Hannah Arendt, il male banale del nazismo

27 gennaio 2024 - Viola Frassi

Hannah Arendt è sicuramente una delle donne più menzionate nelle lezioni di storia e filosofia.

Politologa, scrittrice e filosofa di maggiore importanza del Ventesimo secolo, con i suoi famosi saggi Le origini del totalitarismo e La banalità del male ha indagato su ciò che spinge gli esseri umani a commettere atti così atroci come quelli che hanno caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale. Ma per poter parlare del suo pensiero e dei suoi contributi bisogna prima conoscere la sua storia, i suoi vissuti, le sue influenze e le sue esperienze da ebrea tedesca con il regime nazista.

Hannah Arendt da giovane

Hannah Arendt nasce il 14 ottobre 1906, a Linden, oggi parte della città di Hannover, in Germania. La sua era una famiglia della borghesia ebraica, politicamente progressista e impegnata nella vita civile, in particolare sua madre era un’appassionata socialdemocratica. Nonostante non sia stata cresciuta con un’educazione religiosa tradizionale, Arendt si indentificherà sempre con la comunità ebraica e continuerà a professarne la fede nel corso della sua vita.

Dopo vari trasferimenti, prima a Königsberg e poi a Berlino a causa della salute cagionevole del padre, che morì quando Arendt aveva solo sette anni, conclude la sua istruzione superiore nella capitale. Successivamente, a diciotto anni, si trasferisce a Marburgo per intraprendere gli studi universitari in filosofia.

All’Università di Marburgo fa una delle conoscenze più importanti della sua vita, quella del filosofo trentacinquenne Martin Heidegger – suo professore e già un accademico acclamato nella Germania dell’epoca – con il quale intraprende una relazione segreta per quasi quattro anni. Divenuta una relazione troppo difficile da gestire, Arendt decide di distaccarsi, tuttavia non perderà mai completamente i rapporti con Heidegger. Completa poi gli studi all’Università di Heidelberg, dove ottiene il dottorato nel 1929, supervisionata dall’eminente filosofo Karl Jaspers, che diventerà successivamente suo amico. Nello stesso anno sposa un altro allievo di Heidegger, Günther Stern – conosciuto con lo pseudonimo di Günther Anders – anche lui filosofo e scrittore e anche lui ebreo, dal quale poi divorzierà nel 1937.

Casa natale di Hannah Arendt a Linden, Hannover

L’ascesa del nazismo

Tutto cambia nel gennaio del 1933, quando Adolf Hitler diventa cancelliere. A causa delle imminenti leggi razziali antisemite, non solo le viene negata l’abilitazione all’insegnamento nelle università tedesche, ma viene anche arrestata e imprigionata per breve tempo dalla Gestapo per aver condotto delle ricerche ritenute illegittime sul dilagante antisemitismo all’interno del regime nazista già divenuto totalitario. Poco dopo, a causa della cancellazione dei diritti civili delle persone ebree, si vede costretta a emigrare insieme al marito per mettersi al sicuro dalla persecuzione: si trasferiscono a Praga, poi a Ginevra, stabilendosi infine a Parigi, dove Arendt si circonda di influenze letterarie, tra cui lo scrittore marxista Walter Benjamin.

Sempre nel 1933, Arendt riprende i contatti con Heidegger per via epistolare: gli manda una lettera per interrogarlo sulla veridicità delle dicerie che circolano su alcuni suoi comportamenti antisemiti, come per esempio l’esclusione dai suoi seminari degli studenti ebrei. Heidegger non fa altro che smentire questi pettegolezzi e giustificarsi, assicurando Arendt che le difficoltà che stava affrontando non avessero nulla a che fare con un suo presunto antisemitismo. Quello stesso anno, però, Heidegger si iscrive al partito nazista per poter ottenere la carica di rettore dell’Università di Friburgo.

Nel 1937 ad Hannah Arendt, così come a migliaia di ebrei tedeschi, viene revocata la cittadinanza tedesca. A causa di ciò, quando nel 1940 la Germania invade la Francia, le autorità di Vichy incarcerano Arendt nel campo di internamento di Gurs, dichiarandola “apolide illegale”, ovvero una persona senza una terra d’appartenenza, oltre che ebrea. Arendt riesce a scappare in poche settimane e si sposa per la seconda volta, con il filosofo Heinrich Blücher. Visti gli sviluppi della Seconda Guerra Mondiale in Europa, insieme attraversano la Spagna e il Portogallo per fuggire negli Stati Uniti, precisamente a New York, dove arrivano nel 1941. A New York Arendt si impegna nell’attivismo per la comunità ebraica della città e collabora con il giornale americano in lingua tedesca Der Aufbau.

Cinque anni più tardi, a guerra conclusa, torna brevemente in Germania, dove si riconcilia con Heidegger e testimonia in suo sostegno nel processo per i suoi favoreggiamenti nei confronti del regime nazista. Nel 1951, dieci anni dopo il suo arrivo in America, le viene concessa la cittadinanza statunitense e riacquisisce così i suoi diritti civili e politici. Grazie a ciò può propriamente iniziare la sua carriera accademica: dal 1957 insegna presso l’Università di Berkeley, la University of Columbia e la Princeton University, per poi insegnare alla New School for Social Research di New York fino alla fine della sua vita.

Hannah Arendt al Kulturkritikerkongress, 1958

Le opere: Le origini del totalitarismo e La banalità del male

Hannah Arendt è stata una sopravvissuta dell’Olocausto a tutti gli effetti, anche se lei non si definirà mai come tale. Il contesto storico in cui ha vissuto e l’influenza del nazismo sulla sua vita privata hanno quindi dato forma al suo pensiero e soprattutto a ciò che ha scelto di studiare e contro cui ha combattuto costantemente: i regimi totalitari.

Nel 1951, appena acquisita la cittadinanza statunitense, pubblica Le origini del totalitarismo, una profonda analisi storico-filosofica in cui Arendt si interroga su come ha potuto il genere umano arrivare a vivere in un mondo dominato dalla violenza e dall’oppressione: quali sono i processi che hanno portato agli orrori dell’Olocausto e a politiche volte allo sterminio?

Arendt considera il totalitarismo un “male radicale” che proviene dalla modernità e dalla società di massa in cui domina l’atteggiamento egoista dell’individuo, che a causa di ciò arriva a non saper più distinguere tra il bene e il male. La società di massa porta quindi l’essere umano, inglobato e uniformato, a non riconoscere più i valori morali e a giustificare crimini agghiaccianti considerandoli semplici ordini dall’alto. Quello della modernità è un individuo diventato “bestia da lavoro”, che dà importanza solo a ciò che produce.

Questi concetti vengono poi ripresi e ulteriormente indagati ne La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, pubblicato nel 1963, libro-inchiesta su Adolf Eichmann, funzionario nazista e uno dei principali responsabili della deportazione e dello sterminio degli ebrei durante l’Olocausto. Il libro si concentra sul processo per i crimini di guerra di Eichmann, il quale, quando gli fu chiesto il motivo degli orribili atti che aveva compiuto, dava sempre risposte diverse – prima dicendo che stava solo seguendo gli ordini, poi che la sua coscienza lo obbligava ad essere leale ai suoi superiori – ma tutte giungevano alla stessa conclusione: “Ho fatto quello che ho fatto”.

Di ciò Hannah Arendt scrisse che Eichmann non stava mentendo, che non era un uomo spietato o sanguinario, non era ideologicamente impegnato come Hitler, Göring o Himmler, era semplicemente un funzionario, una persona comune, incapace di fermarsi a pensare a quello che stava facendo, soggetta all’abitudine e agli impulsi meccanici di una società uniformata, e la cosa orribile ed inquietante era proprio questa: potenzialmente, secondo Arendt, siamo tutti più o meno incapaci di pensare alle nostre azioni, per lei sta proprio in questo la “banalità del male”.

L’analisi che Arendt fa del generale Eichmann non viene subito accettata e lei viene accusata di stare giustificando i terribili atti perpetrati dal regime nazista e di spezzare una lancia a favore di Eichmann, venendo addirittura considerata “un’ebrea contro gli ebrei”.

Tuttavia, non è per niente questa l’intenzione di Arendt, il cui obiettivo era quello di indagare negli aspetti profondi della psiche di Eichmann e di dare una spiegazione a uno dei fenomeni più oscuri della storia dell’umanità. Il pensiero che sia proprio l’uomo di famiglia ad essere uno dei più grandi criminali del Ventesimo secolo è un’idea che tuttora risuona tra i sociologi e gli storici odierni.

Hannah Arendt speaks at a monthly seminar in which professors from all departments of the Graduate Faculty participate, The New School, 65 5th Avenue at 14th Street, Manhattan, New York, February 19, 1969. The writing on the blackboard behind her relates to an art history lesson. (Photo by Neal Boenzi/New York Times Co./Getty Images)

Gli ultimi lavori e la morte

Negli ultimi anni della sua vita, Arendt viene invitata a tenere conferenze: ricordiamo in particolare le Gifford Lectures, una serie annuale di conferenze teologiche iniziate nel 1887 all’Università di Aberdeen, in Scozia.

È proprio alle Gifford Lectures che viene colta dal primo infarto, dal quale sopravvive. Nel mentre continua a scrivere, pubblicando opere prettamente filosofiche come Vita Activa e La vita della mente; quest’ultimo viene poi pubblicato postumo nel 1978.

Hannah Arendt muore il 4 dicembre 1975, all’età di sessantanove anni, dopo aver subito un secondo infarto nel suo appartamento di New York, lasciando al mondo anni di contributi essenziali non solo per la storia, la politica e la filosofia, ma per la storia del pensiero in generale, a cui lei ha saputo aggiungere qualcosa di nuovo e di fondamentale.

Le sue ceneri sono sepolte vicino alla tomba del marito Heinrich Blücher, al Bard College Cemetery di New York. Nel 2012 è uscito il film biografico dal titolo Hannah Arendt, tributo diretto dalla regista tedesca Margarethe von Trotta.

Sitografia
https://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/hannah-arendt/

https://www.ilfoglio.it/cultura/2022/11/12/news/viaggio-nella-banalita-del-male-cosi-hannah-arendt-ha-dato-corpo-al-pensiero-puro-4632786/

https://www.treccani.it/enciclopedia/hannah-arendt/

https://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt_e_Martin_Heidegger

https://biografieonline.it/biografia-hannah-arendt

https://www.filosofemme.it/2020/06/01/hannah-arendt-la-filosofa-che-pensava-da-se/