La donna come emblema di rottura nell’opera di Ibsen

3 dicembre 2020 - Roberta Traina

Molto spesso ci si sofferma a pensare cosa sia la donna, quale sia il suo ruolo nella società, e come mai essa si trovi (anche parzialmente) sempre e comunque in un continuo lottare per i propri diritti; quelli della donna sono state, e sono tutt’ora, vestigia davvero difficili da indossare se si tratta di vivere in certe realtà.

Oggi quindi, vorrei iniziare con il parlare di Henrik Ibsen, uno dei principali interpreti della crisi della società moderna, nonché uno dei maggiori drammaturghi della letteratura della Scandinavia; è proprio con lui che voglio iniziare ad affrontare la posizione della donna nella sua epoca, una posizione scomoda, ma che fa capire molto bene come le donne, siano da sempre sotto i continui riflettori delle critiche sociali.

Henrik Ibsen (1828-1906)

In Ibsen, si nota un particolare rapporto con la società, ed è proprio per questo che quando ci si approccia a questo autore non è possibile tralasciare il ruolo della donna; un ruolo che emerge inevitabilmente nelle sue opere. Si deve comunque tener conto anche del contesto in cui viveva il drammaturgo, ovvero, il fatto che in Scandinavia le donne fossero tendenzialmente in possesso di un maggiore riconoscimento rispetto al resto dell’Europa; in ogni caso, nonostante il clima di “progresso”, non si può dimenticare che si tratta pur sempre di un contesto ottocentesco e quindi, nonostante in queste aree si valutasse l’individuo in quanto tale (al di là del sesso e condizione sociale), si considerava la borghesia al centro di tutto.

Illustrazione borghesia dell’800

In questo periodo di grandi fermenti, la donna, all’interno del focolare domestico, viene vista come colei che deve occuparsi necessariamente ed esclusivamente alla famiglia con annessa una sottomissione al marito (che risultava essere l’unica autorità in famiglia) — dunque, per una società che vedeva la donna esclusivamente come una persona che si doveva occupare della famiglia e delle faccende domestiche, non è difficile comprendere le critiche mosse al suo Casa di bambola.

Si arriva persino a definire Ibsen femminista, vedendolo come un sostenitore dei diritti della donna. In realtà però, con questa sua idea, non si tratta tanto di esplicitare un’idea femminista o schierarsi verso i diritti delle donne, bensì egli mette in scena personaggi femminili che preferiscono andare contro una vera e propria sciagura, piuttosto che restare per tutta la vita a vivere in una famiglia cedendo compromessi e sottomissioni.

Casa di Bambola con Giulia Lazzarini (Nora) e Renato De Carmine (Torvald)

Casa di bambola è per altro una delle più famose opere di Henrik Ibsen, esordita nel 1879 e rappresentata per la prima volta al FleensburgStadttheater dal 1880. Di primo acchito è stata per l’appunto oggetto di tantissime critiche a causa del finale, che si potrebbe definire del tutto sfavorevole a quella che era la società del periodo. Questo dramma svela ciò che accadeva realmente nella società, e il finale, principalmente incentrato sulla questione di Nora, interrompe i meccanismi sociali cui doveva sottostare la donna mostrando la presa di coscienza della protagonista che decide di abbandonare marito e figli pur di realizzare se stessa — da questo finale si può dedurre lo sgomento creato nella società dell’epoca, anche perché se si riflette anche solo per un attimo, e si prende in esame la vita odierna, molto spesso (almeno per quanto mi concerne) si sentono storie di donne che lasciano il marito ed i figli, ma per questo motivo vengono criticate; quando alla fine sarebbe un loro diritto quello di lasciare il marito, se questo è ciò che le fa sentire meglio o per qualsiasi altra ragione.

Casa di Bambola con Giulia Lazzarini (Nora) e Renato De Carmine (Torvald)

Ad ogni modo, dopo lo scandalo di Casa di Bambola tutti i teatri fecero un passo indietro verso questo grande drammaturgo, fino a quando il Duca di Meiningen fece allestire Spettri nel dicembre 1886 in un locale non sottoposto a censura: il locale Hoftheater. Quest’opera, scritta nel 1881, è un altro dramma scandaloso e rappresenta uno dei suoi più importanti drammi sociali con una forte critica oppositiva. Quest’opera ha un tema d’avanguardia per l’epoca (e forse anche ora) poiché parla di ciò che spesso non si vuole rivelare e per questo motivo viene considerato forte e violento. In questo caso infatti, gli spettri sono le ombre del passato che riemergono continuamente e che noi non possiamo sopprimere poiché ciò che ci ha ferito riaffiora e riaffiorerà sempre e continuamente.

Con questo testo Ibsen scuote le basi del teatro borghese perché rappresenta i personaggi in maniera torbida; i sentimenti sono sfuggenti nel loro volersi e doversi nascondere, si tratta di inquietudini interiori e complesse degli uomini moderni che sono poi le stesse di certi personaggi tragici del mondo classico.

Spettri della regia di Luca Ronconi

Se si mettono a confronto le due protagoniste dei due famosi drammi di Ibsen  (da un lato Nora e dall’altro la signora Alving), si può notare come la prima cerchi di salvare dapprima il matrimonio e poi di salvare se stessa compiendo un illecito per aprirsi la via, mentre la seconda vive gli spettri della memoria nella malattia mentale di Osvald ricordando sempre il marito che al di fuori delle mura aveva un’ottima reputazione — in realtà egli ha vissuto una vita dissoluta e si sfoga sulla moglie agendo su di lei psicologicamente e fisicamente, ma anche sul figlio, facendogliela “pagare” con la sua stessa vita.

In entrambe le opere sembrerebbe che Ibsen cerchi di far percepire un dettaglio di quella che è la logica e la mentalità borghese sferrando così un’evidente critica alla società del tempo e, senza ombra di dubbio, con questo atteggiamento mina le certezze su cui si fondava la cultura dell’epoca (tra cui il ruolo e figura della donna vista nella famiglia).

Eleonora Duse nei panni di Nora

Ibsen, quindi, mettendo al centro la donna, porta in scena tutta l’ipocrisia della classe borghese sia perché racconta il vivere sottomesso della donna sia perché, nel caso di Spettri, il pastore stesso fa prevalere il ruolo di moglie e madre su quello di donna mostrando gli “scheletri”.