Ruth Orkin e il cinema nella fotografia

14 dicembre 2023 - Stefania Abegaille

Una delle caratteristiche che accomuna molte delle fotografe del passato, ma potremmo azzardare a dire, di molte artiste, è quella di sparire. Ruth Orkin, oggi considerata una delle fotografe e fotoreporter più rilevanti del XX secolo, condivise tale sorte.

Nonostante ciò, creò opere del tutto innovative, in cui il cinema è la lente attraverso il quale realizza le sue fotografie, dove l’idea di continuità, temporaneità e movimento è sempre presente. Il binomio cinema e fotografia scandirà tutta la vita dell’artista.

I primi passi verso la fotografia

Nacque a Boston il 3 settembre 1921, figlia di Mary Ruby, attrice di film muti, e di Samuel Orkin, produttore delle Orkin Craft, delle barchette giocattolo molto conosciute all’epoca.

All’età di 10 anni riceve in regalo la sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, che diviene il mezzo con cui studia e scopre il mondo. Per Ruth Orkin  la fotografia è un modo per esprimersi, un linguaggio attraverso il quale ci fa conoscere la sua realtà.

“Essere un fotografo significa far sì che le persone guardino ciò che voglio che guardino.”

Macchine fotografiche Ruth Orkin

Inizia fotografando chi le sta intorno, in particolare amici e insegnanti, finché all’età di 17 anni decise di intraprendere un viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York, per poter assistere all’esposizione universale del 1939.

Ruth Orkin, Bicycle Trip, 1939

Ciò sarà decisivo per la sua carriera, sarà proprio in questa occasione che la moltitudine di foto scattate, dopo essere state messe in sequenza, daranno vita al suo primo reportage cinematografico.

Ruth Orkin, Bicycle Trip, 1939

Il sogno del cinema 

Nonostante ciò, Ruth sogna il cinema, vuole fare la regista e nel 1940 decise di studiare, almeno per un breve periodo, al Los Angeles City College e, successivamente, trovò lavoro presso la Metro-Goldwyn-Mayer, divenendo la prima fattorina della compagnia.

Affascinata da un mondo che sente suo ma allo stesso tempo la respinge, capì velocemente di non avere nessuna possibilità di carriera, cercò un’alternativa nel Corpo dell’Esercito Ausiliario Femminile, dove avrebbe dovuto studiare cinematografia.

Dalla delusione del cinema al riscatto della fotografia

Nuovamente delusa, partì per New York, dove trovò lavoro come fotografa in un nightclub, divenne membro della Photo League e, qualche anno dopo, documenterà, tramite una serie di ritratti, il Tanglewood Music Festival.

In quello stesso anno, siamo nel 1946, la rivista LOOK pubblicò il suo primo saggio fotografico, intitolato “Jimmy, the Storyteller”, e lo inviò a Edward Steichen, fotografo e direttore di fotografia del Museum of Modern Art, che, da quel momento, la incluse in qualsiasi mostra collettiva del museo.

Nel 1951 la rivista LIFE le commissionò delle foto della Israeli Philarmonic a Israele.

Successivamente decise di andare in Italia, dove incontrò Nina Lee Craig, studentessa d’arte e sua connazionale, che divenne il soggetto principale della raccolta “American Girl in Italy”, inizialmente intitolata “Don’t be afraid to travel alone”, in cui documentò l’esperienza del loro viaggio in Europa.

Ruth Orkin, American Girl in Italy, 1951

La fotografia di Orkin

La macchina fotografica è il mezzo per fissare dei momenti, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di comporre la scena, e di produrre il movimento, con un unico filo conduttore: la simulazione del tempo.

Ruth Orkin, American Girl in Italy, 1951

Nel 1952 si sposa con il collega fotografo Morris Engel, riuscendo a realizzare, anche, il sogno di diventare regista; con il marito, infatti, realizzerà alcuni lungometraggi, tra cui “Little Fugitive” nominato agli Oscar del 1953 per la migliore sceneggiatura.

Morris Engel e Ruth Orkin, Little Fugitive, 1953

Nonostante la grande passione per il cinema, non abbandonerà mai la fotografia e, nel 1978, pubblicherà una nuova raccolta dal titolo “A World Outside My Window”, con tutte le foto scattate dalla finestra del suo appartamento di New York in cui possiamo notare una città vitale, in perenne mutamento.

Ruth Orkin, A World Outside My Window, 1978

A causa di una malattia Ruth Orkin morì nel 1985 e nonostante fosse all’apice del successo le sue opere vennero dimenticate, finché, un sempre più massiccio interesse verso la fotografia e gli studi di genere, ci hanno permesso di scoprire un’artista che merita spazio nei nostri libri di storia e nella cultura contemporanea.

Sitografia:
https://www.icp.org/about

https://www.maestridellafotografia.it/fotografi/ruth-orkin/

https://www.orkinphoto.com/

https://museireali.beniculturali.it/mostra-ruth-orkin-una-nuova-scoperta/