“Noi facciamo le pezze perché ci sentiamo pazze”: Diane Bond e Mercedes Cuman, l’esperienza del gruppo Le Pezze
12 maggio 2023 - Alessia De Santis
Nel 1974 nel cortile dell’Accademia di Belle Arti di Brera compare un filo da bucato: appesi però non c’erano dei normali vestiti o lenzuoli, ma scampoli di tessuto e decorati da pitture e ricami.
È la prima azione del gruppo Le pezze, un collettivo femminista fondato dalle studentesse dell’Accademia Diane Bond e Mercedes Cuman insieme ad alcune scrittrici, tra cui spicca il nome di Adele Faccio. Questo happening negli spazi dell’Accademia segna un momento storico per il rapporto tra donne e arte.

Ma facciamo un passo indietro. Ci troviamo a Milano nei primi anni ‘70, da circa un decennio sono nati i primi gruppi di autocoscienza che vogliono raccogliere testimonianze ed esperienze femminili su argomenti come salute riproduttiva, diritti, maternità, vita domestica, ecc.
L’autocoscienza era stata importata dagli Stati Uniti grazie ai viaggi di importanti teoriche del femminismo come Serena Castaldi, fondatrice del gruppo Anabasi, e Carla Lonzi, fondatrice di Rivolta Femminile. In questo decennio di femminismo, le donne avevano compreso l’importanza delle rivendicazioni non solo politiche, ma anche intellettuali e creative. Per essere un’artista non bastava più inserirsi in un sistema creato per gli uomini; era necessario trovare un linguaggio nuovo per muoversi nel mondo dell’arte senza rimanere succubi del linguaggio e dei meccanismi patriarcali.
Per liberarsi dal linguaggio patriarcale era necessario trovare la specificità della creatività femminile attraverso la creazione di nuovi canoni per modellare finalmente un sistema dell’arte (gallerie, critica d’arte, mercato, storia dell’arte, allestimento, “genio artistico”…) a misura di donna. Non a caso, il celeberrimo saggio Why have there been no great women artists? di Linda Nochlin, risale proprio al 1973. Una presa di coscienza collettiva comincia ad attraversare tanto il movimento femminista quanto le artiste più o meno vicine al movimento.
Le posizioni sull’argomento non erano però unanimi. Ad esempio Carla Lonzi, la cui carriera come critica d’arte si conclude proprio all’inizio degli anni ‘70, ribadì spesso che l’arte e la pratica femminista erano inconciliabili tra loro perché il linguaggio dell’arte è intrinsecamente patriarcale. Nonostante questa convinzione ebbe molti rapporti con artiste, prima tra tutte Carla Accardi, e molte altre artiste militarono nel movimento femminista. Le esperienze nei gruppi di autocoscienza e poi nei luoghi istituzionali del femminismo, come i consultori o le librerie delle donne, furono fondamentali per tante artiste attive in questi anni.
Alla luce di questi avvenimenti risulta particolarmente emblematico che questa azione di protesta avvenga nel cortile dell’Accademia di Brera, da sempre il baluardo milanese delle arti e luogo di formazione dei principali artisti – e artiste! – della città. Eseguire l’happening proprio in un’istituzione che forma i giovani talenti artistici è un atto di forte denuncia che mostra il desiderio di smantellare questo sistema.
Rimaneva però una questione aperta: da dove cominciare per trovare la specificità della pittura femminile? Come trovare un nuovo linguaggio con cui comunicare?
Diane Bond – americana arrivata in Italia nel simbolico 1968 – e Mercedes Cuman trovano una modalità espressiva innovativa e sicuramente “femminile”, decidono infatti di ripartire da elementi che le donne conoscono molto bene: il bucato, i vestiti, il ricamo.
L’uso di scampoli di tessuto e abiti ha una duplice valenza simbolica. Se da un lato le donne nei primi anni ‘70 sono ancora confinate nella sfera domestica e, quindi, le artiste del gruppo Le Pezze rivendicano il voler “stendere il nostro bucato non più in solitudine ma insieme”, dall’altro il ricamo è storicamente un’arte tipicamente femminile e in quanto tale spesso sottovalutata e degradata.
Come tutti i generi artistici reputati “adatti alle donne” nel corso della storia, il ricamo prevede opere piccole, delicate e di stampo “domestico”. Si ignora quasi sempre l’abilità e la minuzia che esso ha richiesto a generazioni e generazioni di donne nel corso dei secoli. Ma non solo, il ricamo è anche protagonista di numerosi miti antichi, con protagoniste illustri come Penelope nell’Odissea, oppure il mito di Aracne e Filomela, in cui una sorella tesse per comunicare all’altra la violenza subita.

Recuperando tutta questa tradizione antica e recente, Bond e Cuman espongono dunque le prime pezze insieme e pubblicamente, rivendicando la rabbia e la rivoluzione. Le artiste stesse raccontano così la genesi del progetto delle pezze:
“dopo un breve periodo di scritti e disegni sulla condizione della donna che si rivelano in: pezze da piedi, toppe, rattoppi, pezze di pizzo, pupazzi di pezza, tappabuchi, pezze da ricambio, pezze d’appoggio, pezze del marchese, pezze giustificative, pezze da stoffa, abbiamo iniziato a trasformare il nostro personale\quotidiano in immagini sulla stoffa quotidiana\personale del nostro stesso sfruttamento, cioè i vestiti.”
In questo modo viene sfidata – inconsapevolmente – la convinzione di Lonzi sull’impossibilità di conciliare arte e impegno politico femminista, perché grazie alle pezze Bond e Cuman hanno dato vita ad un nuovo linguaggio artistico privo di preconcetti patriarcali: traslare l’esperienza personale su un materiale simbolico, che denunci lo sfruttamento del lavoro domestico, è un modo efficace per coniugare l’arte e le istanze femministe.
Risulta forte anche la dimensione del “noi” in quanto gruppo sociale, possibile solo dopo l’esperienza dell’autocoscienza che ha reso il privato un’esperienza politica. Viene espressa più volte la necessità di lavorare insieme come gruppo:
“vogliamo metterci in contatto con delle altre donne per raccogliere esperienze creative, per aprirci uno spazio nostro e lavorare insieme”
La necessità di fare gruppo in quegli anni risulta fondamentale, anche se ogni artista preserva la sua identità e prosegue una ricerca autonoma. Le pezze rimangono dunque un’esperienza collettiva, che nasce in gruppo e per il gruppo, per questo vengono sempre esposte in mostre collettive oppure in happening dirompenti come quello avvenuto nella piazza di Valenza Po nel 1974, contestualmente ad un dibattito sulla condizione femminile.
Il parallelismo tra la condizione della donna e pezze appare sempre più evidente negli scritti che accompagnano le varie mostre in cui vengono esposte le pezze.
Ad esempio nel 1975 sull’invio della mostra L’armadio presso la Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino, leggiamo:
“Noi facciamo le pezze
perché ci sentiamo pazze
perché le donne sono pezze”
e ancora:
“le pezze ci fanno diventare pazze
tappando rappezzando rattoppando
la donna fa le pezze
per il padre-padrone
nella rappezzatura
rattoppa anche i figli”
Le rivendicazioni di quegli anni vengono così traslate in arte attraverso un mezzo tipicamente femminista: l’esperienza di un gruppo di donne che, insieme, parlano e si ascoltano.
Bibliografia e sitografia:
https://operavivamagazine.org/schede/diane-bond/
Casero C., Gesti di rivolta. Arte, fotografia e femminismo a Milano 1975-1980, 2020, Enciclopedia delle donne,