Storica, critica d’arte e scrittrice: Julia Cartwright Ady e il collezionismo d’arte di Isabella d’Este
18 maggio 2023 - Ludovica Girau
L’adozione di un approccio gender-oriented agli studi di storia dell’arte è un’acquisizione relativamente recente, soprattutto in Italia. La ricerca prende finalmente in considerazione le artiste, ma cosa sappiamo delle storiche dell’arte? Ancora troppo poco, ma siamo qui per rimediare.
Una preziosa occasione per fare il punto sulle conoscenze in Italia in merito alle storiche dell’arte e ad altre figure professionali affini, è stato il convegno di studi Le donne storiche dell’arte, tenutosi tra Macerata (28-29 aprile 2022) e Genova (26-27 maggio 2022) sotto la guida delle professoresse Patrizia Dragoni ed Eliana Carrara. Più di cinquanta interventi hanno reso possibili dei ritratti ampi e interdisciplinari su figure italiane e internazionali variamente impegnate nella critica d’arte, nella curatela, in architettura e in archeologia.
Ma il 2022, anno della Biennale d’arte di Venezia meno fallocentrica di sempre, ci ha regalato altre emozioni: si è tenuto infatti un seminario di formazione tra Firenze e Bologna (20-23 settembre 2022) a cura di Elisa Camporeale e Andrea De Marchi, Il mestiere del conoscitore. Bernard Berenson, Herbert Horne, Roger Fry. Firenze-Londra 1900, idee diverse per una storia dell’arte sulle opere, che ha dedicato degli interventi ad alcune autrici inglesi e americane come Lucy Olcott Perkins, Mary Berenson e Maud Cruttwell.
Nella Gran Bretagna dell’Ottocento, cuore pulsante del più violento impero della storia, un numero significativo di donne intraprese carriere nella scrittura artistica, quando la storia dell’arte era ancora una disciplina in divenire. Storiche dell’arte, scrittrici e critiche sono state autrici di monografie, articoli, opuscoli, racconti, guide e resoconti di viaggio, come Julia Cartwright Ady, protagonista di questo articolo, Mary Merrifield, Elizabeth Eastlake, Emilia Dilke, Vernon Lee e la già citata Maud Cruttwell.
Perché la figura di Julia Cartwright Ady (1851-1924) è particolarmente interessante dal punto di vista italiano? Perché la sua biografia e il suo lavoro sono paradigmatici dell’italofilia anglosassone di età vittoriana: l’autrice fu per tutta la vita un’implacabile studiosa della storia e della storia dell’arte del nostro Rinascimento.
Nata in una tipica famiglia della nobiltà rurale anglicana inglese, Julia Cartwright fu la terza di nove figli. I due rami della famiglia risiedevano a Edgcote e Aynhoe House, nel Northamptonshire. A presiedere quest’ultima vi era lo zio di Cartwright, il deputato William Cornwallis Cartwright, appassionato collezionista e sostenitore dei moti risorgimentali italiani, che trascorse la maggior parte della sua vita a Roma. Il primo contatto di Cartwright con l’arte avvenne proprio attraverso gli oggetti collezionati ad Aynhoe House. Tanto per le prime storiche dell’arte italiane, quanto per le autrici inglesi e statunitensi dello stesso periodo, vale una considerazione analoga: nell’Ottocento essere una donna e fare di un lavoro intellettuale una professione fu spesso un privilegio di classe.
L’ambiente della media e alta borghesia inglese valorizzava l’educazione delle ragazze, e l’istruzione di Cartwright fu affidata a un tutor: i suoi diari e memorabilia, oggetto di un prezioso studio da parte di Angela Emanuel (1938-1988), ricercatrice scomparsa prematuramente, sono il perfetto esempio di quanto le giovani di buona famiglia trascorressero le proprie giornate tra lezioni e sollazzi mondani.
Le notizie a nostra disposizione attraverso diari e documenti iniziano dal 1867, quando Cartwright ha 16 anni: il primo viaggio in Italia da lei documentato avvenne nei mesi di maggio e giugno del 1968, entro le tappe canoniche di un grand-tour europeo. Fu una vorace lettrice al passo con gli ultimi sviluppi della poesia, della critica d’arte e della letteratura.
Amava Robert Browning, Walter Pater, Anna Jameson, Giorgio Vasari e George Eliot. Il suo Mantegna and Francia (1881) e i due volumi su Raffaello, The Early Works of Raphael e Raphael in Rome (1895) furono ben accolti, così come le due biografie su Beatrice d’Este (1899) e Isabella d’Este (1903) ne segnarono il successo editoriale presso il pubblico inglese e americano.
Julia Cartwright scrisse anche di più di un centinaio di articoli per le riviste inglesi più lette del tempo, come l’Art Journal, Portfolio o il Burlington Magazine, pubblicando anche 14 racconti in forma anonima per la S.P.C.K., la Society for the Propagation of Christian Knowledge.
C’è un settore delle opere di Cartwright che attende un giusto approfondimento. L’autrice ha scritto molti articoli e diversi testi su alcune protagoniste storiche di rilievo. Oltre ai lavori su Beatrice D’Este e Isabella D’Este che l’hanno resa celebre, scrisse di diverse altre figure: Dorothy Sidney, contessa del Sunderland, Enrichetta Maria di Borbone, Cristina di Danimarca e Lady Knightley, attivista anglicana per i diritti delle donne. Cosa hanno in comune tutte loro? L’eccezionalità della loro storia. Come affermato da Joan Kelly, questo interesse per biografie femminili considerate esemplari fu caratteristico dei primi studi ad orientamento femminista sulle donne.
L’Italia rinascimentale studiata e descritta dalle autrici vittoriane servì loro da luogo storico per esplorare, da nuove prospettive, le più moderne questioni legate al ruolo sociale delle donne. Il processo che consentì a diverse figure femminili del passato di emergere ed essere scoperte fu per le donne inglesi uno dei modi per trovare la propria voce.
Ben lontana da illazioni ideologiche e sentimentalismi letterari, Julia Cartwright sostenne sempre quanto i documenti fungessero da prova e memoria degli imprescindibili contributi femminili alla grandezza della società rinascimentale. La monografia su Beatrice d’Este, Beatrice d’Este, Duchess of Milan 1475-1497. A Study of the Reinassance (1899) non fu un’opera prevista sin dall’inizio dall’autrice, che sognava di portare alle stampe un più ambizioso progetto su Isabella d’Este.

Beatrice d’Este, duchessa di Milano, regnò per soli sei anni, a causa della sua prematura morte, come moglie di Ludovico Sforza, in una delle corti più potenti d’Italia: il fascino del personaggio fu dato dal ruolo, seppur breve, che rivestì in un momento critico della vita politica italiana, ma anche dal suo grande amore per le arti; quest’ultimo aspetto, nel programma di Cartwright, si configurò come un necessario precedente storico per introdurre il mecenatismo e il collezionismo artistico operati da Isabella d’Este.
Se Isabella d’Este può essere considerata la suprema rappresentante della cultura rinascimentale nella sua fase più alta, Beatrice d’Este fu invece un simbolo del vivere gioioso proprio della sua generazione e della sua classe sociale.
Isabella d’Este, Marchioness of Mantua 1474-1539. A study of Reinassance (1903) uscì per l’editore John Murray: i diari di Cartwright ne testimoniano gli anni di ricerche d’archivio, di viaggi nelle biblioteche, di corrispondenza, ma anche anni di dubbi, di blocchi e di ripensamenti.
Isabella d’Este è stato un personaggio storico in grado di esercitare un’immutata suggestione su generazioni molto lontane e diverse di scrittrici. A 83 anni di distanza dall’opera di Julia Cartwright, Rinascimento privato, la biografia immaginaria e intima di Isabella D’Este, costituì l’ultima fatica letteraria di Maria Bellonci, vincitrice del Premio Strega nel 1986.

Quello che ha accomunato le due scrittrici, a distanza di quasi un secolo, è stata l’analoga fascinazione per una personaggio storico di grandissima levatura intellettuale, una donna tanto tenace da essere considerata a torto virile, come riportato dall’iscrizione sulla tomba della marchesa che la descrive come una virili animo foemina.
“La vita di Isabella D’Este non è mai stata scritta. Dopo quattrocento anni, la più grande dama del Rinascimento attende ancora il suo biografo”.
Così scrive Carwright nella prefazione alla sua opera, dimostrandosi poi consapevole di tutti i diversi tentativi di stesura, mai completati, della biografia di Isabella d’Este condotti da autori italiani e internazionali. L’autrice riconosce il maggior merito negli studi sulla marchesa condotti fino a quel momento, all’allora direttore dell’Archivio di Stato di Mantova, Alessandro Luzio, e al suo collega Rodolfo Renier. Entrambi, attraverso lo studio di duecento lettere dalla corrispondenza Isabella D’Este erano riusciti a pubblicare, in quindici anni di lavoro, una serie di articoli e pamphlets. Renier desiderava pubblicare anch’egli una monografia dedicata a Isabella D’Este, opera che però non vide mai la luce.
Nel 1490, appena sedicenne, Isabella d’Este divenne la moglie di Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Come sua consorte, e poi come madre del futuro erede Federico nato nel 1500, Isabella esercitò un certo potere politico mentre Francesco era stato fatto prigioniero combattendo per la lega di Cambrai dall’aprile del 1509 al luglio del 1510, e agì come reggente dopo la morte dello stesso nel 1519. La marchesa ebbe un ruolo storico di primo piano, rendendo famosa agli occhi di tutto il mondo la corte mantovana. I suoi stretti rapporti con le famiglie regnanti di Milano, Napoli, Ferrara e Urbino, e i continui rapporti con papi e monarchi ne aumentarono il prestigio, guadagnato con saggezza e sagacia.
Ma è anche come mecenate d’arte e di lettere che viene ricordata Isabella d’Este, perché fu unica la sua capacità di non smettere mai di dedicarsi, anche nei momenti di maggiore impegno diplomatico, allo studio e al collezionismo.
La marchesa adattò stanze per ospitare le sue collezioni all’interno del palazzo dei Gonzaga a Mantova; una di queste stanze venne chiamata lo studiolo. La sua creazione dello studiolo ebbe importanti precedenti, ad esempio, in analoghe stanze di Ippolita Maria Sforza ed Eleonora d’Aragona. Tanto il libro su Isabella d’Este, quanto quello su Beatrice d’Este furono però sottotitolati “A study of the Reinassance“, perché entrambe le sorelle vengono rappresentate soprattutto come partecipanti attive alla vita pubblica del proprio tempo.
Proprio questa prospettiva è la chiave per comprendere il valore dell’opera di Cartwright, che si limita a raccontare una storia unica, ma getta le basi di un racconto sulla cultura rinascimentale che riconosce come costitutivo e fondamentale il contributo delle donne nei più diversi settori.
Nel caso di Isabella, Cartwright ne sottolineò il potere politico, economico e culturale, ma anche il suo essere figlia del Rinascimento, rispecchiando con le sue parole e azioni le migliori, e le peggiori, tradizioni della sua epoca: per i suoi difetti e le sue virtù, per i suoi nobili intenti e le sue ambizioni, per i metodi con cui raggiunse i suoi fini. La dedizione della marchesa nell’acquisire opere d’arte si inserisce nelle consuete pratiche collezionistiche della corte mantovana, sebbene in precedenza perseguite, su tale scala, solo da membri maschili della famiglia Gonzaga.
Il collezionismo di Isabella d’Este fu per lei determinante per discostarsi dalle attività prescritte per una consorte e per inserirsi in spazi tradizionalmente riservati agli uomini. La marchesa collezionava su scala molto più ampia rispetto ad altre nobili, e non solo: si allontanava anche dai tipi di oggetti, come la pittura religiosa e le arti decorative, solitamente prediletti dalle donne nella sua posizione. Nell’acquisizione di pittura mitologica e statuaria antica, Isabella d’Este fu del tutto eccezionale tra le protagoniste rinascimentali.
Julia Cartwright riesce a raccontare Isabella d’Este da specialista per gli specialisti, e da appassionata per gli amatori. Non trascura niente, dagli eventi politici ai loro protagonisti, sino alle interazioni puntuali con gli artisti come Andrea Mantegna. Leggiamo di opere d’arte, di commissioni dettagliatissime al limite dell’inattuabile, di oggetti antichi e di gioielli, passando per i suoi animali domestici, come l’amato cane Aura.
Ma stiamo pur sempre facendo un viaggio letterario tra il Quattrocento e il Cinquecento delle spietatissime corti italiane, e il capitolo “Isabella’s pet dwarfs” ci riporta alla realtà di consuetudini atroci.
Alessandro Luzio ricevette una copia dell’opera dall’autrice nell’estate del 1903. Proprio mentre Cartwright cominciava a crogiolarsi nell’ammirazione dei suoi colleghi e in recensioni entusiaste, si trovò improvvisamente di fronte a una feroce accusa di plagio da parte dell’archivista, poi ritirata grazie all’intervento dell’editore Murray. In questa occasione, il supporto dei coniugi Bernard Berenson e Mary Berenson si fece più intenso.
Cartwright fu legata soprattutto allo stizzoso BB da una sincera amicizia, e ne recensì positivamente le opere promuovendole presso il pubblico inglese. Quando si conobbero nel 1894 grazie alla scrittrice Vernon Lee, BB era poco più che un ventenne alla ricerca di approvazione sociale, e Cartwright un’affermata autrice di quarant’anni.
Secondo uno studio condotto da Barbara Pezzini, numerosi articoli nei primi anni del Burlington Magazine furono privi di firma, presentando semplicemente delle sigle: ad esempio, cinque articoli su quindici del primo numero di marzo del 1903 sono anonimi.
Spesso l’uso di iniziali o di uno pseudonimo nascondeva autrici e autori che adottavano consapevolmente l’anonimato per non essere identificati; uno degli scopi del progetto Index Project of the Burlington Magazine è stato proprio quello di identificare, quando possibile, queste autrici e questi autori. La scoperta più importante è stata proprio l’identificazione della sigla “M. L.” – che scrisse tre lunghe recensioni nel giugno, luglio e dicembre 1903 – con Mary Logan, il nome adottato da Mary Berenson dal 1894.
Tra questi articoli riscoperti nel 2014 figura proprio la recensione che Mary Berenson fece dell’opera principale di Julia Cartwright in seguito alle accuse di plagio che l’autrice aveva ricevuto. Questo ci permette di aggiungere un altro tassello alla comprensione del rapporto tra i coniugi Berenson e la storica dell’arte vittoriana: nell’articolo di Mary non mancano infatti lodi a Cartwright, ma soprattutto allusioni poco velate e polemiche a Luzio.
La pubblicazione di Baldassarre Castiglione, the perfect coutrier: his life and letters, 1478-1529 nel 1908 fu uno degli ultimi apici della carriera di Cartwright. Tale opera racchiuse tutti i pensieri dell’autrice sul Rinascimento italiano, configurandosi per molti versi come l’epitome dei suoi studi.
Proprio come evidenziato dallo stesso titolo dell’opera, anche in questo caso al centro del suo lavoro vi furono lo studio della vita e della corrispondenza del Castiglione; quella con Isabella d’Este, in particolare, già affrontata nei due volumi dedicati alla marchesa.
I frequenti viaggi all’estero di Cartwright furono documentati come sempre nei diari. Eppure le sue memorie private iniziarono ad essere pervase da un velo di malinconia, come se l’autrice avesse indovinato nel 1910, anno del suo ultimo viaggio all’estero, che il mondo fosse solo a quattro anni dal 1914 e dall’esplosione della Prima guerra mondiale. Emerge una grande consapevolezza da parte di Cartwright del mutamento sociale e politico che andava investendo l’Europa, ma anche del definitivo tramonto di un’epoca alla quale sentiva di appartenere così saldamente.
Cartwright decise di trasferirsi, all’inizio della guerra, dalla figlia Cecilia Ady a Oxford, ricominciando a coltivare con più serenità i suoi interessi; l’Italia tornò così a ad essere presente nelle pagine dei suoi diari.
Julia Cartwright nel periodo di permanenza ad Oxford trovò il tempo per svolgere un ruolo attivo nella fondazione di una lega italiana mirata a favorire le relazioni anglo-italiane durante il conflitto. L’esistenza di una cattedra di italiano presso la London University dovette inoltre il suo ripristino, dopo la guerra, all’influenza della stessa Cartwright e di un gruppo con cui condivise i suoi ideali.
I diari proseguono fino al 1919, anno in cui fu travolta da una malattia che le impedì di continuare a scrivere. Cinque anni dopo, Julia Cartwright morì a Oxford. La sua eredità è nelle sue opere, espressione di un’intera generazione di autrici inglesi, ma non solo.
Cecilia Ady (1881-1958) divenne una delle principali storiche del Rinascimento italiano ad Oxford del Novecento. Tre influenze spiccarono nella formazione di Cecilia Ady: lo Hugh’s College, Edward Armstrong, ma soprattutto sua madre Julia Cartwright. La figlia fu sempre consapevole di quanto quest’ultima fosse stata, nei suoi sforzi economici per garantirle l’accesso agli studi e nella sua carriera pazientemente costruita da zero, la risorsa e l’ispirazione più grandi del suo successo.
Bibliografia e sitografia
Angela Emanuel, A Bright Remembrance: The Diaries of Julia Cartwright Ady, Weinfeld and Nicolson, 1988.
Angela Emanuel, Julia Cartwright and Bernard Berenson, in “Apollo”, n. 120, 1984.
Hilary Fraser, Women Writing Art History in the Nineteenth Century: Looking Like a Woman, Cambridge University Press, 2014.
Joan Kelly, Women, History and Theory: The Essays of Joan Kelly, University of Chicago Press, 2013.
Julia Cartwright Ady, Beatrice d’Este, Duchess of Milan, 1475-1497: A Study of the Reinassance, J. M. Dent & Co., 1899.
Julia Cartwright Ady, Isabella d’Este, Marchioness of Mantua, 1474-1539: A Study of Reinassance, John Murray, 1903.
Maria Alambritis, Julia Cartwright (7 November 1851–28 April 1924), in “19: Interdisciplinary Studies in the Long Nineteenth Century”, n. 28, 2019.
Rose Marie San Juan, The Court Lady’s Dilemma: Isabella d’Este and Art Collecting in the Reinassance, in “Oxford Art Journal”, vol. 14, n. 1, 1991.
Barbara Pezzini, Connoisseurship as ‘the art-element in art’: three unknown articles by Mary Berenson in the Burlington Magazine (1903): https://burlingtonindex.wordpress.com/2014/03/19/mary-berenson-burlington-magazine/#_ftn3.