Lesbia Cidonia, poeta e mecenate nella Bergamo del Settecento
29 gennaio 2025 - Viola Frassi
La poeta bergamasca Paolina Secco Suardo Gismondi – in arte Lesbia Cidonia – figura emblematica dell’aristocrazia intellettuale del Settecento e celebrata in vita dai più grandi intellettuali del suo tempo, visse una sorte di notorietà e oblio.
Dopo essere stata ammirata per la sua eleganza e il suo spirito colto, fu in seguito accusata di superficialità, plagio e frivolezza, finendo per essere quasi dimenticata dalla storia, anche a causa della scarsa accessibilità a documenti che attestino il suo operato; nonostante ciò, rappresentò una visione di modernità che andava oltre i limiti del suo periodo storico e della sua Bergamo. In un’epoca in cui l’accesso alla cultura era privilegio di pochi, e ancora meno per le donne, Lesbia Cidonia riuscì a trasformare la sua condizione privilegiata in un’opportunità per promuovere il sapere e l’arte.

I primi anni
Paolina Secco Suardo nacque l’11 marzo 1746 in una casa tra le vie di Città Alta – in una Bergamo ancora sotto il dominio di Venezia – da due importanti famiglie nobiliari: i Terzi, da parte della madre, e i Secco Suardo da parte del padre. Essendo dunque di ceto abbiente, ebbe il privilegio di poter accedere all’istruzione fin da piccola, seppur in maniera limitata, in quanto donna. Furono in particolar modo i genitori, Bartolomeo Secco Suardo e Caterina Terzi, a spronarla a scrivere versi, dal momento in cui possedevano una grande biblioteca di famiglia e anche la madre era poeta.

Secco Suardo per qualche anno si dedicò allo studio del francese, all’epoca la lingua principale della cultura. A diciotto anni fu data in sposa al conte Luigi Grismondi, diventando a sua volta contessa; dalle lettere che scrisse traspare che i due non erano particolarmente legati e il conte sembra non aver avuto un ruolo significativo nella sua vita. Insieme ebbero un figlio, che però morì da piccolissimo per problemi di salute.
Secco Suardo passava i suoi giorni tra le mura della sfarzosa dimora del conte, continuando a scrivere tantissime lettere, dalle quali è palese che l’eccessiva vita mondana non facesse per lei: definiva Bergamo come “ricca d’industrie più che d’elegante ingegno” e la sua stessa quotidianità come “una noia mortale che la opprimeva senza sosta”. Sentiva dunque il bisogno di avere attorno a sé degli stimoli culturali ed intellettuali, che Bergamo non riusciva ad offrirle.

Tra Bergamo, Verona e Parigi
La contessa, spinta da questo desiderio, iniziò una serie di viaggi sia in Italia che all’estero: primo fra tutti quello a Parigi, che nel Settecento era il punto di riferimento culturale per tutta l’Europa. Nella capitale francese, si innamorò dell’arte del teatro – a cui già amava assistere – e al suo ritorno a Bergamo decise di fondare una compagnia di attori diventandone primattrice, ottenendo fin da subito stima e riconoscimenti.
Nel 1784, l’interesse per la scena teatrale condusse Paolina Secco Suardo a Verona, dove si trasferì per qualche anno e dove si dedicò ad attività culturali e artistiche, diventando presto una figura di spicco nel panorama intellettuale veronese. Durante il suo soggiorno – oltre a dedicarsi alla scrittura di poesie – frequentò i salotti letterari della città, a cui era solito partecipare anche Ippolito Pindemonte, poeta classicista famoso per la sua traduzione dell’Odissea. Secco Suardo e Pindemonte intrapresero una relazione artistica e probabilmente sentimentale; quest’ultimo le dedicò una serie di componimenti dal titolo A Paolina Grismondi tra gli arcadi Lesbia Cidonia.
Infatti, Pindemonte agevolò l’entrata di Secco Suardo all’Accademia dell’Arcadia di Roma, che dal Seicento riuniva letterati desiderosi di recuperare una letteratura basata su semplicità, chiarezza e razionalità. I membri dell’Arcadia usavano spesso pseudonimi che rimandavano alla cultura greca, a cui si ispiravano: fu così che Paolina Secco Suardo divenne in arte Lesbia Cidonia – Lesbia ricorda la poeta greca Saffo e Cidonia si riferisce ad una città dell’isola di Creta.
Una donna all’avanguardia
Facendo parte dell’Accademia dell’Arcadia, la popolarità di Lesbia Cidonia crebbe esponenzialmente, arrivando a contare tra i suoi apprezzatori anche Antonio Canova ed i bergamaschi Girolamo Tiraboschi e Lorenzo Mascheroni – del quale ricordiamo il celebre poema L’Invito: versi sciolti di Dafni Orobiano a Lesbia Cidonia. Artisti come quelli non furono gli unici ad ammirarla: infatti, qualche anno dopo la contessa partì nuovamente alla volta di Parigi, stavolta passando anche per la Svizzera e la Germania, tappe in cui conobbe intellettuali del calibro di Voltaire, Goldoni e – indirettamente – anche Diderot, il quale la lodava per la bellezza e l’intelligenza che trasmetteva.
Una volta rientrata a Bergamo, la poeta diede inizio al suo personale salotto letterario: al suo interno furono coinvolti gli intellettuali più influenti dell’epoca, diventando luogo di scambi illuministi e di “sprovincializzazione” della cultura orobica, che fu sicuramente il contributo più significativo della ricerca culturale della contessa. Inoltre, un fatto curioso riguardante l’animo avanguardistico di Lesbia Cidonia, è che organizzò addirittura un “esperimento-spettacolo”, facendo volare un pallone-mongolfiera tra Bergamo e Trescore Balneario. Il primo volo di una mongolfiera fu realizzato a Parigi soltanto un anno prima.
Il declino ed il ricordo
A questo punto, l’evoluzione intellettuale e culturale di Lesbia Cidonia aveva raggiunto la sua massima espressione. Tuttavia, dalla Francia stavano giungendo idee rivoluzionarie, le quali venivano discusse nel salotto della contessa, allarmando così le autorità della Repubblica di Venezia, però senza grandi motivi: lei stessa viveva con ansia la Rivoluzione Francese, dicendo che il regno della “sua” Francia “già sì lieto e adorno, pieno è d’orror…”, e di non capire come i suoi amici intellettuali – tra cui Mascheroni – simpatizzassero per la nuova ondata democratica.
In più, nel 1797 ci fu la caduta della Serenissima e la successiva Rivoluzione bergamasca, sulla scia di quella francese. Questi risvolti politici e umani, accompagnati da una salute sempre più cagionevole, portarono Paolina Secco Suardo a ritirarsi dalla vita pubblica e trovando conforto nella religione, infine morendo quasi improvvisamente nel 1801, all’età di cinquantacinque anni.
Nel 1891, la “Scuola Magistrale Femminile per Allieve Maestre” di Bergamo, fondata nel 1861, venne dedicata a Paolina Secco Suardo in riconoscimento del suo contributo culturale; oggi, lo stesso istituto è diventato “Liceo delle Scienze Umane e Liceo Musicale Paolina Secco Suardo” continuando a onorare il nome della contessa e il suo lascito culturale.
Paolina Secco Suardo, nonostante sia nata in una famiglia nobile e quindi immensamente privilegiata e immersa nei valori vacui dell’altasocietà, è esempio di come alcune donne benestanti non si siano adagiate alla monotona – ma rassicurante – vita nobiliare o al destino imposto di mogli e madri, e abbiano fatto della propria esistenza un’esperienza di confronto intellettuale e artistico.

“O rondinella che con rauco strido
Sembri farti compagna al mio lamento
Mentre ti aggiri intorno al caro nido
L’antico ripetendo aspro tormento,
Quanto t’invidio! Io teco e piango e grido,
Ma non ho al par di te l’ali onde al vento
Franca ti affidi, e d’uno in altro lido
Puoi libera varcare a tuo talento.
Se i vanni avessi anch’io n’andrei felice
Quel dolce a riveder beato suolo
Dove partendo ho abbandonato il core;
E là vorrei… ma lassa a me non lice
Per l’ampie vie del ciel seguirti, e solo
Fatta simile a te son nel dolore.”
O rondinella – in Bergamo, di poetica finzione – Lesbia Cidonia (1778)
Sitografia:
https://www.treccani.it/enciclopedia/paolina-secco-suardo_%28Dizionario-Biografico%29
Per leggere le sue poesie: https://archive.org/details/poesiedellaconte00cido/page/n5/mode/2up