Letizia Battaglia, il coraggio di essere fotografa nella Sicilia della mafia.
29 maggio 2020 - Nicoletta Torri
E’ ricorso, circa una settimana fa, l’anniversario della strage di Capaci (23 maggio 1992), nella quale il giudice Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo (magistrata) e 3 agenti della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro) furono assassinati in un attentato.
Strage di mafia, l’ennesima che segnava una scia di sangue lunghissima che colpì duramente l’Italia del Sud. Fino ad arrivare alla svolta del maxiprocesso (’86-’92), uno degli eventi storici giudiziari italiani più importanti che portò finalmente in aula la mafia, ormai all’inizio della sua caduta. Sono trascorsi 28 anni da quella strage e della mafia, nonostante tutti gli sforzi, non ce ne siamo ancora liberat*.
Testimoni di quegli anni non sono stati solo gli organi giudiziari e di polizia, che combattevano in prima linea, ma lo sono stati anche giornalisti e fotografi che cercarono di colpire la mafia a parole scritte ed immagini. In particolare, la fotografia fu un mezzo fondamentale, di testimonianza degli orrori mafiosi che per la maggior parte dei casi venivano silenziati e nascosti. Su questo fronte si muove una donna, una fotografa e il suo nome è Letizia Battaglia: palermitana, classe ’35, testimone diretta di quelli che saranno chiamati “gli anni di piombo” in Italia. Inizia la sua carriera nel 1969, a più di 30 anni, collaborando con il giornale palermitano l’Ora: Letizia si ritrova ad essere l’unica donna a lavorare con un gruppo di fotografi uomini. La sua azione sul campo sarà fondamentale. Nel 1974, dopo un soggiorno a Milano, torna a Palermo e crea, con Franco Zecchin, l’agenzia Informazione fotografica, frequentata da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna. E’ proprio da questo anno che si ritrova a documentare l’inizio degli anni di piombo nella sua città, scattando foto dei delitti di mafia per informare l’opinione pubblica e scuotere le coscienze. Come lei stessa racconta, capì immediatamente di trovarsi nel mezzo di una guerra civile, dove non si sapeva chi fosse il nemico o l’amico, dove sentire gli spari e vedere i cadaveri stesi a terra era “normale”. Il suo archivio fotografico racconta l’egemonia del clan dei Corleonesi. Sono suoi gli scatti all’hotel Zagarella che ritraggono gli esattori mafiosi Salvo insieme a Giulio Andreotti e che furono acquisiti agli atti per il maxiprocesso, iniziato nell’86. Il 6 gennaio 1980 è la prima fotoreporter a giungere sul luogo in cui viene assassinato Piersanti Mattarella, allora presidente della regione. Nel 1982, è presente ai solenni funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie e della scorta. Nel 1983, fotografa il luogo dell’uccisione di Rocco Chinnici, consigliere istruttore della Procura di Palermo. Poi ci sono le fotografie iconiche che ritraggono Falcone e Borsellino, a cui lei era profondamente legata. Tutta una storia politica catturata dalla maestria della Battaglia, che non si lascia sfuggire nulla. Nemmeno i processi dei boss mafiosi, che tenta di fotografare il più vicino possibile, compiendo degli scatti rubati dei volti dei boss, per farsi riconoscere, per farsi trattare alla pari dei suoi colleghi uomini. Anche lei, come gli altri, non voleva avere paura dei mostri che in quel momento stava catturando nella pellicola della sua macchina fotografica.


Le sue foto ritraggono la violenza e il sangue che macchiò persone comuni, politici e giudici che in quegli anni combattevano per fare giustizia contro il potere mafioso. La scelta del bianco e nero è voluta, perché nitido e crudele, mostrava la realtà cruda e la sofferenza che la Sicilia in quel momento stava vivendo. Essere donna fotografa allora era inusuale: la stessa Battaglia più volte ha raccontato di essere stata spinta, strattonata o che più volte le fosse stato negato l’accesso alla scena del crimine proprio perché donna, perché alle donne non era consentito vedere e vivere la violenza. Battaglia ci dice:
“Nella scena di un omicidio erano tutti uomini: non c’era una sola donna. Anche i medici legali, i giudici che arrivavano erano tutti uomini. Allora era così. Io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora: non mi facevano passare, chiunque mi diceva “No!”, me lo dicevano perché ero donna.”

Ma proprio le donne tagliate fuori da queste vicende, in realtà sono state protagoniste dirette della sofferenza e della violenza portata avanti dalla mafia e saranno i soggetti prediletti dalla Battaglia. Mogli, madri, figlie private di una vita dignitosa e serena, che vivevano in ambienti degradati, silenziate e recluse. Ma anche donne, compagne di vita di coloro che persero la vita in questa battaglia, rimaste sole e scavate dal dolore. Iconici sono i ritratti fotografici di Rosaria Schifani, moglie di Vito Schifani poliziotto della scorta di Falcone morto nella strage di Capaci, e Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato, la quale si batté a lungo per la morte del figlio, riscattando tutt* coloro che dalla mafia volevano uscirne davvero. Fotografie queste, che parlano da sé, nella quale la Battaglia si immedesima completamente: lascia che la macchina fotografica catturi l’espressione delle due donne senza aggiungere tecnicismi, per far trasparire la naturalezza del dolore e della situazione.


Con le donne, con i bambini per strada e le persone semplici, Letizia Battaglia e la sua macchina fotografica raccontano la realtà di Palermo fatta di miseria, disordine, contrasti, quartieri degradati e splendidi palazzi, volti strafottenti e sguardi intimoriti. Non cerca la bella immagine o l’inquadratura perfetta (“ho sbagliato tante volte, non sono brava con la tecnica”); semmai, cerca gli sguardi che implorano, chiedono, denunciano, sfuggono. Non c’è un solo sguardo sereno nei volti fotografati da Letizia, solo volti profondamente scavati dalla realtà che li circonda. Perché sono proprio questi volti che raccontano la vera storia.

Letizia Battaglia è diventata, grazie ai suoi scatti, un’artista di fama internazionale. Ha ricevuto molti premi e riconoscimenti. Ha esposto le sue fotografie in tutta Europa e in Italia. Ad oggi è una delle più importanti fotoreporter degli anni di piombo e della mafia in Italia. E’ una donna che non si è mai tirata indietro, si è sempre battuta anche mettendo in pericolo la sua vita stessa. Questo ci fa capire quanto l’arte sia importante in situazioni come queste, dove la testimonianza diretta, sul campo, serva per dar voce alle battaglie che chiedono giustizia per una società migliore.
Alle persone che ci sono state, che hanno visto e che non si sono voltate dall’altra parte ma hanno parlato va il nostro più grande ringraziamento. Agli uomini e alle donne, indistintamente, che hanno portato avanti il loro lavoro sul campo, nonostante i pericoli, per denunciare e sradicare la mafia va il nostro riconoscimento. Letizia Battaglia, donna e fotografa, non ha mai perso il coraggio di raccontare, anche davanti alla morte, l’Italia della mafia: la sua esperienza ci ricordi che tutto questo va fatto sempre. Non smettiamo mai di combattere per vivere in un mondo migliore.
