del Movimento Rivolta Femminile.

<<Il mio nome non ha importanza. Sono del Movimento rivolta femminile>>.  Riportare il discorso di una femminista anonima è stata una scelta compiuta al fine di avvicinare il lettore alla questione. Femminista non è solo la Lonzi, non è solamente la Butler o la Irigaray. Una femminista è colei la quale combatte per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Il discorso sotto riportato è stato tenuto a Roma, il 25 giugno 1970 e cita:

<<[…] Ho sentito in questi giorni varie parole, tra cui “inserimento”, “integrazione”, “contribuzione”; poi ho sentito “uguaglianza nella diversità”, detto però da un uomo, il professor Forte, ed essendo uomo, uguaglianza nella diversità vuol dire probabilmente distribuzione dei ruoli.>>

Fin dall’incipit del discorso, la relatrice fa riferimento alla teoria femminista di Carla Lonzi, per la quale i diritti delle donne non dovrebbero essere ridotti a una <<distribuzione dei ruoli>>. Ciò che si rivendica in questo discorso e nella teoria della Lonzi in generale è l’autonomia delle donne. Continua poi infatti: 

<<Cioè, la diversità è un momento secondario e non alternativo. Non reale. Non importante. Mi pare che quello che voi volete, almeno quello che ho sentito fino adesso, è esattamente quello che già c’è. Volete semplicemente entrare a mangiare una fetta maggiore della torta comune. Per fare questo, esistono già le strutture sufficienti necessarie. Non avete che a inserirvi nel mondo degli uomini, fare i vostri passi per ottenerlo: la legge, e più o meno, lo permette ormai. E a questo punto, perché dunque fare un’associazione femminile? Che cosa sono per voi le donne, se non semplicemente un modo di arrivare al mondo dell’uomo? È una domanda che mi faccio; non so se mi risponderete. Comunque la mia domanda è questa: per me la donna (per me, voglio dire per noi, per il nostro movimento) la donna è qualche cosa di profondamente diverso dall’uomo, perché noi vogliamo qualcosa di profondamente diverso.>>

Non solo la femminista ribadisce il concetto di autonomia, ma lo ribadisce soprattutto alle donne che come lei combattono per i propri diritti, ma che lo fanno sulla base dell’uguaglianza e non cercando un << qualcosa di profondamente diverso>>.

<<Dibattere i problemi che qui avete discusso vuol dire accettare la cultura attuale, e la cultura nel senso più ampio, quella in cui viviamo, è maschile. A voi questa cultura va benissimo. Non avete niente da eccepire. La sola cosa che chiedete è che le donne ne facciano parte. Le donne che come voi volete sono esattamente dei duplicati degli uomini. E allora perché fare delle associazioni femminili? Andate con loro>>.

Nella prospettiva della femminista, la donna, per poter esprimere veramente il proprio potenziale e per far sì che sia rispettato, dovrebbe fare <<una rivoluzione culturale>>.

Per noi la donna è un’alternativa. Una rivoluzione culturale. Perché per noi la cultura è maschile. Dico culturale, perché se no, quando parlo di diversità tra uomo e donna, si pensa sempre ad una diversità fisiologica e naturale, che ha già avuto ampiamente il suo riconoscimento. Siamo qua per dire che questo riconoscimento non ci è piaciuto. Quindi parlo di una diversità culturale, di università voluta, volontaria.  Vogliamo arrivare a creare una società che si opponga ai modelli culturali esistenti. Che, secondo noi, sono maschili. Non perché le donne non siano pronte a parteciparvi, e secondo me queste riunioni sono una prova che esse sono prontissime a parteciparvi, ma perché la donna dovrebbe opporsi. A noi la società, così com’è, non ci va bene. Vogliamo opporci ai modelli autoritari.>> 

Donne appartenenti al collettivo di Rivolta Femminile (1970) – foto dall’autobiografia di Maria Grazie Chinese “La strada più lunga”

Fonti:
Il pensiero politico contemporaneo. Il novecento e l’età globale; a cura di: C. Galli; (2011) Il Mulino, BO.
Parole al potere. Discorsi politici italiani; a cura di: G. Pedullà; (2018) Mondadori Libri S.p.A., MI.