Ende – La prima miniaturista donna
26 luglio 2023 - Paola Crippa
Come abbiamo visto nei precedenti due articoli, la figura della donna artista nacque nei monasteri altomedievali: l’esigenza di possedere testi di preghiera, di decorare la propria chiesa, di badare al mantenimento del monastero, producendo oggetti destinati a un mercato esterno, spinse le monache alla pratica artistica.
Tra le famiglie più illustri e certamente più lungimiranti era abitudine mandare le figlie in convento, non semplicemente per diventare monache, ma per ricevere un’educazione culturale ed artistica da poter mostrare nelle corti.
Proprio attraverso queste figure femminili si diffusero attività artistiche e intellettuali anche fra le donne laiche. Erano queste donne silenziose a produrre tessuti, stole, paramenti, gonfaloni e arazzi considerati come Arti Minori, ma che hanno certamente posto le basi per la pittura femminile dal Rinascimento in poi.
Negli scriptoria delle abbazie femminili, esistevano monache colte e dotate di grandi capacità nel disegno e nella pittura, oltre che di notevole inventiva e che si dedicavano all’arte della scrittura, della decorazione, della copiatura e del disegno, per illustrare libri devozionali, con raffinate miniature e splendide iniziali figurate, lasciando preziosi manoscritti miniati a testimonianza della loro creatività.
Tra le altre, la Badessa Gisella, sorella di Carlo Magno, che nel Monastero di Chelles fece produrre e supervisionò ben 13 manoscritti miniati. Manoscritti decorati, che testimoniano l’intensa attività e la notevole creatività delle monache: essi sono documenti di vita, di fede e di fantasia, consegnati all’eternità da donne che, tra le spesse e impenetrabili mura dei monasteri, hanno valorizzato se stesse e smantellato, in silenzio, barriere sociali e culturali apparentemente insormontabili.
Tra queste miniaturiste emerge dall’anonimato il nome di En o Ende, una delle più antiche pittrici identificabili nella Storia dell’Arte occidentale.
Il manoscritto, dove ritroviamo la firma di Ende, fu realizzato dal monaco minatore Emeterius, vissuto nel X secolo, nello scriptorium del monastero di San Salvador di Tábara, nel regno di León. Era un monastero importante, sotto la protezione reale, di oltre seicento religiosi, di entrambi i sessi, che possedeva una grande biblioteca e un corpo scelto di copisti. Emeterius fu coadiuvato da Ende che, con le sue immagini fantastiche di draghi, di angeli, di demoni e di santi, contribuì ad illustrare il più bello dei codici del Commento all’Apocalisse, un testo che era stato redatto tra il 776 e il 786, dal monaco Beato de Liébana da cui derivarono diverse copie miniate, conosciute come Beatus o Beato.

Questo codice, oggi custodito nella Cattedrale di Girona in Catalogna, è considerato il più importante codice spagnolo del X secolo ed è noto come il Beato di Girona. Si tratta di un codice in pergamena di vitello, di 284 fogli, commissionato dall’Abate Domingo, redatto in scrittura visigotica su bifolio.
Conosciamo il nome dello scrivano o copista, che si è occupato della trascrizione del testo e, appunto, della miniatrice: “En depintrix et Dei aiutrix. Frater Emeterius et presbiter”, che si traduce in “Ende pittrice e aiutante di Dio. Frate Emeterio, presbitero”.

Possiamo interpretarlo in questo modo: Ende dipinge le miniature lasciando passare attraverso di lei, attraverso il suo corpo e le sue mani, l’innominabile, il divino, il sacro, aiutando Dio a farsi presente in questo manoscritto. In questo senso interpretiamo le parole Dei aiutrix, aiutante di Dio, nel senso che attraverso di sé ci trasmette il divino, ci avvicina con le immagini alla storia della trascendenza in terra e ci mostra ciò che dobbiamo fare – secondo il testo – per arrivare alla vera trascendenza con Dio alla fine dei tempi.

E lo fa da donna. Per questo, le illustrazioni del Beato di Girona sono diverse da quelle di altri Beati attribuiti a miniatori uomini. Quindi, per concludere, l’iscrizione rivendica in modo chiaro l’autorialità dell’opera per una donna, di nome Ende, che è pienamente consapevole della sua funzione e della sua importanza.
Non abbiamo altre informazioni su Ende, se non che fosse particolarmente stimata, proprio perché il suo nome compare in fondo alla pagina, prima di quelli degli altri, che avevano collaborato alla sua realizzazione.
Forse Ende era una monaca o, secondo un’altra ipotesi, potrebbe essere stata una nobildonna, probabilmente del Leon o della Galizia, vedova o senza eredi, che avrebbe deciso di dedicarsi a quel libro non solo come artista ed esecutrice, ma anche come committente, assicurando all’abate di Tábara le considerevoli risorse necessarie per realizzarlo.
Il Beato di Girona è il più ricco di miniature, il più ricco di colori utilizzati, ed è anche particolare nell’interpretazione che la pittrice fa di alcune scene e paesaggi. Decorato a tutta pagina, esso è uno dei manoscritti pittoricamente più ricchi ed interessanti di tutta l’iconografia medievale spagnola. Si distingue non solo per l’alta qualità, per il senso decorativo mostrato dai suoi miniatori e per il gran numero di pagine minate – ne contiene ben 115 –, ma anche per la sua conoscenza delle fonti, che comprendono nuovi temi iconografici, ignoti ai manoscritti precedenti, e la sua ricerca di nuove forme di espressione che, pur riflettendo tutte le influenze già presenti nella miniatura spagnola del secolo X, di origini diverse come visigote, sassanidi, nordafricane e soprattutto carolinge e musulmana, preannuncia l’arte romanica.
L’intensità dei violenti contrasti cromatici, la sacralità data dalla fissità dei volti e il panneggio delle vesti preludono quindi a forme romaniche ed evidenziano l’espressionismo tipico dell’arte mozarabica, nata dall’incontro proficuo in terra spagnola della cultura cristiana con quella musulmana. La storiografia critica fa notare che, la caratteristica fondamentale di questa miniatura, è l’antinaturalismo, che nasce dalla confluenza di diverse vie di rappresentazione e di diverse iconografie, che si combinano in un linguaggio molto personale ed estraneo alle forme occidentali fino ad allora conosciute.
Correva l’anno 975 quando, attraverso disegni, colori, espressività, Ende consegnava alla Storia dell’Arte la sua consapevole prima vera protagonista.
Bibliografia:
Titus Burckhardt, The Foundations of Christian Art, World Wisdom, 2006.
John Williams, The Illustrated Beatus: a Corpus of the Illustrations of the Commentary on the Apocalypse. 5 voll. Londra: Harvey Miller, 1994.
Wilhelm Neuss, “Le miniature del codice di Gerona alla luce degli altri Mss. dell'Apocalisse Beata ". Note introduttive a Sancti Beati a Liebana in Apocalypsin Codex Gerundensis. Oltun in Helvetia: U. Graf, 1962.
Kevin Ray Poole, Visualizing Apocalypse: Image and narration in the decimo secolo Girona Beatus, Dissertation Presented in Partial Fulfillment of the Requirements for the Degree Doctor of Philosophy, The Ohio State University, 2006, Thesis.
Pamela E. Patton, Ende Illuminator attiva nel nord della Spagna, 975 d.C., in: Dictionary of Women Artists, a cura di Delia Gaze, Vol I: Artists, A_I, 1997.