Storie di rinascita – Le donne nell’arte
22 febbraio 2022 - Nicoletta Torri
Ho deciso che la prima puntata del podcast di Donne e Arte dovesse essere dedicata a quell’evento, nel quale per la prima volta, ho parlato in pubblico. Era il 27 novembre 2021 e mi trovavo in Sala Legrenzi a Clusone, a raccontare, davanti a 20 persone circa, la storia delle donne artiste, o meglio la storia della loro rinascita.
La storia delle donne è stata segnata da faticose battaglie per la conquista della propria libertà e dei propri diritti e, anche quando si parla di arte, ci si trova di fronte allo stesso copione: un percorso fatto di ostacoli sociali e non, durati secoli, che hanno impedito alle donne di prendere in mano il pennello, scalpello o qualsiasi altro oggetto, ed essere artiste professioniste. Questa è stata una forma di violenza vera e propria, che si è protratta fino al ‘900 quando, finalmente, qualcosa è iniziato a cambiare. I movimenti sociali che hanno coinvolto le donne sul fronte dell’attivismo, hanno contaminato e dato forza alle artiste per iniziare a far sentire la propria voce in un mondo che non le voleva ascoltare.
Il tema centrale della conferenza era la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e il mio intento è stato quello di raccontare che, nonostante tutte le limitazioni imposte – che può essere considerata una forma di violenza vera e propria – molte artiste del passato sono riuscite a riscattarsi e a rinascere proprio attraverso l’arte.
Vi racconto quindi queste storie di rinascita attraverso la voce di quattro protagoniste: Artemisia Gentileschi, Properzia De’ Rossi, Elisabetta Sirani e Teresa Mallegori. Attraverso il loro racconto potrete capire cosa voleva dire subire delle discriminazioni solo perché donne, solo perché artiste. Potete trovare la puntata video integrale sul canale YouTube di Donne e Arte. Buona lettura/ascolto!
Artemisia Gentileschi: l’arte per rinascere dalla violenza.

Mi era proprio impossibile non iniziare da lei. Oltre all’amore infinito che provo per quest’artista, ormai da tantissimo tempo, è importante parlare, per il nostro racconto, della sua storia personale, che si lega inevitabilmente allo stupro che subì ad appena 17 anni, da parte del suo insegnate di prospettiva, Agostino Tassi amico del padre pittore Orazio Gentileschi e al successivo processo, avvenuto nel 1612, forse il primo della storia.
La sua figura è essenziale per la storia dell’arte e la storia delle donne, non solo perché fu una pittrice che si slegò dal padre per costruirsi una propria carriera artistica indipendente – fu anche costretta per certi versi dato che venne allontanata da Roma subito dopo il processo – maturando un proprio stile pittorico, che oggi la rende una delle voci più rappresentative dell’arte barocca, ma è anche la figura simbolo dell’emancipazione femminile. Artemisia non si fece affossare dal processo, che affrontò con grande forza e coraggio: subì una doppia violenza dato che venne torturata, privata della propria intimità e derisa pubblicamente da tutta la città di Roma. Reagì a tutto questo con determinazione, trasformando il suo dolore in arte.
L’esempio di questa rifioritura sono due quadri Susanna e i Vecchioni del 1610, la tela che suggella ufficialmente l’ingresso della Gentileschi nel mondo dell’arte e che vede alle spalle ritratti il padre e il suo stupratore, e la prima versione di Giuditta che decapita Oloferne, dipinta tra il 1612-1613, che può essere letta come una rivincita della pittrice su tutto quello che aveva subito. Artemisia in questo quadro “taglia la testa” al suo passato, pone un punto di rottura totale con quella donna che era stata, definendosi come pittrice completamente indipendente. La grande forza espressiva e di gestualità di Giuditta – molto probabilmente la Gentileschi stessa – apre le porte ad una nuova e innovativa rappresentazione della donna nell’arte – non più come incarnazione di un ideale astratto e prettamente filtrato dallo sguardo maschile.


Properzia de’ Rossi: la scultura come riscatto sociale.

Se provo ad immaginare i grandi cantieri che si facevano in passato, come quello che venne allestito tra 1525 e il 1526 a Bologna per la Basilica di San Petronio, vedo volare la polvere del marmo e il suono degli scalpellini sulla pietra dura, quella stessa pietra che, scoperta da tutti i suoi strati, ci ha regalato nei secoli molti capolavori. Dovete immaginare che questi luoghi, tanto quanto le botteghe d’arte, erano inaccessibili alle donne. La scultura, in particolare, era un lavoro duro e faticoso, non adatto – secondo le convinzioni del tempo – alla fisicità flebile e gracile delle donne.
Eppure dato che le regole hanno sempre delle eccezioni possiamo dire che Properzia de’ Rossi è stata una perfetta eccezione, dato che fu la prima scultrice della storia. Non si fece tanti problemi a lavorare fianco a fianco con i suoi colleghi uomini, che furono sempre invidiosi del suo talento. La particolarità di Properzia fu quella di essere un’artista che si costruì interamente da sola: non era figlia d’arte, ma di un notaio, si formò volontariamente nella bottega di un incisore bolognese e professò sempre la vita da scultrice.
Properzia è un esempio di rinascita dalle barriere sociali: l’essere donna non la limitiva anzi, dimostrò sin da subito la sua bravura e, nonostante i suoi colleghi scultori cercarono in ogni modo di metterle il bastone tra le ruote diffondendo malelingue sul suo conto, riuscì a partecipare al cantiere di San Petronio e ancora oggi possiamo ammirare i suoi capolavori scultorei, che hanno dato un contributo fondamentale alla rappresentazione scultorea della donna, non più fragile ma maestosa, forte e androgina – tutto questo lo vediamo incarnato nella figura di Putifarre. Ci troviamo quindi di fronte ad un’artista che fu totalmente anticonformista e intemperante, libera e intraprendente.

Elisabetta Sirani e la scuola per le donne artiste.

Il fatto che le donne fossero entrate ad un certo punto nell’arte, soprattutto nel ‘500, non portò in realtà quel cambiamento che si sarebbe svolto poi con l’inizio del XX secolo. Le donne potevano essere artiste ma solo a certe condizioni: se figlie d’arte e se appartenenti a famiglie nobili. Ciò che mancava alle artiste e che le costringeva a non essere mai al pari degli uomini, era l’istruzione. L’insegnamento dell’arte veniva fatto, fino alla nascita delle Accademie nell’800, nelle botteghe, luoghi inaccessibili ad una donna comune, ma fondamentali per la formazione artistica.
Di questo si era resa conto Elisabetta Sirani, una delle più grandi pittrici del ‘600 bolognese, morta giovanissima, a soli 27 anni. Quando il padre pittore si ammalò gravemente, fu lei a raccogliere le redini dell’attività e a far accedere sempre più allieve che volevano diventare artiste. Qui nasce la prima Accademia di disegno e pittura per future artiste di professione, dove accedono donne di qualsiasi ceto sociale. Si formano da lei artiste come: Ginevra Cantolfi, Lucrezia Scarfaglia, Vincenza Fabri, Veronica Franchi e Maria Elena Panzacchia. Soprannominata “la maestra” fu un punto di riferimento fondamentale per il panorama artistico di Bologna. La Sirani si distinse per la sua tecnica pittorica inusuale e personalissima, in controtendenza rispetto alla tradizione: ha il merito di aver introdotto nuove iconografie e tematiche che si possono considerare promotrici di nuovi ruoli femminili. Fu una delle prime artiste a dipingere il nudo maschile, genere proibito alle donne, pena il carcere.
Elisabetta Sirani cercò, nella sua breve vita, di acquisire quello per cui le donne hanno combattuto per secoli: il diritto all’istruzione. Andando in controtendenza, facendosi molti nemici – ma anche amici di spessore come Malvasia che la compianse moltissimo alla sua morte e la considerava diretta discepola di Guido Reni – lottò perchè le artiste avessero la stessa possibilità di imparare di un uomo, per far sì che potessero essere finalmente considerate alla pari.

Le pittrici donne a Bergamo: la storia di Teresa Mallegori.

Quella di Teresa Mallegori è una storia difficile da ricostruire, perchè, ovviamente, le fonti sono poche e sporadiche. Con la sua figura, ho cercato di fare un piccolo tributo al territorio in cui sono cresciuta e alla città dove ho studiato all’università: Bergamo.
Grande esponente del Risorgimento italiano, simpatizzante dell’Unità d’Italia e donna di profonda cultura, Teresa Mallegori è un esempio di come, nonostante la vita delle donne fosse destinata alla famiglia e alla crescita dei figli, non abbandonò mai la sua passione per la pittura, anche quando non venne accettata dall’Accademia Carrara di Bergamo nell’esporre le sue vedute di paesaggio.
Volle sin da subito imparare a dipingere e si formò grazie a dei pittori bergamaschi che le insegnarono come utilizzare i colori e impugnare il pennello. Nonostante i gravi lutti, l’esilio forzato per i suoi ideali, i frequenti no delle Accademie, la Mallegori non si arrese mai e fece di tutto perché anche i suoi figli, come lei, venissero indirizzati alle arti che, come credeva fortemente, avevano il potere di cambiare il mondo e nel suo caso un paese intero come l’Italia.
