Elsa von Freytag-Loringhoven: pioniera ribelle del Dada americano

23 aprile 2025 - Nicoletta Torri

Elsa Plötz, nota con il titolo nobiliare di Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, fu una figura eccentrica e pionieristica del movimento Dada a New York, al punto da essere soprannominata la “regina americana del movimento Dada” e la “madre del dadaismo”. La sua vita e la sua arte furono così intrecciate da rendere impossibile distinguerle nettamente.

Le radici di una ribelle: origini ed esperienze in Europa

Nata come Elsa Plötz appunto, il 12 luglio 1874 a Swinemünde, città portuale sul Mar Baltico in Germania (allora Pomerania), Elsa crebbe in una famiglia disfunzionale. Il padre Adolf, muratore violento, trasmise probabilmente la sifilide alla moglie Ida-Marie, affetta da disturbi mentali e internata in manicomio. La madre morì poi per un tumore all’utero. Dopo il secondo matrimonio del padre, Elsa entrò in conflitto con la matrigna e in un’occasione fu persino strangolata dal genitore.

A vent’anni fuggì a Berlino, dove si immerse in un ambiente cosmopolita e artistico. Qui esplorò la sessualità, con partner di entrambi i generi, lavorò in teatro e nei tableaux vivants, esibendosi anche nuda in performance come i Living Pictures. Questa precoce esposizione alla performance e alla nudità influenzerà profondamente la sua produzione artistica futura.

Dopo varie relazioni e due matrimoni, nel 1910 emigrò negli Stati Uniti con il secondo marito, Felix Paul Greve, scrittore e traduttore che simulò la propria morte per sfuggire ai debiti. I due si stabilirono in Kentucky, ma la vita rurale si rivelò incompatibile con lo spirito cosmopolita di Plötz e il matrimonio naufragò presto.

Elsa von Freytag-Loringhoven portrait,
Signal Photos / Alamy Banque D’Images

Arte e provocazione a New York

Nel 1913 Elsa Plötz giunse a New York, lo stesso anno dell’Armory Show, evento che segnò l’ingresso dell’avanguardia europea in America. Si stabilì nel Greenwich Village, cuore pulsante di dibattiti su diritti civili, emancipazione femminile e liberazione sessuale. La sua natura indipendente e il suo atteggiamento anticonformista la resero una presenza perfettamente integrata in quell’ambiente ribollente.

Armory Show (International Exhibition of Modern Art) held in 1913 at the Sixty-ninth Regiment Armory in New York City. Bettmann/Getty Images.

Sempre nel 1913 sposò Leopold von Freytag-Loringhoven, barone decaduto di origini tedesche. Ottenne il titolo, ma non la ricchezza. Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il barone tornò in Europa e scomparve; si presume si sia suicidato. Rimasta sola e senza risorse, la Baronessa si mantenne con lavori umili, tra cui operaia in una fabbrica di sigarette, dove perse due denti. Cercò anche impiego come modella, nonostante le difficoltà legate al suo aspetto secondo gli standard dell’epoca.

Nonostante la povertà, la Baronessa divenne un’icona nel Greenwich Village grazie al suo stile eccentrico e alle performance spontanee. Raccoglieva oggetti trovati e li trasformava in abiti e ornamenti bizzarri, unendo elementi viventi e non, come una gabbia per uccelli cucita alla gonna, cucchiaini come orecchini, francobolli sul viso o una torta accesa come cappello. Ogni uscita pubblica era una chiara dichiarazione artistica.

L’arte come rottura: Dada americano

La Baronessa è una figura centrale del Dadaismo americano, nato in risposta alla devastazione della Prima Guerra Mondiale. Il Dada si opponeva ai concetti tradizionali di arte, alla serietà delle istituzioni e celebrava l’assurdo e il rifiuto della logica. A New York, questo movimento si caratterizzò per il fascino verso l’industria e la tecnologia americana, come l’idraulica moderna.

Elsa von Freytag-Loringhoven si espresse in molteplici linguaggi artistici: scultura, pittura, assemblaggi (ready-mades), performance, poesia e scrittura. Sebbene priva di una formazione accademica, frequentò ambienti artistici cruciali come l’Arensberg Salon, dove conobbe Marcel Duchamp e Man Ray.

Baroness Elsa von Freytag-Loringhoven Working as Model, Bettmann//Getty Images, 1915
Baroness Elsa von Freytag-Loringhoven Working as Model, Bettmann//Getty Images, 1915

Le sue performance erano sovversive e irriverenti. Interrompeva spettacoli lirici colpendo secchi di carbone con dei cucchiai, o sabotava mostre inclinando i quadri. Alcune azioni furono definite lascive, come la sfilata con dildo di legno agitati in pubblico.

All’epoca – e non che oggi sia tanto diverso – per una donna, esprimersi liberamente anche attraverso la propria sessualità era pura fantascienza, e per questo andava punita. Fu arrestata più volte per comportamento considerato indecoroso.

Tra i suoi ready-mades, uno dei più noti è God (1917 circa), un tubo idraulico su piedistallo, con una forte carica sessuale.

God’ by Baroness Elsa von Freytag-Loringhoven and Morton Schamberg, Sepia Times//Getty Images, 1850.

Fontana: la controversa paternità dell’opera più famosa del Dada

Tra le questioni più discusse nella storia del Dadaismo vi è quella legata alla paternità di Fountain (1917), il celebre orinatoio in porcellana firmato con lo pseudonimo “R. Mutt”, tradizionalmente attribuito a Marcel Duchamp. Negli ultimi decenni, però, alcuni studiosi – tra cui la ricercatrice Irene Gammel – hanno avanzato l’ipotesi che l’ideatrice originale dell’opera fosse in realtà la Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven.

Numerosi elementi alimentano questa teoria. In una lettera scritta da Duchamp alla sorella Suzanne nel 1917, egli racconta di una sua “cara amica” che avrebbe presentato l’orinatoio a una mostra sotto il nome maschile di Richard Mutt. Questo dettaglio ha portato molti a credere che Duchamp non fosse l’autore, bensì solo il mediatore dell’opera.

Anche lo pseudonimo “R. Mutt” sembra celare significati che riconducono alla Baronessa. Alcuni interpretano “Mutt” come derivazione della parola tedesca Mutter, ovvero “madre”, un riferimento diretto al soprannome attribuitole di “madre del Dada”. Un’altra ipotesi suggerisce che il nome richiami la JL Mott Ironworks Company, un’azienda specializzata in articoli idraulici, da cui si ritiene provenisse l’orinatoio.

L’interesse della Baronessa per l’idraulica e i materiali industriali è ben documentato e trova un riscontro concreto nella sua opera God, realizzata nello stesso periodo. Anche Fountain, che venne soprannominata “la Madonna del bagno”, riflette quell’estetica dadaista che mirava a sovvertire il senso degli oggetti quotidiani attraverso la loro decontestualizzazione.

A rafforzare la tesi della paternità alternativa vi è inoltre la testimonianza del fotografo Alfred Stieglitz, che riferì di aver visto una donna consegnare un orinatoio su piedistallo alla mostra. Infine, la relazione professionale stretta e creativa tra Duchamp e la Baronessa, rende plausibile un’idea nata da una collaborazione più che da una singola mente.

Sebbene Fountain sia ancora oggi ufficialmente attribuita a Duchamp, il dibattito attorno alla sua genesi ha messo in luce il possibile ruolo cruciale della Baronessa come pioniera concettuale. Una riflessione che contribuisce a ridefinire non solo la storia dell’opera, ma anche il riconoscimento delle donne nell’avanguardia storica – troppo spesso dimenticate o escluse.

L’eredità della provocazione

La Baronessa incarnava un paradosso vivente. Nobile, ma povera. Affascinata dalla cultura aristocratica europea, ma immersa nella cultura urbana americana. Fiera del proprio titolo, ma attratta dall’estetica di strada e dalla critica sociale.

Molti la consideravano semplicemente folle. Ma nel 1922, Jane Heap, co-direttrice di The Little Review, la definì “la prima Dada americana”, unica a vivere pienamente lo spirito del movimento.

La sua opera anticipò l’arte concettuale e la performance art. Utilizzò il corpo come mezzo espressivo e trasformò oggetti comuni in provocazioni visive, tracciando una strada che influenzerà generazioni di artisti successivi.

Bain News Service, Claude McRay (i.e. McKay) and Baroness v. Freytag (i.e. Von Freytag-Loringhoven), Library of Congress, 1900
Bain News Service, Baroness Von Freytag – Loringhoven, Library of Congress, 1900

Gli ultimi giorni

Nel 1923 la Baronessa tornò a Berlino, dove scoprì di essere stata diseredata. Visse in condizioni precarie, vendendo giornali e passando un periodo in una clinica psichiatrica. Nel 1926 si trasferì a Parigi, grazie all’aiuto dell’amica Djuna Barnes. L’anno seguente morì, soffocata dal gas lasciato aperto. Le circostanze restano ambigue tra incidente e suicidio.

Per decenni la sua figura fu dimenticata. Solo con il movimento femminista degli anni Settanta iniziò una rivalutazione del suo contributo all’arte del Novecento.

Oggi Elsa von Freytag-Loringhoven è celebrata come pioniera dell’arte performativa, icona del Dadaismo e voce libera che ha sfidato le convenzioni di genere, classe e arte. 

Come affermò Duchamp (chiamato da lei Dushit):

“La baronessa non è una futurista. Lei è il futuro.”

Bibliografia e sitografia:

Katy Hessel, La storia dell’arte senza gli uomini, Einaudi, 2023.

https://www.harpersbazaar.com/it/cultura/costume/a39940431/elsa-von-freytag-loringhoven-chi-e

https://www.youtube.com/watch?v=FFaC9iItopA

https://www.youtube.com/watch?v=PeeOl7vC6IQ

https://www.labiennale.org/it/arte/2022/la-seduzione-del-cyborg/elsa-von-freytag-loringhoven

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/baronessa-elsa-von-freytag

https://sublimista.it/elsa-von-freytag-loringhoven-la-vera-autrice-dellopera-di-duchamp

https://en.wikipedia.org/wiki/Irene_Gammel

https://www.artribune.com/attualita/2014/01/questa-non-e-arte-e-nacque-larmory