Isteria, la prigione inventata per silenziare le donne.

31 ottobre 2020 - Nicoletta Torri

Ogni volta che una donna ha uno stato emotivo che non sia docile e affabile, o leggermente più emotivo del “normale”, la società reagisce zittendola con quelle solite frasette simpatiche legate al ciclo mestruale. Ma quante volte invece, oltre al ciclo, ci siamo sentite dire “sei un’isterica” “non fare l’isterica”? Sempre quando il nervosismo e la rabbia, solitamente, esplodono come succede a qualsiasi essere umano. Eppure alle donne capita più spesso di sentire questo tipo di aggettivi.  Ma perché si usa la parola isteria? Da dove deriva?

L’isteria infatti per molto tempo è stata considerata una malattia, propria delle donne. Questa convinzione è rimasta radicata per secoli fino all’inizio del ‘900, quando i medici si sono resi conto, grazie all’evoluzione del progresso medico, che in realtà si trattava di una malattia inventata ad hoc con l’obiettivo di ingabbiare e controllare le donne.

La storia dell’isteria risale alla Grecia antica, da dove deriva il termine hysteron, che significa utero. E’ stato proprio Ippocrate, il padre della medicina occidentale, a spiegarci come funziona l’utero femminile e, proprio a causa della sua visione non molto felice, le donne verranno considerate da questo momento in poi come degli esseri demoniaci, incapaci di controllare i propri istinti proprio per colpa del proprio utero.

Ippocrate infatti spiega che “è l’utero la causa di tutte le malattie delle donne”. Esso era considerato come un corpo asciutto e cavo, che assorbiva una quantità maggiore di sostanze rispetto all’uomo, che causava l’accumulo di liquido poi espulso sotto forma di sangue mestruale. Per questo la donna avrebbe bisogno continuamente del coito che, secondo Ippocrate, ha la funzione di riequilibrare le differenze di umidità dell’utero. Quando questo equilibrio viene rotto e l’utero rimane asciutto, perde peso e comincia a spostarsi nel ventre della donna, provocando dolore e “soffocazione isterica”, ovvero una sensazione si soffocamento e di confusione mentale. Questa soffocazione “accade soprattutto nelle donne che non hanno avuto rapporti sessuali e in quelle anziane”.  

(Jennifer Guerra, Come l’Isteria è stata usata per secoli per imprigionare le donne, The Vision, 18 gennaio 2019.)

Per quanto le affermazioni di Ippocrate fossero moderne per il tempo, dall’altra parte influenzarono enormemente la concezione della donna e del suo corpo, fino a strumentalizzarlo nelle epoche successive. La donna era come posseduta da questo utero che, secondo la  concezione popolare del passato, era un mostro che possedeva il suo corpo. Un mostro pericoloso, da controllare e schiacciare. Secondo la medicina quindi, lo spostamento dell’utero, provocava nella donna convulsioni, soffocamento, depressione, emozioni negative molto forti. Dalle Baccanti fino ad arrivare alle streghe medioevali, l’isteria era lo spettro di tutte quelle donne che si pensava fossero possedute dal demonio o da una forza ultraterrena e, anche una semplice richiesta di libertà, veniva interpretata come un sintomo di questa malattia.

William-Adolphe Bouguereau – La giovinezza di Bacco (1884)

Ma il passaggio fondamentale del riconoscimento dell’isteria come malattia mentale e quindi svincolata dalla religione, avviene con l’apertura del manicomio della Salpêtrière di Parigi (1656), che si trasforma in un carcere a cielo aperto dove tutti i “reietti” della società venivano rinchiusi e molte volte torturati, usati come esperimenti per le nuove cure e terapie che si stavano sviluppando nella medicina dell’epoca. Bisogna chiarire un punto fondamentale, cioè che la malattia mentale non era intesa con la nostra concezione: qualsiasi tipo di deviazione o comportamento fuori dal normale, come per esempio piangere per il nervoso o provare rabbia, veniva inteso come un sintomo negativo, di disturbo.

Philippe Pinel libera i malati mentali dall’ospedale della Salpêtrière, Parigi, 1795

Soprattutto per quanto riguarda le donne, il discorso si complica ulteriormente: con l’affermazione della borghesia la donna viene rinchiusa completamente tra le mura domestiche e qualsiasi atteggiamento stravagante veniva etichettato come deviato. Quest’ottica la vediamo chiaramente dagli abiti utilizzati che, da svolazzanti, leggeri e scollati del ‘600-‘700, passano all’uso dei corsetti, delle crinoline rigide, agli strati di tessuti e agli abiti austeri e cupi nelle quali erano imprigionate tutte le donne borghesi. Inoltre a livello sociale, le donne vengono confinate nelle mura domestiche, non possono uscire se non accompagnate, devono essere brave madri e mogli, badare alla famiglia, non avere nessun tipo di interesse se non quello della cura della casa e un poco della persona, avere un carattere dolce e gentile, non lasciarsi andare alle cattive emozioni, ecc. L’Inghilterra e la Francia sono capostipiti di questa intensa trasformazione – in peggio – della società, complici di questo soprattutto le neuroscienze sperimentali sviluppatesi in questi paesi, molto legate allo studio della fisiognomica, la quale prevedeva di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Insomma, la situazione per le donne è molto complicata, senza vie d’uscita, e molte sono costrette a vivere una vita schiavizzata dall’uomo e dalla società stessa, che le controlla e non dà loro nessun tipo di libertà. Forse questa situazione opprimente portò molte donne a soffrire ed entrare in depressione, complici anche le violenze domestiche e traumi infantili che molte di loro subivano sulla propria pelle, condannandole a finire in manicomio dove, per certi versi, trovavano qualcuno che le poteva finalmente ascoltare. L’isteria quindi diventa la malattia per eccellenza che dà sfogo a tutto ciò che le donne dovevano per forza reprimere.

Pierre Aristide Andre Brouillet, Une leçon clinique à la Salpêtrière, 1887

Tornando alla Salpêtrière, proprio qui troviamo uno dei medici più accaniti nello studio dell’isteria ovvero Jean Martin Charcot, che fu il primo ad estendere l’isteria anche agli uomini. Charcot fece una vera e propria compagna di promozione dell’isteria, facendola diventare un fenomeno spettacolare. Prima di tutto, fece produrre un album fotografico, L’Iconographie photographique de la Salpêtrière, denso di scatti delle varie fasi e pose della malattia, documentate in maniera accurata attraverso l’uso della fotografia. Questa raccolta è una vera e propria messa in scena della malattia: le pazienti assumevano la posa, in maniera teatrale, mentre il fotografo scattava la foto. Siamo agli albori della fotografia, i tempi di esposizione erano lunghissimi, per cui le pazienti dovevano assumere la posa per ore. Tutte le donne in questione recitavano, non c’era una vera documentazione dell’isteria perché era tutta finzione. Inoltre, Charcot organizzò alla Salpêtrière le Lezioni del Martedì, che iniziò a fare a cadenza settimanale: Charcot dimostrava, prima davanti agli allievi poi ad un pubblico vero, tra cui c’era anche Sigmund Freud, la crisi isterica. Sceglieva una paziente a suo piacimento, la quale era tenuta a simulare una crisi. Le sue messinscena erano fortemente maschiliste, poiché l’occhio che si posava sul corpo di queste donne percosse dalle convulsioni era di predominio maschile. Si creava così un quadretto “particolare” sulla sessualità: il potere dello sguardo maschile si applica sul corpo della donna molte volte seminudo o nudo, il quale non oppone nessun tipo di resistenza.

La spettacolarizzazione dell’isteria non fece altro che diffondere il pregiudizio nei confronti delle donne e la reazione della società fu violenta e brutale per molto tempo. Fu Sigmund Freud, nei suoi Studi sull’Isteria, a dire che la malattia nasceva dalla repressione del desiderio sessuale e non dal movimento dell’utero.  Con l’avvio del ‘900, inizia il lento distanziamento della medicina dalla concezione della malattia non più legata alla sfera biologica, ma determinata da altri fattori molto più inconsci.

Nonostante questo, fino agli anni ’50 l’isteria continuò a essere diagnosticata e trattata medicalmente nelle donne fino al 1980, quando l’isteria viene ufficialmente tolta dal DSM (il Manuale diagnostico dei disturbi mentali) e non è più una diagnosi accettata: i sintomi che una volta portavano a una diagnosi d’isteria oggi vengono ascritti a una varietà di altri disturbi. 

(Benedetta Geddo, Breve storia dell’isteria e delle sue conseguenze, Bossy.it, 17 giugno 2020.)

Sono stati fatti grandi progressi nel campo scientifico, ma il nome dell’isteria è rimasto ben radicato nella nostra società, tanto che ancora oggi si porta dietro significati, modi di dire e di vedere che condizionano fortemente la donna e il suo ruolo. Il pregiudizio che le donne siano troppo emotive e legate alla sfera corporale – il ciclo mestruale influenza lo stato emotivo – è ancora ben presente, tanto che nelle battaglie combattute dalle donne per ricoprire cariche importanti nella società, furono sempre ostacolate dalle stesse fissazioni discriminatorie, cioè che le donne fossero troppo emotive, passionali, prive di logica, non adatte a ricoprire un incarico di un certo livello. Ne è un esempio l’opera di Eutimio Ranelletti  La “donna-giudice” ovverosia la “grazia” contro la “giustizia” del 1957, volta ad ostruire con qualsiasi tipo di tesi l’entrata delle donne nella magistratura, voluta in quel periodo da Aldo Moro. Così afferma:

“Elementi tutti, che mancano – in generale – nella donna, che – in generale – “absit injuria verbis” – è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica, dominata dal “pietismo”, che non è la “pietà”; e quindi inadatta a valutare obbiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti.“

(Eutimio Ranelletti,  La “donna-giudice” ovverosia la “grazia” contro la “giustizia”, Giuffrè, 1957.)

Tesi queste prive di qualsiasi fondamento, che cercavano di sminuire fino ad annullare l’autodeterminazione sociale della donna. Questa gabbia costruita dall’isteria e strumentalizzata poi successivamente dal patriarcato per controllare e silenziare le donne, ci perseguita in continuazione. Per questo è importante conoscere la storia dell’isteria, sapere cosa molte donne nel passato sono state costrette a subire. Mi sento fortunata ad aver appreso questa storia in università, approfondendola con docenti che mi hanno trasmesso l’importanza di studiare questi argomenti. Dall’isteria e non solo, sono state combattute molte battaglie per i diritti delle donne, ma tante altre, oggi nel 2020, sono ancora da affrontare. Impariamo dall’isteria che nessuna prigione può ostacolare la voce di chi chiede diritti. Nessun* potrà mai togliere la natura di ciò che siamo. Non dimentichiamocelo.