Egeria: il viaggio di una donna nella Terra Santa del IV secolo d.C.
15 gennaio 2025 - Paola Crippa
Le donne sono sempre state protagoniste della Storia, l’hanno vissuta come attrici e non solo come spettatrici sin dall’antichità. Non hanno sempre accettato di essere relegate all’interno di un focolare domestico o in un convento, guardando gli uomini prendere decisioni e restando al loro posto.
Le donne hanno saputo agire. Sono state scrittrici, poetesse, mistiche, pittrici, miniaturiste, ricamatrici e anche viaggiatrici. Una di queste è la protagonista del nostro articolo: Egeria. Una donna che alla fine del IV secolo è partita da sola per un pellegrinaggio in Terra Santa raccontando la sua esperienza in un “Diario di Viaggio”, La Peregrinatio Aetheriae (“Pellegrinaggio di Eteria“), conosciuta anche come Itinerarium Egeriae (“Itinerario di Egeria“), redatto agli inizi del V secolo.

La parte centrale del testo originale, circa un terzo, priva dell’inizio e della fine, fu ritrovata nel 1884 dallo studioso Gian Francesco Gamurrini in un manoscritto dell’XI secolo, scritto nell’abbazia di Montecassino, rinvenuto ad Arezzo, e venne pubblicato per la prima volta nel 1887. Nel 1903 il benedettino Marius Férotin collegò il viaggio alla lettera che il monaco ed asceta spagnolo Valerio Del Bierzio scrisse elogiando la figura della monaca pellegrina. Probabilmente, Valerio venne a conoscenza della sua storia attraverso la lettura di un manoscritto spagnolo che conteneva il diario di viaggio di Egeria.
Chi era Egeria?
Si è molto discusso in passato nel tentativo di dare un’identità alla pellegrina. Il primo editore, Gian Francesco Gamurrini, la identificò con Silvia d’Acquitania, sorella di Rufino, primo ministro dell’Impero Romano d’Oriente ai tempi di Teodosio e Arcadio. Solo nel 1903, come anticipato nel paragrafo precedente, Marius Ferotin nella “Revista de cuestiones históricas” identificò l’autrice del diario con una monaca vergine spagnola (proveniente della Galizia) di nome Etheria, che poi Pierre Maraval nel 2002 propose nella versione corretta di Egeria.
Egeria fu davvero una monaca?
Se accettiamo la testimonianza di Valerio del Bierzio non ci sarebbero dubbi sul fatto che Egeria fosse una beatissima sanctimonialis, una beatissima monaca; così la pensava anche Gamurrini, che attribuiva alla pellegrina (per lui Silvia di Acquitania) il grado di badessa. Questa idea derivava dal fatto che Egeria, nel corso del suo viaggio, gode di una particolare accoglienza presso vescovi, preti, monaci e lo stesso riguardo con il quale è trattata dalle autorità civili gioca a favore di una sua particolare autorità.
Un’altra interpretazione vuole, invece, che Egeria fosse una ricca e acculturata dama cristiana, ma non badessa o monaca, vista la sua scarsa propensione alla penitenza od alla mortificazione, che si evince dalle pagine del suo diario di viaggio. Egeria si dimostra essere una donna dedita alla gioia, al sorriso ed alla condivisione, che certamente non rientravano nei rigidi canoni ascetici del monachesimo del IV secolo.
Nel 1988 Hagith Sivan, nel suo “Holy Land Pilgrimage and Western Audiences”, ha sostenuto, con nuove ricerche, la tesi della laicità di Egeria al momento del suo pellegrinaggio in Terra Santa e che la sua monacazione fosse avvenuta al suo ritorno dal viaggio. Egeria potrebbe rientrare nella tipologia della vidua/vedova, che rappresenta la grande novità cristiana nel panorama femminile della tarda antichità. La pellegrina/scrittrice avrebbe infatti le caratteristiche tipiche delle vedove cristiane di nobile stirpe e di censo elevato che popolavano i conventi della tarda antichità.
Dalle pagine del diario emerge come Egeria sia una donna coraggiosa, moderna, in grado di evitare tentazioni, “sconcezze” ed insidie nascoste tra le pieghe del viaggio, ma anche capace di gestire i rapporti umani con una grande scioltezza e sensibilità, che la rende capace di un profondo dialogo con i luoghi e le persone con le quali entra in contatto quotidianamente. Egeria è una donna e la sua femminilità a tutto tondo è la sua vera forza: è ciò che le consente di aprire tutte le porte, nel segno della fede certo, ma anche di una tenacia che fa dimenticare lo stereotipo del sesso debole.
Il viaggio in Terra Santa
Egeria intraprende questo viaggio tra il 381 ed il 385 d.C. Il pellegrinaggio la porterà nel Sinai, in Egitto, in Palestina ed in Mesopotamia. Il suo racconto può apparire a volte come una sorta di guida turistica, a volte come un vero e proprio diario, che intende comunicare non solo un viaggio ma l’esperienza fatta. Egeria scrive da donna una sorta di lunga lettera con il resoconto del suo pellegrinaggio, mosso da un grande sentimento religioso dove, oltre al desiderio divino e umano alimentato dalla curiositas, possiede un altro fattore fondamentale: il ruolo centrale che riveste la Bibbia.
Il testo sacro costituisce la base dell’itinerario, la guida sicura. Ne parla Egeria stessa in un brano:
“Questa era sempre la nostra abitudine: tutte le volte che potevamo arrivare nei luoghi desiderati, per prima cosa dire lì un’orazione, poi leggere il brano relativo della Bibbia, poi recitare un salmo adatto alla circostanza e poi di nuovo fare una preghiera.”
Da questo brano si evince che Egeria aveva una vera e propria liturgia da seguire e che veniva messa in atto ad ogni tappa del viaggio. In luoghi di particolare significato poi alla liturgia, si aggiungevano la benedizione del vescovo (se presente) e la celebrazione eucaristica.
Egeria non si muove come faremmo noi oggi alla ricerca di una conferma sulle storie raccontate nella Bibbia, poiché lei come tutti i cristiani dell’epoca, nutre nei confronti del testo sacro una fiducia illimitata. Non viaggia per conferme storiche o archeologiche, ma per fare una vera e semplice esperienza di fede.
La Bibbia non sbaglia mai, essa offre le giuste coordinate per leggere ed interpretare i luoghi sacri. Il pellegrinaggio non permette soltanto di conoscere un determinato luogo geografico, ma soprattutto di riconoscere che in quel luogo c’è Dio e conseguentemente di aprirsi ad una nuova visione e ad un nuovo sentire se stessa ed il mondo.
La salita al Monte Sinai è un chiaro esempio di questa nuova percezione spirituale:
“Questo è veramente straordinario, e penso che non possa accadere senza intervento della grazia di Dio: pur essendo il monte che sta al centro il più alto di tutti…tuttavia non lo si può vedere, se non si arriva alle sue falde, prima di salirlo. Dopo che ne sei disceso, una volta realizzato il tuo desiderio, allora puoi vederlo anche da lontano, cosa che, prima di salirlo, non può avvenire.”
Egeria, quindi, vede attraverso altri occhi dopo la discesa dal Sinai ciò che prima non poteva vedere che con occhi umani: in mezzo c’è la Fede, c’è la Parola di Dio e la condivisione con coloro i quali hanno deciso di vivere in quei luoghi come monaci o monache solitarie.
Struttura del diario e contenuti teologici

Il Diario di viaggio di Egeria è scritto in un latino particolare, che unisce la lingua parlata a quella classica e che vede al suo interno anche numerosi grecisimi, che avvalorano la tesi che la pellegrina fosse una donna particolarmente erudita.
I viaggi presenti al suo interno sono quattro:
- Il primo viaggio (dicembre 383) comincia ai piedi del Sinai e termina a Gerusalemme;
- Il secondo viaggio (febbraio 384) conduce Egeria sul monte Nebo (cresta montuosa di 817 metri in Giordania);
- Il terzo viaggio (fine febbraio – inizio marzo 384) consiste in un pellegrinaggio a Carneas (parte meridionale delle Palestina) sulla tomba del profeta Giobbe e a Tesbe (nell’attuale Giordania) città natale del profeta Elia;
- Il quarto viaggio (aprile 384) porta Egeria in Mesopotamia, da Antiochia sino a Edessa (attuale Urfa in Turchia) e a Charis (parte meridionale delle Mesopotamia in corrispondenza delle foci di Tigri ed Eufrate), fino a Costantinopoli passando per Tarso, Seleucia e Calcedonia.
Il Diario di Egeria è una testimonianza preziosa anche dal punto di vista della storia ecclesiastica e liturgica, infatti contiene una serie di incredibili indicazioni precise sulle chiese di Gerusalemme e dintorni (Santo Sepolcro, Sion, Monte degli Ulivi, Betlemme, Betania), nonché testimonianze dirette delle celebrazioni che vi si svolgevano alla fine del IV secolo e di come fosse organizzata la vita dei religiosi di quel periodo.
Appare chiaro, dalle descrizioni di Egeria, che il Cristo è al centro di ogni celebrazione e che le due chiese più importanti erano l’Anastasi, sorta sul luogo della Resurrezione di Gesù, e il Martyrium l’edificio più grande di Gerusalemme, voluto da Costantino sul Golgota.
Le Sacre Scritture sono le basi per ogni preghiera e celebrazione, sia pubblica che privata, pur essendo preferita una dimensione comunitaria, nella quale però traspare il forte senso di libertà e volontarietà nella partecipazione ai riti:
“Nessuno esige quanto si debba fare, ma ciascuno fa quello che può; non si loda chi fa molto e non si biasima chi fa di meno.“
Bibliografia
Gregorio di Nissa, Epistole.
Valerio del Berzio, Lettera scritta in lode della beatissima Egeria, indirizzata da Valerio ai fratelli monaci del Bierzo, 680 d. C.
Gian Francesco Gamurrini (a cura di), S. Hilarii Tractatvs de mysteriis et hymni et S. Silviae Aqvitanae Peregrinatio ad loca sancta, collana Biblioteca dell’Accademia storico-giuridica, Vol. IV, Roma, Pacis P. Cuggiani, 1887.
S. Silviae Aquitanae peregrinatio ad loca sancta in Studi e documenti di storia e diritto, anno IX, 1888, Roma, tipografia vaticana, 1888, pagg. 97-174.
J. H. Bernard (a cura di), The Pilgrimage of Silvia of Aquitania to the Holy Places circa 385 A.D3, Londra, 1891.
Mario Ferotín, Revista de cuestiones históricas, 1903.
Hagith Sivan, Holy Land Pilgrimage and Western Audiences: Some Reflections on Egeria and Her Circle, 1988.
Elena Giannarelli, Introduzione a Egeria, Diario di Viaggio, Paoline, Milano, 1992.
Pierre Maraval, The Earliest Phase of Christian Pilgrimage in the Near East ( before the 7th Century ), Dumbarton Oaks Papers 56, 2002.