La Monaca di Monza: vivere attraverso gli sguardi altrui

6 marzo 2021 - Daniele Caffi

Dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni rimangono ben chiare solo poche vicende e, tolti i guai passati dai protagonisti, spesso quello che a tutti rimane fedelmente ancorato nella memoria è il tragico destino della Monaca di Monza, personaggio secondario che occupa pochi capitoli (IX e X), ma che ha guadagnato fin dalla pubblicazione dell’edizione Ventisettana (1827),e poi con la Quarantana illustrata (1840 – 42), una forte attrattiva e vitalità.

Prima di parlare del personaggio letterario di Gertrude è giusto sottolineare come in realtà, dell’intera vicenda, Manzoni non si sia inventato quasi nulla. Attraverso l’uso di fonti storiche, prima fra tutte l’Historiae Patriae di Giuseppe Ripamonti (1573 – 1643), l’autore ha potuto trovare una miriade di riferimenti e personaggi da inserire nel suo romanzo e, fra questi, scovò anche la storia di Marianna de Leyva (1575 – 1650) che dopo i voti divenne suor Virginia Maria de Leyva, la “vera” Monaca di Monza. Ripercorrere le vicende storiche sarebbe inutile (e non è nemmeno l’obbiettivo di questo articolo) anche perché il fedele adattamento letterario operato da Manzoni, conosciuto da tutti, ci permette a grandi linee di seguire gli eventi principali e tanto basta perciò che qui si propone di evidenziare. Per chi volesse invece approfondire la vicenda reale della monaca invito a visitare la pagina Virginia Maria de Leyva dell’Enciclopedia Online della Treccani.

L’esperienza di Gertrude, così si chiama nella finzione letteraria, è governata dagli sguardi delle altre persone e, ancora prima di conoscerla, ancora prima di sentire la sua storia, noi come lettori veniamo in contatto con lei attraverso lo sguardo di Lucia che:

“guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta […] Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.” (PS, cap. IX, pp. 170 – 171).

L’edizione Quarantana presenta ben 439 illustrazioni di Gonin guidato nella composizione dallo stesso Manzoni.

Veniamo subito introdotti alla singolarità di questa figura. È giovane, è bella, è monaca ma porta un ciuffo di capelli che esce dalla cuffia: un’anticipazione della sua vicenda. È una ribellione rispetto alla sua condizione, ribellione però che sappiamo inutile. La vicenda di Gertrude ci cattura perché è una tragedia, è un personaggio incapace di rivolta e nonostante il lettore (come il personaggio) spera durante tutto il lungo flashback che racconta la sua storia in una scappatoia, in un’ultima grande occasione di salvezza, l’avercela già presentata attraverso l’immagine come monaca indica già uno stato definito: “e fu monaca per sempre” verrà detto nel capitolo X, come per ribadire con le parole la realtà già visualizzata dall’immagine. Tragedia dunque, ma come la tragedia è il genere capace di mescolare l’alto e il basso, Manzoni ci mostra una tragedia non straordinaria, come potevano essere quelle messe in mostra nel teatro greco o in quello shakespeariano, ma una tragedia che si basa su di una vicenda che tutto sommato potrebbe riguardare tutti. Si è letto spesso l’episodio della Monaca di Monza come una critica al maggiorascato ed è sicuramente vero dato anche il contesto storico in cui è inserita la vicenda ma, se la sua vicenda risulta tanto moderna e viva anche per noi che di maggiorascato ne abbiamo solo un vago ricordo è perché tratta in realtà anche di un problema ben più profondo: l’influenza e la coercizione che gli altri possono esercitare su di noi (ma in un verso anche quella che noi esercitiamo sugli altri).

Tutta la vita di Gertrude viene mostrata attraverso il rapporto con il padre. Questo rapporto non solo la incatena ma modella anche ogni altra forma del suo comportamento sociale. La condizione di figlia, di sottomessa, è la condizione essenziale per lei di affrontare il mondo. Manzoni raccontandoci l’infanzia di Gertrude (assente nelle vicende storiche del personaggio reale e quindi unico vero punto totalmente da attribuire all’inventiva manzoniana) lega l’esperienza infantile, famigliare con la creazione della personalità della ragazza e la conseguente creazione di un destino voluto da altri. L’identità nasce da un dialogo interiore, da un’esplorazione di sé ma anche attraverso un confronto con gli altri, l’identità viene forgiata attraverso le emozioni e le sofferenze e nel caso di Gertrude il principe padre modella l’emotività della figlia, governandola e colonizzandola attraverso la paura, ma non una paura fisica punitiva, il padre la controlla attraverso il terrore di un amore negato e la chiave di questo meccanismo sono gli occhi. Gertrude passerà la sua vita a porre attenzione al modo in cui gli altri la guardano, ad accertarsi di essere sempre nelle grazie di quello sguardo valutatore. Il principe padre è solo un uomo, ma non è “solo”: egli rappresenta tutto il sistema sociale che agisce violentemente sulla psiche della vittima per controllarla attraverso una paura esistenziale, una paura di essere malvisti, una paura di essere giudicati, una paura di essere sbagliati.

Il sistema coercitivo inizia dalla volontà del padre che le impone un nome: Gertrude. Il nome è stato scelto sfogliando il Leggendario (narrazioni delle vite dei Santi) e cercando un nome appartenente a una santa di alti natali; devia volontariamente dalla tradizione di famiglia (in voga all’epoca ma che ha strascichi riscontrabili anche oggi)di battezzare i nuovi nati con i nomi degli avi e punta, consciamente, immediatamente a stabilire un contatto con il destino che attende la piccola, un rovesciamento del nomina sunt consequentia rerum (i nomi sono conseguenti alle cose) citato da Dante (Vita Nuova) e legato alla tradizione dantesca proprio nella figura di una donna, Beatrice, che si chiama così proprio perché è “colei che dà la beatitudine”. Nel caso di Gertrude il nome non indica quindi l’essenza della persona, delle sue qualità, ma indica in realtà un destino già deciso e imposto dall’esterno.

Dopo il nome:

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: “bello eh?”(PS, cap. IX, pag. 176).

La bambola diventa il medium attraverso il quale la piccola impara a riconoscersi (o forse no? Ci sono due bambole accantonate in un angolo dietro di lei e si potrebbe leggere in questo gesto una flebile coscienza di ribellione) e nell’ottica paterna queste stesse bambole devono preparare la bambina alla vita adulta. Quello delle bambole era un tema abbastanza diffuso nella nobiltà e con tutta probabilità lo stesso Manzoni utilizza un fatto reale per dare più spessore a un dramma già di per sé connotato di varie sfumature. Per renderci conto della diffusione basterà fare alcuni esempi:

Isabella d’Austria (1502)
Arabella Stuart (1577)
Catharina van Warmondt (1596)
Tre sorelline inglesi (1620 ca.)
Louise Juliana Orange Nassau

In un mondo dove i bambini non venivano ritratti da bambini ma come “piccoli adulti” la bambola simboleggia non tanto il gioco quanto la futura occupazione o status sociale del soggetto ritratto, ma se vogliamo basarci su situazioni meno lontane da noi e di diverso peso anche la semplice osservazione della realtà che circondava la quotidianità ha permesso a Manzoni di elaborare un così concreto esempio che risultava tanto attuale al suo tempo quanto nel nostro: dal Jounal di Matilde Manzoni (l’ultima dei nove figli del romanziere) sappiamo che Luisina, la figlia di sua sorella (Vittoria Manzoni) fu ritratta, più per gusto estetico che per altri motivi, esattamente come una piccola monaca e, nonostante il risultato a detta loro splendido trapela un qualcosa di malinconico e triste dal ritratto a cui entrambe non sanno dare spiegazione. Per non limitarci a casi femminili portiamo infine l’esempio di Leopardi che, a detta del padre nelle sue memorie scritte appena dopo la morte del figlio nel 1837, si divertiva assai da piccolino a vestirsi da prete e ad officiar messa con l’ausilio del suo piccolo altarino.

Se Gertrude fin da piccola viene educata con delle bambole lo sforzo paterno non si esaurisce però certo così, non è un passivo abbindolamento attraverso giocattoli e santini ma un vero e proprio disciplinamento dell’animo, quando è abbastanza grande da capire e intendere ciò che le viene detto verrà allora modellata secondo le aspettative dell’uomo:

“ehi! ehi!” le diceva; “non è questo il fare d’una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il sangue si porta per tutto dove si va.”(PS, cap. IX, pag. 177).

Compiuti i sei anni Gertrude fu introdotta nel monastero per iniziare la sua educazione (educazione in senso lato non monastico, pratica comune di molte famiglie facoltose) e proprio perché il padre aveva grande influenza monetaria grazie alle sue donazioni si assicurò un trattamento di tutto rispetto per sua figlia:

Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare; chicche e carezze senza fine. (PS, cap. IX, pag. 178).

E tutte queste premure, per quanto finte, servivano a far crescere dentro di lei la consapevolezza di essere destinata a qualcosa di grande, ad essere più importante delle altre, migliore. Ma all’interno del monastero non tutte le ragazze erano destinate alla monacazione e proprio di loro Gertrude cominciò ad avere invidia:

Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto.(PS, cap. IX, pag. 179).

Educata fin da piccola alla superiorità e sollecitata in questo sia dal padre che dalle monache accondiscendenti non poteva concepire che altre non la considerassero né tanto meno la invidiassero per la sua posizione. È qui la vera tragedia del personaggio: il suo atto di ribellione non deriva da un desiderio suo di sfuggire al destino imposto ma dal desiderio mimetico di volere quello che vogliono gli altri solo per essere nuovamente al centro dell’attenzione e fonte d’invidia. Quella di Gertrude non è un’anima bella, ma perché il padre ce l’aveva fatta. Quello di Gertrude è il dramma della libera scelta, non nel senso che non può fare quello che vuole ma nel senso che è incapace di scegliere, rimane condannata a vivere un desiderio mimetico, cioè a desiderare ciò che gli altri desiderano. Emblematico che Manzoni ci dica chiaramente che “Nessuno però le disse direttamente: tu devi farti monaca” ma neppure lei dirà mai “non voglio”. Il suo comportamento (costellato di pentimenti, ripensamenti e pentimenti dei ripensamenti) è incarnato a forme relativa allo sguardo dominatore del padre: narcisisticamente la stessa Gertrude vuole essere guardata perché vuole essere l’esempio, l’invidia di tutti ma lei stessa soccombe allo sguardo di chi la guarda. La prima volta, durante la sua prima “ribellione”, finisce per innamorarsi di un paggio perché unico di tutta la famiglia e la servitù che rompe questo digiuno di sguardi. La seconda volta, e forse più fatalmente e simbolicamente, quando risponde a Egidio con il quale Gertrude, seppur ormai lontana dalla famiglia, subirà le stesse dinamiche di dominio; simbolicamente perché nel romanzo Egidio compare dall’alto, in alto come chi domina, in alto come la figura del padre com’è sempre stata visualizzata all’interno del romanzo.

Il dramma di Gertrude non si conclude nemmeno dopo aver accettato i voti anzi, al danno anche la beffa. Per non perdere il rispetto del padre e della famiglia accetta di farsi monaca sopprimendo ogni volontà di ribellione ma una volta entrata nel monastero ecco che la promessa di farla diventare badessa non si attua e finisce per sprofondare nuovamente in un turbinio di rabbia e invidia: nuovamente non è la sua condizione a farla deprimere ma l’impossibilità di essere il centro, il fulcro e l’attenzione del convento che la mandano in collera.

Tortura allora le piccole bambine che sono lì per essere educate come a suo tempo è stata educata lei e maltratta prevalentemente quelle destinate ad una vita mondana, una vita che lei stessa non è riuscita ad ottenere. Sappiamo poi come le cose precipitano dopo l’incontro con Egidio ma prima di concludere la storia è giusto ricordare come quando il racconto della sua vita finisce, e si ritorna al chiostro con Lucia e Agnese, sarà proprio Gertrude ad ingannare Lucia e farla uscire dal convento dove era al sicuro e ancora una volta le modalità di approccio a questo misfatto sono identiche a quelle già vissute e già provate nel corso di tutta la sua vita: c’è una richiesta da parte di qualcuno che esercita un potere su di lei; lei accetta di compiere ciò che gli viene chiesto ma al contempo iniziano a sorgere dei dubbi; tra vari rimorsi e contro rimorsi prova a ribellarsi ma di nuovo lo sguardo del suo “padrone” viene a ricordare qual è la cosa che ci si aspetta da lei e abdicando ad ogni genere di iniziativa personale compie ciò che non vorrebbe (o vorrebbe? Il nodo è insoluto) compiere. Così dopo aver ingannato Lucia appena la vede allontanarsi la richiama ma nuovamente si pente del pentimento e inventando una scusa alla fine la lascia partire. Gertrude vive nel passato, vive ancora come una bambina in un eterno flashback che riporta sempre ogni sua azione e pensiero all’influenza primigenia che il padre ha lasciato su di lei, un sigillo che, nell’ottica comunque ottimistica di Manzoni, solo alla fine del romanzo sapremo spezzato.

Bibliografia:

Frare, Pierantonio. Leggere I Promessi Sposi. Bologna: Il Mulino, 2016.

Brogi, Daniela. Un Romanzo per Gli Occhi Manzoni, Caravaggio E La Fabbrica Del Realismo. Roma: Carocci, 2018.

Rossi, Luca Carlo. “Le Bambole Di Gertrude.” in studi e problemi di critica testuale. Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma,