Musei & Artiste: quando tutto ebbe inizio.
13 gennaio 2021 - Sonia Chabbi
La verità è che le donne non sono mai state trattate allo stesso modo nel mondo dell’arte e oggi rimangono drammaticamente sottorappresentate e sottovalutate nei musei, nelle gallerie e nelle case d’asta. Contare e quantificare non risolverà la discriminazione, ma le statistiche sono utili per comprendere la portata del problema. Come afferma il direttore dell’NMWA Susan Fisher Sterling, “Le persone nel mondo dell’arte vogliono pensare che stiamo raggiungendo la parità più rapidamente di quanto sia in realtà.”
Le artiste sono state emarginate per secoli. Il pregiudizio di genere è meno evidente oggi, ma le artiste contemporanee devono ancora affrontare molti ostacoli e disparità. Le loro precorritrici storiche meritano ancora che le loro storie siano raccontate.
Negli anni ’80 le Guerrilla Girls, gruppo femminista con sede a New York, in modo provocatorio, denunciava i musei ufficiali come istituzioni sessiste, tappezzando la città con il famoso manifesto:

Indagando le radici dell’esclusione a cui si riferisce, si arriva a riflettere sulla storia del museo e sull’ideologia che è alla base di questa istituzione.
Il museo nasce come luogo elitario, volto ad indicare già dal Quattrocento, i luoghi dove principi, cortigiani e uomini di Chiesa ed ampio prestigio collezionavano opere d’arte e reperti antichi.
A partire dal 1700, si diffonde la consapevolezza dell’importanza di queste collezioni per il progresso delle arti e delle scienze e sorge il desiderio di renderle accessibili a un numero di visitatori sempre più vasto: il museo diventa dunque luogo simbolo di rappresentazione e valorizzazione della cultura, della storia e dell’arte dei popoli.
Il museo emerge come strumento di “autoritarismo”: di trasmissione e conservazione del potere e dell’egemonia della cultura dominante.
“Così tutto ciò che il museo non racconta, citando A.L. Tota ne “Sociologie dell’arte: Dal Museo Tradizionale all’Arte Multimediale”, diventa profano, marginale e cade nell’oblio. Nella cultura odierna, il museo ha reincarnato i principi e la visione del mondo del patriarcato, infatti pervaso da un atteggiamento maschile, che considera superiore la cultura del “maschio“.
Le opere femminili, spesso diventano invisibili e cancellate dalla memoria collettiva. Nonostante i recenti sforzi per correggere la discriminazione di genere nelle arti, centinaia di anni di esclusione da musei, gallerie e educazione artistica hanno lasciato un enorme divario al suo interno, anche riguardanti documenti culturali, estetici e materiali. Donne, così come queer, non bianche e artiste non-occidentali, sono state una presenza assente nei musei. Piuttosto, le donne sono state presentate come rappresentazioni e curiosità: oggetti e segni dell’esotico e erotico — piuttosto che come artiste che sono supportate e accettate come produttrici di cultura.
Il dibattito femminista, già a partire dagli anni ’60 fa emergere una nuova consapevolezza alle artiste, che iniziano a riappropriarsi di oggetti, conoscenze e spazi da una nuova prospettiva.
Si diffonde quella che viene chiamata la nuova storia o storia globale, in contrapposizione alla storia ufficiale dei grandi eventi e che crea le condizioni per l’istituzionalizzazione dei gender studies.
Questi elementi rendono possibile una ridefinizione del concetto di patrimonio culturale, di museo e del rapporto tra il museo e la città.
Le primissime mostre d’arte femminista si sono svolte nel 1970, quando la coalizione di Women Artists in Revolution ha organizzato una mostra intitolataX12, 12 Women Artists in New York. Lo scopo di questo collettivo femminista, nato nel 1969, era quello di organizzare, inoltre, proteste contro musei e gallerie che non esponevano i lavori di artiste.

Nello stesso anno, un collettivo femminile chiamato Kanonklubben ha organizzato la mostra femminista Damebideller, in luoghi diversi a Copenhagen.

Damebilleder (Images of Women) era una mostra di installazioni e azioni alternate, volta ad illustrare le condizioni sociali delle donne tramite dei tableaux tematici: Ludderen (Le Prostitute), opvasken (Le Casalinghe), skønheden (La Bellezza), forsvaret (La Difesa), kjortlerne (Gli Indumenti), lejren (Il Campo), festen (Le Celebrazioni) e bryllupskagen (La Torta nuziale).



Il 30 gennaio 1972 inaugurava il progetto di mostra collettiva femminista pionieristica Womanhouse: un display femminista, uno spazio performativo e un’installazione artistica ideata da Judy Chicago e Miriam Schapiro, co-fondatrici del FRESNO Feminist Art Program al California Institute of the Arts (CalArts).

The Womanhouse consisteva in una serie di installazioni femministe, sculture, performance e altre forme d’arte.
Le artiste che si sono riunite attorno al progetto hanno sostanzialmente tematizzato l’esperienza della femminilità bianca, eterosessuale, cisgender e della classe media all’inizio del 1970: hanno usato lo spazio per esprimere il loro disaccordo con il patriarcato e diffondere la consapevolezza sui problemi delle donne.
La femminilizzazione del lavoro, racconta nella Womanhouse una vicenda secolare di soprusi, forme subdole di oppressione e somministrazione del lavoro, comportamenti e aspettative, desideri e soggettività, attraverso i linguaggi visivi, perfomativi e spaziali dell’arte.
C’erano 17 stanze nella Womanhouse che differivano tematicamente (Cucina, Sala da pranzo, Scala nuziale, Ambiente lavorato all’uncinetto, Stanza delle foglie, Stanza di Leah, Spazio personale, Stanza dipinta, Stanza della luna rossa, ecc.), Tuttavia, tutte sono state modellate sulla base della stessa interpretazione critica dei ruoli ideologici e sociali cui le donne erano (e sono ancora in una certa misura) sottoposte.


(L’artista afferma della sua opera: “questo è esattamente dove le donne sono sempre state, tra le lenzuola e sul ripiano, è giunto il momento di uscire dall’armadio.)

Questi pionieristici progetti espositivi femministi non sono stati solo contrassegnati dall’obiettivo politico di posizionare le donne come artiste, autrici e semplicemente creatrici della ricerca di espressioni femministe e femminili nella produzione artistica, ma anche dal networking internazionale e dallo scambio transnazionale.
Hanno inoltre permesso la nascita dei primi musei di sperimentazione delle donne specializzate in Europa, che di fatto avviene per la prima volta in Germania.
Alla fine degli anni Settanta la storia delle donne nei musei continua ad essere sottorappresentata, ma alcune associazioni femminili in Germania rispondono rivendicando sempre più il diritto di rappresentanza delle donne nei musei, tra cui il progetto “Frauen ins Museum”.
Le prime mostre iniziano presso laboratori di storia desiderosi di rintracciare una genealogia femminile; successivamente l’attenzione si sposta sulla rivalutazione della vita quotidiana delle donne, sugli studi delle differenze e di genere. La ricerca storica e l’attivismo femminista sono strettamente legati: nelle mostre vengono presentati i risultati della ricerca per le donne.
Anche nella storiografica dell’arte inizia una meticolosa indagine sulle artiste dimenticate per dare loro visibilità. Un esempio è l’iniziativa “Das verborgene Museum” (il museo nascosto) a Berlino nel 1987, che realizza una mostra di opere di donne escluse dalle mostre museali, conservate in magazzini o relegate nei luoghi meno accessibili. Altri studiosi analizzano e teorizzano l’ estetica specifica e poetica “femminile”.
Ben presto, però, diventa evidente che le mostre temporanee erano troppo effimere per aiutare a iscrivere in modo permanente la produzione femminile nell’istituzione della memoria per eccellenza, il museo.
Cambiando così la strategia dell’associazionismo femminile, che si sviluppa in due direzioni opposte e complementari: da un lato l’integrazione dei musei esistenti con sezioni dedicate alle donne o considerazioni di genere, dall’altro, la creazione di luoghi autonomi separati: i musei delle donne, infatti.
I primi musei delle donne nascono in Germania a Bonn nel 1981 e a Wiesbaden nel 1984.
Il Frauenmuseum di Bonn, attraverso la promozione di artiste (tedesche ed internazionali) e il ricco archivio della biblioteca su temi specifici relativi alle donne nell’arte dal 1945, ha avuto il coraggio di realizzare la sua visione di un museo delle donne, che è diventato un faro per il paesaggio culturale della Germania e che ha dato spazio all’arte delle donne.
Proliferano anche le associazioni per un museo delle donne e nel 1989 il gruppo di ricerca “Donne e Lavoro” dell’Arbeitsmuseum di Amburgo chiede che il 50% della superficie museale fosse dedicata alle donne; una richiesta che non è stata accettata.
Molti dei progetti in quest’area potrebbero però non essere realizzati se non con grossi sacrifici rispetto all’ambizioso sogno iniziale, ovvero la mancanza di volontà politica e quindi di fondi e strutture adeguate.
Non a caso, ad esempio, che negli Stati Uniti, la storica iniziativa Women Heritage Museum Project del 1985 non abbiano ancora una sede, mentre la ricca ereditiera e collezionista Wilhelmina Holloday è riuscita ad aprireil prestigioso National Museum of Women in the Arts di Washington, rendendolo oggi l’unico grande museo al mondo esclusivamente dedicato alla difesa delle donne attraverso le arti.
Nonostante tutte le difficoltà, alcuni musei femminili riescono, grazie alla tenacia e alla creatività dei promotori, a prendere posto e ad affermarsi.