Mieko Kawakami: la sdoganazione del Giappone idilliaco
3 agosto 2022 - Emily Iachi Bretto
«Posso dire cos’è per me l’amore: impiegare una vita intera, ogni singolo istante della propria esistenza, per capire a fondo che la vita di ciascun essere vivente è una sola e non torna mai più».

Nel 2020/2021 il nome di Mieko Kawakami è diventato molto noto a chiunque sia solito bazzicare nelle librerie, il suo romanzo “Seni e Uova” (In originale: 乳と卵, Chichi to Ran) è stato diffuso per tutta la nostra penisola grazie alla casa editrice e/o. Se per molti è stata una piacevole rivelazione, credendola una nuova scrittrice d’esordio del sol levante, mi sento di dissentire, “Seni e Uova” è più vecchio di quello che ci possiamo aspettare. Infatti la sua prima pubblicazione è avvenuta più di dieci anni fa in Giappone: il 25 febbraio 2008. All’epoca era solo una novella e l’autrice in questi anni l’ha ampliata notevolmente, fino ad arrivare alla versione che conosciamo oggi. Kawakami in Italia è una scrittrice inedita che finalmente affianca grandi scrittori nipponici a noi noti come Yoshimoto Banana, Murakami Haruki e Murakami Ryu.
Come possiamo presentare questa autrice? Attingerò proprio alle sue parole in un’intervista via e-mail al Corriere della Sera:
«Sono nata e cresciuta a Osaka e vivo a Tokyo da circa vent’anni. Scrivo poesie e romanzi mentre mi prendo cura del mio bambino di otto anni. Bevo suppergiù quattro litri di acqua al giorno», ma c’è ben altro dietro la sua figura di scrittrice. Ben prima del suo debutto letterario nel 2006 come poetessa, ha lavorato per un lungo periodo come hostess di bar e commessa di libreria, è stata anche cantante J-pop (japanese pop) e ha pubblicato tre album. Insomma, una vita piuttosto attiva in vari ambiti lavorativi.
Ha pubblicato la sua prima novella nel 2007 dal titolo “Watakushi ritsu in ha, mata wa sekai” ovvero “My Ego Ratio, My Teeth, and the World” che le ha fatto vincere il premio Giapponese Tsubouchi Shoyo per giovani scrittori emergenti. È stato poi il turno di “Seni e Uova” che le ha fatto vincere il Premio Akutagawa (芥川龍之介賞 Akutagawa Ryūnosuke Shō), uno dei più prestigiosi premi letterari giapponesi per autori esordienti. La novella è stata anche lodata dal maestro Murakami Haruki che ha utilizzato queste parole:
«Non potrò mai dimenticare il senso di puro stupore che ho provato quando ho letto per la prima volta Seni e uova di Mieko Kawakami. Mi ha lasciato senza fiato», l’opera ha venduto oltre 250.000 copie ed è stata tradotta in norvegese, spagnolo, francese e varie lingue asiatiche. Successivamente, nel 2009 l’autrice pubblica il suo primo romanzo “Heaven”, che ha riscosso (e riscuote oggi) un gran successo.

Ma precisamente “Seni e Uova” di cosa parla? E soprattutto, come mai vi consiglio vivamente di leggerlo?
Come si può intuire dal nome è un romanzo al “femminile”, abbiamo tre protagoniste donne: le sorelle Natsuko, Makiko e la figlia di quest’ultima Midoriko. L’opera dà spazio a queste donne parlando di come vivono la propria vita e i problemi che affrontano in un Giappone maschilista e dai costumi opprensivi. Un pregio di questo romanzo è lo sdoganamento dell’elemento strano/bizzarro che caratterizza quasi tutta la letteratura del sol levante che noi conosciamo. Kawakami non ci vuole mentire e decide di affrontare le varie problematiche della società nipponica, come la miseria e il degrado, che colpiscono molte persone, non a caso il romanzo si apre con un discorso riguardante la povertà:
“Quando voglio sapere se una persona è nata povera, non c’è niente di meglio che chiederle quante finestre c’erano nella casa in cui è cresciuta. Non serve fare domande su ciò che mangiava e sui vestiti che indossava. Per scoprire il grado di povertà è essenziale conoscere il numero delle finestre. Sì, proprio così, perché secondo me esiste una correlazione diretta tra povertà e finestre. Nella maggior parte dei casi, se le finestre erano poche o addirittura assenti, è abbastanza facile intuire quanto una persona sia stata povera”.
A dire ciò è Natsuko, la nostra prima protagonista, che incontriamo mentre attende la sorella e la nipote all’uscita Marunouchi nord della stazione di Tōkyō, è una scrittrice ma come dice lei stessa non si sente realizzata:
“[…] ho trent’anni e non sono quasi per niente la donna che sognavo di essere quando ne avevo venti […]”.
Pian piano Natsuko inizierà a provare un senso di solitudine nella quotidianità, che però la farà ragionare sul prezioso legame che ha con la sorella e la nipote. Non sente minimamente l’esigenza di avere accanto a sé un compagno, però quando raggiunge il successo come scrittrice, inizierà a sentire l’esigenza di avere un figlio e deciderà di ricorrere alla fecondazione assistita.
Successivamente facciamo conoscenza di Makiko (la sorella di 9 anni più grande di Natsuko), che lavora come hostess in un bar di periferia a Osaka, e sua figlia la dodicenne Midoriko. Attraverso questi due personaggi, l’autrice vuole parlare del rapporto che si ha con il proprio corpo e la presa di coscienza con esso, sia nella fase della pubertà quando bisogna per forza di cose attraversare dei cambiamenti fisici che dobbiamo accettare, sia la volontà del singolo di modificarlo per sentirsi meglio con se stesso. Tutto ciò viene analizzato con l’occhio femminile dell’autrice e delle sue protagoniste.
Madre e figlia partono da Osaka per arrivare a Tokyo come ospiti di Natsuko. Makiko ha preso la decisione di rifarsi il seno a Tokyo. In questa sua scelta possiamo ritrovare un inquietante parallelismo con la madre, morta di tumore al seno anni prima. La figlia Midoriko, che come abbiamo detto ha dodici anni, sta passando quel periodo delicato nella vita di ogni essere umano chiamata pubertà. Il corpo della dodicenne è soggetto a grandi cambiamenti e lei fatica ad accettarli trovandoli addirittura terrificanti e abominevoli; non accetta la decisione della madre di modificare volontariamente il proprio corpo, anche perché non ne capisce il motivo e così si rinchiude in un mutismo rotto solo grazie alle pagine del suo diario. Oltre a parlare del rapporto con il proprio corpo l’autrice affronta anche il difficile rapporto tra madre e figlia, o più in grande il rapporto tra diverse generazioni.
“Provo un orrore pazzesco al pensiero che già prima di venire al mondo nel mio corpo ci fosse il necessario per contribuire alla nascita di un essere umano. Ero già piena di quei cosi, ne avevo dentro milioni! Il potere di dare la vita ancor prima di nascere …”
Questa citazione è uno dei tanti e sconvolgenti pensieri che la piccola Midoriko scrive con tanta concentrazione sul suo diario. In questo caso, la dodicenne è venuta alla conoscenza che il feto (ancor prima di nascere) se è donna, nelle sue ovaie, contiene già all’incirca settemila ovociti primari. Ciò la sconvolge. Molti monologhi, se non tutti, scritti sul diario hanno come tema centrale non la donna ma anzi, l’utero e la capacità di poter dare alla luce un essere vivente. La ragazza è sconcertata quando sente le coetanee eccitate per il menarca o quando una sua cara amica le spiega che per la religione shintoista le donne non possono arrivare al nirvana. Ingenuamente ma non troppo, Midoriko si fa molte domande alle quali non trova risposta e le trasmette lasciandoci perplessi e doverosi di rispondere al suo posto a quelle domande ma anche noi non troviamo alcuna risposta.
Devo dire che il personaggio di questa dodicenne mi ha riportata, con nostalgia, ai ricordi di quegli anni, quando con eccitazione si pensava al passaggio “all’età adulta” che veniva segnato proprio con il primo menarca. Ho trovato alcune affinità con Midoriko che è un personaggio, a mio parere, ben scritto e con il quale è facile immedesimarsi ed empatizzare.
Ma dire che Midoriko sia il mio personaggio preferito non è la verità, in questo romanzo mi sono legata profondamente a svariati personaggi oltre alle nostre tre protagoniste. Mieko Kawakami è estremamente abile nella descrizione dei personaggi e nel far trasparire i loro sentimenti e farli raggiungere dritti al cuore dei lettori. I dolori di Natsuko diventano i nostri, così come le sue gioie e le sue frustrazioni e quando deciderà di intraprendere il percorso della maternità si rimane con il fiato sospeso, mentre silenziosamente tifiamo per la nostra narratrice e le auguriamo tutta la felicità che si merita.
C’è da dire che Mieko è talmente abile nel farci legare ai suoi personaggi che, nonostante non compaia mai, nonna Komi (la nonna di Natsuko e Makiko) viene talmente descritta bene nei ricordi delle nipoti che ci sembra di conoscerla come se fosse la nostra simpatica vicina di casa ed è una sensazione unica e impagabile che poche volte ho sentito durante la lettura di qualche romanzo.
“La gravidanza e il concepimento non devono essere il fine ultimo. La storia non finisce lì, la vita dei bambini che vengono al mondo procede ben oltre. E prima o poi arriva senz’altro il momento in cui quei bambini vogliono conoscere la verità e sapere da dove sono venuti.”
Tornando a parlare delle tematiche sociali che tratta questo libro, già da questi elementi possiamo capire il perché la società tradizionalista patriarcale giapponese si sia composta nel leggere questo romanzo. Pensiamo soltanto alla scelta citata qualche paragrafo fa di Natsuko: avere un figlio. Una donna single in Giappone non può ricorrere all’inseminazione artificiale e nemmeno all’adozione. Oltre a ciò, ci sono degli altri elementi scioccanti che ci rivela la stessa Mieko (in questo caso di persona ma che vengono anche affrontati nel libro) sulla condizione delle donne giapponesi ancora oggi:
“Noi donne giapponesi non possiamo acquistare liberamente pillole contraccettive in farmacia e quando ci sposiamo prendiamo in automatico il cognome dell’uomo. Molte donne giapponesi per riferirsi al proprio marito usano ancora il termine “shujin”, che significa “signore”, “padrone”. […]. La parola fa chiaro riferimento a un rapporto di dipendenza e sottomissione: chi non coglie la sfumatura sostiene senza volerlo un sistema in cui la donna in quanto moglie è sottomessa all’uomo in quanto marito. La società giapponese tende ad assecondare il desiderio sessuale maschile, e si possono trovare ad esempio riviste porno nei supermercati. […]. L’unica speranza è nelle nuove generazioni e in un sistema scolastico che prenda coscienza del problema”.
Queste informazioni distruggono la visione popolare del Giappone come paese idilliaco, la terra dei fiori di ciliegio e di una società all’avanguardia, senza alcun problema sociale. Ecco perché dobbiamo leggere “Seni e uova” e altri libri analoghi, per continuare a denunciare e a essere consapevoli di ciò che non funziona anche nella nostra realtà che apparentemente ci sembra giusta. Per farci aprire gli occhi sulla nostra quotidianità e su atteggiamenti scorretti nei confronti del prossimo che a volte passano inosservati, poiché educati e giustificati dalla propria società.
Oltre a “Seni e Uova” Mieko Kawakami è la madre di un’altro meraviglioso romanzo: Heaven. Quest’altro romanzo vuole sdoganare ulteriori problemi sociali intrinsechi nella società nipponica più legati all’ambiente scolastico e adolescenziale, ma questa è un’altra storia (vi consiglio caldamente anche questa lettura!).
Quindi perché si chiama “Seni e Uova”? Questo lo lascio scoprire a voi sperando di avervi incuriosito, parlandovi di questa scrittrice del sol levante che mi ha stregata.
Bibliografia e sitografia:
Kotodama edizione deluxe, femminismo in giappone pag. 30/32. edizione 2020.
https://www.mieko.jp/
https://www.illibraio.it/news/editoria/kawakami-mieko-602800/
https://it.wikipedia.org/wiki/Mieko_Kawakami#Biografia
https://www.corriere.it/sette/cultura-societa/20_agosto_21/mieko-kawakami-gli-uomini-non-sono-signori-nostre-vite-9ea93542-dfe7-11ea-b249-6fbea5975045.shtml
https://italiawiki.com/pages/premio-di-letteratura-giapponese/premio-akutagawa.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Akutagawa
https://www.edizionieo.it/review/10152
https://www.edizionieo.it/review/10117