Giornata della memoria: la testimonianza fotografica di Margaret Bourke-White

27 gennaio 2021 - Nicoletta Torri

Oggi è il 27 gennaio 2021, giornata della memoria, nella quale si commemorano tutte le vittime dell’Olocausto. Il giorno è stato scelto perché proprio il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, più nota con il nome tedesco di Auschwitz e scoprirono l’esistenza di quello che fino ad allora i tedeschi avevano tenuto nascosto agli occhi del mondo, l’orrore e l’inferno che nessuno si aspettava di scoprire: i campi di concentramento, macchine di sterminio di massa, nei quali furono ritrovati i pochi sopravvissuti che erano rimasti, ridotti in fin di vita. Da quel momento altri lager furono scoperti in tutta l’Europa come Dachau, Mauthausen e Buchenwald. Le atrocità commesse dai nazisti contro persone innocenti, inermi, ebree per la maggioranza ma anche zingari, omosessuali e oppositori politici, vennero finalmente alla luce. 

Sono trascorsi 76 anni da quel momento. Sono stati prodotti documentari, film, sono state raccontate testimonianze da parte dei sopravvissuti, sono stati fatti dei processi per crimini contro l’umanità. Eppure c’è ancora chi dice che tutto questo sia stato inventato e che sia in realtà una menzogna, nonostante le migliaia di fotografie che provano quanto accaduto. Proprio la fotografia ebbe un ruolo centrale in tutto questo: la sua funzione fu quella di documentare quanto accaduto nei campi di sterminio. Questo portò ad una svolta importante per quanto riguarda la considerazione e l’utilizzo della fotografia, che divenne lo strumento necessario per catturare la realtà e per dimostrare i fatti, specialmente i crimini, le violenze e le guerre. Si sviluppano proprio in questo periodo il fotoreportage, il fotogiornalismo, con i quali i fotografi scendono sul campo di battaglia per dimostrare al mondo che cosa portava la guerra e la violenza. 

Proprio per quanto riguarda l’Olocausto, è stata una donna ad essere una delle prime a testimoniare, all’Europa e all’America, gli orrori dei campi di concentramento. Parliamo di Margaret Bourke-White (1904-1971), la prima donna che fece la storia della fotografia. Fu la prima fotografa straniera ad avere il permesso di scattare foto in URSS, la prima corrispondente di guerra e la prima donna fotografa per il settimanale Life.

Margaret Bourke-White (1904-1971)

La Bourke-White nasce nel 1904, a New York. Figlia di un ingegnere progettista, da bambina visita insieme al padre un’acciaieria, dove si producono pezzi per macchine tipografiche. Il mondo dell’industria sarà il soggetto scelto per le sue prime opere. Frequenta la Columbia University e studia biologia ma, mentre è ancora al college, frequenta alcuni corsi di fotografia. La sua carriera inizia ufficialmente nel 1927, all’età di vent’anni, quando inizia a scattare fotografie industriali. Nel 1928 apre il suo studio personale a Cleveland in Ohio, dedicandosi alla fotografia e facendosi conoscere come una delle primissime donne a trattare questo genere, grazie a una predilezione nei confronti delle macchine e una curiosità per la tecnologia, tramandata dal padre inventore. Si immerge completamente nel panorama della metropoli e, con la sua macchina fotografica, va a caccia di sensazioni forti. Si arrampica sulle impalcature delle acciaierie e fotografa dall’alto dei grattacieli newyorkesi, questo perché ricerca il potere della conoscenza, vuole acquisire la capacità di leggere il mondo e non limitarsi solo a percepirlo. 

Questo periodo lo descrive proprio in questo modo:

“Per me, appena uscita dal college con la macchina fotografica al collo, The Flats erano un paradiso fotografico. Le ciminiere all’orizzonte erano i giganti di un mondo inesplorato, guardiani dei segreti e delle meraviglie delle acciaierie”.

Margaret Bourke-White al lavoro in cima al grattacielo Chrysler, New York City, 1934.
Otis Steel Company, Ohio, 1928.

Nel 1929 avviene la svolta: conobbe Henry Luce, caporedattore di Time, che la invitò a tornare a New York, per collaborare alla fondazione di una nuova rivista illustrata: Fortune. Da quel momento Bourke-White torna nella sua città natale e inizia ad alternare la fotografia pubblicitaria a quella fotogiornalistica di reportage. 

Nel 1936 inizia la sua longeva collaborazione con la rivista Life, che ebbe un ruolo predominante durante la Seconda guerra mondiale: assicurò la copertura dello sbarco in Normandia e pubblicò le foto storiche di un altro importante artista, Robert Capa. Per la prima edizione viene messa in copertina una foto della Bourke-White, L’alluvione in Kentucky del 1937. Siamo nel periodo post Grande Depressione, l’America si stava rialzando dopo una profonda crisi e la povertà e la fame caratterizzava ancora una buona parte del paese – in particolare il Sud. La fortuna dell’opera dell’artista è proprio dovuta al fatto che la sua fotografia, oltre ad avere un aspetto quasi teatrale e suggestivo ripreso dal cinema dell’espressionismo tedesco e dalle suggestioni dell’astrattismo,  ha un forte aspetto romantico: la nazione aveva bisogno di credere e sognare nella tecnologia, una delle poche speranze per contrastare gli effetti della crisi. 

L’alluvione in Kentucky del 1937.

Gli anni più importanti per la fotografa però, sono stati sicuramenti quelli passati al fronte. Durante la Seconda guerra mondiale la Bourke-White fu la prima corrispondente donna americana accreditata nell’esercito e la prima autorizzata a volare in missione di combattimento. Fu l’unica fotografa straniera in Unione Sovietica a scattare foto per testimoniare, nel 1941, il violento attacco delle truppe tedesche a Mosca. Non solo, l’unico ritratto ufficiale di Stalin che poteva circolare, lo fece sempre lei. Sempre durante la guerra, seguì le operazioni in Africa, trascorse alcuni mesi sul fronte italiano e poi in Germania. 

Copertina di Life, 1943.
Stalin nel suo ufficio nel Cremlino, 1941.

Ma arriviamo a ciò che ci interessa. Nell’aprile 1945, insieme alle truppe dell’esercito americano, fu tra le prime ad entrare e fotografare il campo di concentramento di Buchenwald, appena liberato. Qui vide l’orrore che catturò con l’occhio freddo della sua macchina. In una delle immagini più celebri scattate in questo momento, ci mostra i volti dei prigionieri internati, i quali sono totalmente illuminati dal flash. Tutti guardano verso la fotografa e, quindi, si rivolgono direttamente a noi. Sembrano affermare con i loro occhi, con i loro corpi, con le loro mani attaccate al filo spinato, il male subito e miracolosamente scampato. La morte sembra un miraggio lontano. Ciò che stupisce, a differenza delle tante immagini che mostrano i cadaveri e lo strazio, è la forza della sopravvivenza di questi uomini finalmente liberi dall’inferno nazista. La vita è ritrovata dopo tanta sofferenza. 

Buchenwald, 1945.

La Bourke-White ci dice che in questo momento dovette coprire la sua anima con un velo:

“Vidi e fotografai pile di corpi nudi senza vita, i pezzi di pelle tatuata usati per i paralumi, gli scheletri umani nella fornace, gli scheletri viventi che di lì a poco sarebbero morti per aver atteso troppo a lungo la liberazione. Buchenwald era qualcosa d’inconcepibile per la mente umana. Spesso mi chiedono come sia riuscita a fotografare tali atrocità. Per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato. Tutto si rivelava in camera oscura, al momento di stampare le mie immagini.”

Agli occhi dell’artista, la fiducia nel progresso è sparita completamente e ha lasciato il posto alla ferocia umana, la quale si è rivelata come pura fabbrica di morte. Ma per la Bourke-White, il compito della fotografia è contrastare proprio l’impoverimento spirituale dell’uomo causato dalla guerra, che lo porta al suo auto distruggimento. Il suo lavoro di testimonianza serve proprio a questo: riscattare l’umanità dalla sua brutalità, mostrare che ci può essere un effettivo cambiamento.

Buchenwald, 1945

Questo materiale che noi custodiamo oggi, è fondamentale per conservare la memoria di ciò che è stato e non deve più accadere. Soprattutto di fronte a chi nega l’evidenza dei fatti: è estremamente pericoloso e ci può portare, in un attimo, di nuovo alla deriva. L’arte, anche in questo caso ha giocato un ruolo chiave ed è proprio grazie ad essa che noi tutte e tutti ci possiamo riscattare dal male.

Margaret Bourke-White è stata una voce forte e limpida anche in altre battaglie: fece le fotografie a Mahatma Gandhi in un momento intimo e in meditazione pacifica – fu l’unica a poterlo fare – sei ore prima di morire, oppure quelle che fece in Sud Africa dove mostra nel concreto le forme dell’apartheid e non esita a calarsi nelle profondità delle miniere, mettendo in luce la fatica e gli stenti dei lavoratori.

Mahatma Gandhi, 1946.
Gold Miners, Johannesburg, South Africa, 1950.

La sua opera, la sua profonda umanità che si celava dietro all’obiettivo, il suo coraggio e la sua determinazione l’hanno resa celebre in tutto il mondo e ancora oggi possiamo osservare le sue immagini che ci raccontano la storia della sofferenza e del riscatto dell’umanità. 

Margaret Bourke-White ad una esposizione, 1964.