Essere un ragazzo trans in Italia: la storia di Leonardo.

7 ottobre 2020 - Nicoletta Torri

Brescia. Leonardo è un ragazzo trans, ha 21 anni e ha deciso di raccontarmi la sua storia per combattere le discriminazioni verso le persone transgender.

Ha iniziato il suo percorso di transizione il 3 gennaio 2019, ha già fatto la mastectomia – rimozione del seno – a Barcellona e, dal febbraio 2020 insieme al suo avvocato, sta affrontando l’iter giuridico per il riconoscimento della propria identità maschile. Ho conosciuto Leonardo grazie all’associazione LGBT+ di Brescia Caramelle in Piedi, di cui facciamo parte, che si batte per i diritti delle persone della comunità LGBT+ e combatte le discriminazioni sul territorio bresciano.  Nonostante la lunga chiacchierata sia stata fatta attraverso uno schermo, ormai è l’abitudine data la situazione covid-19,  Leonardo mi ha spiegato, in modo limpido e diretto, che cosa vuol dire per lui essere un ragazzo trans in Italia.

Che cosa vuol dire essere una persona transgender? 

«Partiamo dal fatto che, dal punto di vista medico e psicologico, per essere ritenuti una persona trans bisogna avere la disforia di genere. Questo vuol dire che tu non ti riconosci nel tuo genere di nascita. Che tu sia non binary, bigender o quello che vuoi, devi avere la disforia di genere per essere trans». 

Quando hai capito che la tua identità di genere non corrispondeva con il tuo sesso biologico?

«All’età di quattro o cinque anni non sapevo i termini esatti, non sapevo cosa voleva dire essere trans però già sentivo qualcosa. Anche perché stiamo parlando del 2002-2003, quindi puoi capire quanta poca informazione c’era. Nel mio asilo c’erano pure le suore, fai tu».

Hai qualche ricordo d’infanzia che possa avertelo fatto capire?

«In realtà no. Era mera curiosità, mi chiedevo «ma perché sono così?» e quando mia mamma sentiva queste domande rimaneva un po’ stranita. Anche se lei non si è mai chiesta nulla perché può capitare a qualsiasi bambino che si faccia delle domande, ma non vai a pensare “ma questo bimbo da grande sarà trans o cis?”».

Quando hai proprio preso coscienza di essere un ragazzo?

«Ne ho preso coscienza a sedici anni, nel 2015. Mi sono detto “okay io non sono una femmina ma mi sento un maschio”».

Con chi hai fatto coming out?

«Mi ricordo che avevo un’amica molto stretta. E’ stata lei che mi ha aiutato a capire, quindi la persona a cui l’ho detto per prima è stata lei. Poi man mano mi sono aperto alle persone che mi stavano vicine e per ultimi i miei genitori».

Come hanno reagito i tuoi genitori e la tua famiglia?                            

«Come ben sai, nei paesini c’è molta ignoranza. Mia mamma non sapeva nemmeno distinguere l’essere trans dall’essere omosessuale. I primi tempi mi chiamavano spesso al femminile, molto di più rispetto a prima. Mia sorella piangeva, ma perché io e lei abbiamo dodici anni di differenza e voleva avere a tutti i costi una sorellina più piccola e poi sono arrivato io che, sin da subito, le distruggevo la casa delle barbie. Con la mia famiglia in generale, sono stato costretto a fare coming out perché ho fatto la mastectomia e prendevo già gli ormoni, quindi mia mamma a un certo punto mi disse “non possiamo più nasconderci”». 

E a scuola come hai fatto? Come si sono comportati gli insegnanti?

«Sulla carta non puoi cambiare il tuo nome. Non puoi passare da essere x ad essere b in un attimo. In ogni caso, tutti sapevano che stavo facendo il percorso di transizione. Mia madre era andata a parlare con la vicepreside, la quale ha informato la coordinatrice ed è stato organizzato un collegio docenti straordinario. Da quel momento si sono rivolti a me al maschile. Tranne i due docenti di religione e di igiene e cultura medico-sanitaria che hanno persistito a chiamarmi sempre con il mio dead name». 

Come hai scelto il tuo nome?

«Nei primi tempi mi facevo chiamare Aaron, però mi sono reso conto che era troppo complicato da usare. Allora ho chiesto ai miei genitori come mi avrebbero chiamato se fossi nato maschio e loro mi hanno risposto con nomi come Giacomo, Giovanni, Gioele, ecc. ma non mi piacevano. Allora ho chiesto a mia sorella – quella a cui ho distrutto la casa delle barbie – e mi ha detto Leonardo perché, quando aveva dodici anni, era innamorata follemente di Leonardo di Caprio e se io fossi stato maschio avrebbe insistito a farmi chiamare così».

In che cosa consiste la transizione a livello medico?

«Una volta attuata la presa di coscienza della propria disforia di genere, si procede per l’iter medico che inizia con sei mesi di psicoterapia, successivamente ti vengono prescritti gli esami di controllo e, una volta avuti i risultati, il medico decide quale sia la terapia più giusta per te e per il tuo corpo. Tutto viene controllato. Ti vengono somministrati gli ormoni, quindi nel mio caso il testosterone, che devo prendere ogni giorno».

Quindi hai iniziato con la terapia ormonale e sei arrivato alla mastectomia. Perché hai scelto di farla Barcellona?

«In Italia bisogna aspettare tutto l’iter del tribunale, la sentenza, metterti in lista ed è un processo molto lungo, ma volendo si può andare anche all’estero. Prima di scegliere, mi sono affidato ad un gruppo di sostegno su Facebook che si chiama Informa Trans Italia e ho chiesto informazioni per quanto riguarda questo tipo di operazioni fatte all’estero. Mia mamma sapeva che un figlio di una sua amica si era operato, sempre di mastectomia, in un Paese del Nord d’Europa e avevo chiesto informazioni sulla clinica dove era stato operato, ma costava molto. Poi sul gruppo, un ragazzo mi ha detto che era stato operato a Barcellona, in una clinica specializzata e si era trovato molto bene. Mi sono informato e ho visto che era molto più economica. Mia mamma non era molto convinta all’inizio perché diceva che non erano molto professionali ma, dopo un po’ di tempo, ha cambiato idea».

Chi ti ha accompagnato a Barcellona? Quanto sei stato lì?                          

«Mia mamma. Ho fatto la visita preoperatoria, che è gratis lì, un mese prima quindi a giugno 2019 e a luglio ho avuto l’intervento». 

Quali sensazioni hai avuto dopo l’operazione?

«Non ci credevo. Mi toccavo e non c’era più niente. Era una sensazione strana. Anche perché per vent’anni hai avuto qualcosa sul petto e poi te le tolgono. Era strano ma ero felice».

Parlando del lato più sociale, quanto sono discriminate secondo te le persone transgender all’interno della comunità LGBT+ in Italia?

«Un sacco. Come le persone bisessuali, noi siamo considerati l’ultimo anello della catena. La comunità LGBT non ha problemi ad accogliere le persone pansessuali o asessuali, ma guai ai bisessuali e ai trans! Questo succede perché, secondo me, molte persone sono invidiose. Come ha dimostrato l’intervento di Imma Battaglia, che è stato qualcosa di orripilante».

Guardando alla cronaca, come hai reagito all’omicidio di Maria Paola e a come la stampa ha trattato Ciro?

«Mi ha fatto strano vedere soprattutto il Corriere della Sera, Repubblica e il Fatto Quotidiano parlare di Ciro al femminile. Giornali tipicamente di “sinistra”, che ti aspetti che abbiano una visione più “ampia”. Invece c’è profonda ignoranza. Penso che, se mai un giorno mi dovesse succedere qualcosa (spero di no!), io non voglio essere trattato dalla stampa come è successo con Ciro, che mi cambiano il nome da Leonardo in Leonarda! Peggio di Starbucks che ti cambia il nome così, tanto per!».

Come si potrebbe favorire il  rispetto delle persone transgender?

«Si potrebbe prendere esempio dall’Inghilterra e fare dei corsi, nelle scuole, sulla storia LGBT cercando quindi di istruire le persone. Si potrebbe fare la stessa cosa anche in ambito aziendale».

Cosa diresti a una persona che sta affrontando il tuo stesso percorso per non avere paura?

«Di avere pazienza. Di lasciar perdere tutte quelle persone che insultano e discriminano perché alla fine è inutile parlarci. Bisogna continuare a seguire la propria strada ed essere forti».