Francesca Alinovi: artista della critica
25 marzo 2021 - Sonia Chabbi
Francesca Alinovi (1948-1983) è stata una ricercatrice e critica militante italiana, conosciuta al pubblico oggi più per la sua tragica scomparsa, che per i numerosi contributi che ci ha lasciato.
Un’occasione preziosa per ricordare un’intellettuale intensa, i cui testi – dai diari personali, ai molti saggi e articoli di critica – restituiscono una visione originale e appassionata sui linguaggi del contemporaneo e sull’esistenza stessa.
Francesca Alinovi, dopo essersi laureata in Lettere con Francesco Arcangeli all’Università di Bologna e aver conseguito la specializzazione in Arte Contemporanea con Renato Barilli, è restata nel medesimo ateneo in veste di ricercatrice al DAMS, occupandosi soprattutto della produzione di artisti come Lucio Fontana e Piero Manzoni, delle poetiche spazialiste e dadaiste, oltre che di fotografia.
Il suo interesse per la contaminazione fra le arti è stato emblematico di un’epoca e spunto per l’arte di oggi: a tale proposito è necessario ricordare il suo contributo alla critica e alla scena artistica a cavallo tra 1970-1980.
Decide infatti di intraprendere una carriera indipendente nelle arti contemporanee partendo dalle avanguardie storiche fino ad arrivare al post-moderno.
Fu proprio il rinnovato interesse per quella avanguardia artistica, a far sì che Alinovi scrisse un importante libro sul dadaismo, Dada anti-arte e post-arte (edito da D’Anna nel 1980 e oggi reperibile solo in alcune biblioteche), in cui ne approfondiva l’origine, l’evoluzione e gli effetti:
“Tramite il dadaismo l’arte rompeva i propri “confini”, manifestandosi in qualsiasi forma e in qualsiasi luogo, incarnandosi in qualsiasi cosa, anche in oggetti della normale quotidianità, provocando la contaminazione e la mutazione delle forme artistiche tradizionali note fino a quel momento.”

Alinovi divenne un baluardo femminile nel mondo della critica d’arte anche per la sensibilità con cui si avvicinava all’insondato, andando sul campo non curante dei pericoli.
In quel periodo per una donna essere curatrice era molto più complicato di oggi: lei disegnò su se stessa una nuova tipologia di personaggio artistico che prima non esisteva oltre ad avere un ruolo così importante ed internazionale.
“Non sono io che ho raccolto queste opere, comunque, sono loro che sono venute a precipitare addosso a me”.
Così Francesca Alinovi ha descritto la sua abilità nel captare, a volte anche prima di altri, i cambiamenti in atto nella loro essenza e nella loro portata.
Questo è quello che raccontano nel recente volume dal titolo “Francesca Alinovi” (Postmedia Books, 2019), il giornalista e critico d’arte Matteo Bergamini insieme alla scrittrice regista e critica d’arte Veronica Santi: un volume prezioso che riunisce i suoi due libri più famosi (“Arte Mia” e “Arte di frontiera”) oramai introvabili e ne rivitalizza la figura densamente obliqua e profetica.

(Postmedia Books, 2019).
Apparsi su giornali, riviste e cataloghi dal 1976 al 1983, alcuni testi sono qui ripubblicati per la prima volta, altri sono inediti, mentre altri ancora sono stati selezionati da “L’arte mia”, uscito nel 1984 e rimasto, fino ad oggi, l’unico omaggio al lavoro critico di Alinovi.
In Arte Mia prospettò, senza riserve e pregiudizi, il postmoderno:
«Oggi si può fare tutto solo se si sa tutto, e se si sente di sentire tutto L’Arte Mia è paradossalmente l’arte di identità fluttuanti e dissolte L’Arte Mia è la forma d’arte postmoderna per eccellenza, perché possiede il grado massimo di intelligenze e di conoscenze e insieme di inconscio e di sensorialità».
Il libro termina con il Manifesto dell’Enfatismo, una corrente di avanguardia artistica teorizzata e sostenuta dalla Alinovi; la prima pubblicazione del manifesto avvenne sul numero 115 della rivista Flash Art nel 1983, edito in seguito alla morte della giovane critica.


Per quanto riguarda le pubblicazioni della studiosa, oltre ai tanti interventi su cataloghi e riviste specializzate come Bolaffi Arte, Domus e Flash Art, vanno segnalate anche prove editoriali incentrate su Piero Manzoni, l’esperienza Dada, la fotografia (numerosi e importanti i suoi studi sulla fotografia internazionale, inclusa quella asiatica e nipponica, testimoniati dalla prima parte del saggio La fotografia: illusione o rivelazione?, curato nel 1981 insieme a Claudio Marra ed edito da Il Mulino), il paesaggio metropolitano e la questione postmoderna.
In Una generazione post-moderna: i nuovi-nuovi, la postarchitettura, la performance vestita, edito da Mazzotta nel 1983), porta avanti una serie di studi e di ricerche dal carattere fortemente innovativo.
Francesca Alinovi nel 1982 in occasione della mostra “Una generazione postmoderna” scrive:
“Essere nuovi, oggi (…)significa dissestare l’edificio troppo ben architettato dei nostri abiti mentali (…). Ci si può inoltrare nel continente della cultura col candore stupefatto dell’immaginazione primitiva, pronti a lasciarsi guidare non dal sapere codificato ma dall’istinto appassionato, superando sbarramenti di confine, eludendo tutti i divieti di accesso.”
Nei confronti del graffitismo Francesca Alinovi aprì una nuova strada in Italia, con i suoi saggi, articoli e interviste agli artisti.

Parte nel 1977 per la prima volta da sola in direzione di New York dove incontrerà artisti come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring.
Gli stessi graffitisti la ricordano con affetto perché ebbe il coraggio, pur essendo donna e per di più bianca, di andare personalmente nel Bronx, parlare faccia a faccia con loro e capire le loro motivazioni più intime.
Le interviste di Francesca a due artisti come Keith Haring e Rammellzee sono materiale da distribuire in tutte le scuole d’arte che si rispettino.
Uno sguardo acuto, proiettato sul mondo con tutta la passione dei margini:
“Transitare per brevi momenti su territori di frontiera“, scriveva, “scorrere avventurosamente lungo avamposti instabili, per attimi d’incontro, di scambio e di contaminazione”.
I suoi articoli dedicati ai graffitisti di New York vennero poi inseriti all’interno del libro-catalogo Arte di frontiera – New York Graffiti (1984, Mazzotta), relativo alla già citata mostra sugli artisti newyorkesi chiamata “Arte di frontiera” svoltasi nel 1984 in Italia, in seguito alla morte di Francesca Alinovi, avvenuta il 12 giugno 1983 a Bologna.
Tra gli artisti invitati a esporre c’erano A One, Ahearn Daze, Holzer, Ladda e Rammellzee. L’esposizione contribuì a provare lo spirito anticipatore della Alinovi nel mondo della critica d’arte.
Francesca Alinovi è stata la brillante mente e curatrice di eventi come «I Nuovi Nuovi», alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna (1980), «Italian Wave», New York, Holly Solomon Gallery (1980), «Una generazione post-moderna», Genova e Roma e, soprattutto, dal 1977 al 1982 nelle «Settimane Internazionali della Performance» alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, curate insieme a Renato Barilli, Roberto Daolio e Marilena Pasquali, in cui figuravano Marina Abramovic , Ulay, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Vito Acconci, Laurie Anderson e molti altri.

Le ricerche e i testi pubblicati, seppur purtroppo per la maggior parte di difficile reperibilità, sono essenziali per comprendere i forti mutamenti artistici avvenuti tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.
La figura di Francesca Alinovi è stata per troppo tempo oscurata dalla cronaca nera in seguito alla sua tragica scomparsa: finendo per porre in secondo piano o del tutto in disparte, l’effettivo valore culturale del lavoro svolto da Francesca Alinovi.
“Eppure, è ovvio che l’Alinovi sia ormai diventata la grande “assente” della storia dell’arte italiana degli ultimi 40 anni. Perché non si è mai ristampata una raccolta aggiornata dei suoi scritti (scientifici) e invece i suoi diari (personali) si possono trovare in libreria? Perché youtube contiene solo filmati che parlano del suo omicidio?”

Queste sono le parole rilasciate in un’intervista da Veronica Santi regista del documentario “I am not alone anyway, 2017”, a lei dedicato.
(Per visualizzare il trailer cliccare qui https://www.manufactoryproductions.com/it/i-am-not-alone-anyway).
“Preparata, curiosa, viaggiatrice, coraggiosa: sarebbe necessario ora ridare voce alla figura di una donna, di un personaggio dell’arte quale Francesca Alinovi, che vale la pena riscoprire per la grande e profonda capacità di osservazione.”

Per terminare questo articolo in memoria della grande critica d’arte si segnala questo articolo scritto da lei stessa per il Resto del Carlino e tratto dal libro “Il mistero di via del Riccio” di Roberto Canditi (edito da Aniballi nel 1984).