Diane Arbus: la fotografa dei freaks
10 gennaio 2021 - Nicoletta Torri
Quando si parla di fotografia, la storia è stata più clemente con le donne. Fortunatamente ne possiamo contare molte di più, questo perché esse si appropriarono subito di questo linguaggio espressivo, più accessibile e più aperto rispetto alla pittura accademica.
Gli Stati Uniti d’America sono stati la culla di sviluppo e maturazione della fotografia: si diffondono, proprio all’inizio del ‘900, molti studi, nei quali erano presenti donne che lavorarono come sostitute fotografe o specializzate nella ritrattistica per bambini e, quando la fotografia cominciò a diventare sempre più industrializzata, molte vennero assunte nei laboratori di sviluppo e di stampa.

Il modo di vedere il mondo, attraverso l’occhio delle donne fotografe, si impose in maniera esponenziale a partire da metà del ‘900. Tra i vari stili fotografici che si diffusero in quel periodo, ce n’è uno in particolare, che renderà la donna di cui parleremo oggi la capostipite per eccellenza. Una fotografia più intima, che entrava in contatto con i soggetti in profondità e lasciava che il mezzo fotografico scrutasse il mondo senza dare troppa importanza alla tecnica. Colei, a cui molte altre artiste si ispirarono in epoca successiva, è Diane Arbus soprannominata “la fotografa dei freaks” , per i suoi ritratti fotografici focalizzati su soggetti marginali e grotteschi, ignorati sino a quel momento dalla società, che suscitavano disagio a chi li guardava.

Diane Nemerov, questo il suo nome d’origine, nasce il 14 marzo del 1923 in una ricca famiglia ebrea di origine polacca, trasferitasi a New York. I genitori sono proprietari della catena di grandi magazzini Russeks sulla Quinta Strada, frequentato dalle donne più chic d’America. È educata come una signorina di buona famiglia: pianoforte, buone maniere, studio del francese. All’età di dodici anni riceve lezioni di pittura, mostrando un certa attitudine, ma si allontanerà da essa prediligendo il mezzo fotografico. Cresce con il fratello maggiore Howard, che sarà un celebre e premiato poeta, e la sorella minore Renèe, un’apprezzata scultrice. Anche il padre David, dopo essersi ritirato dagli affari, farà il pittore, con un discreto successo commerciale. Insomma, l’arte si respirava a pieni polmoni in casa Nemerov. A soli 14 anni si innamora di colui che sarà il suo futuro marito, Allan Arbus, cinque anni più grande di lei, allora commesso nei magazzini dei genitori. Nonostante la famiglia di Diane non approvasse la loro relazione, lei decise a 18 anni compiuti di sposarlo, rinunciando anche ai suoi studi, iniziando a chiamarsi da qui in poi Diane Arbus. Apriamo una piccola parentesi: è pratica usuale nei paesi anglosassoni per le donne acquisire il nome del marito e perdere il proprio, tanto che chi non lo fa viene isolata sia dalle società che dalle istituzioni stesse. Ancora oggi, nel 2021, funziona così.

Tornando alla nostra storia, Diane iniziò a fare fotografia proprio grazie al marito: quest’ultimo si era formato come fotografo nell’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale. Di ritorno dalla base di addestramento, Allan racconta alla moglie tutto quello che apprende sulla tecnica e lei impara velocemente. Dopo la guerra aprono lo studio fotografico Diane & Allan Arbus e iniziano a lavorare nel campo della moda – per riviste come Vogue, Seventeen e Glamour – e della pubblicità. Lavorano intensamente e guadagnano molto: Allan si concentra sulla produzione e sui clienti, Diane si occupa di tutto il resto come stirare i vestiti, misurare le luci, lo stile dell’inquadratura, consiglia la scelta delle modelle, ma molto spesso è proprio lei a scattare. É proprio in questo periodo che riprende a studiare, anche se brevemente e si focalizza sulla fotografia. Inizia con Berenice Abbott nel 1947, poi con Brodovitch nel 1955, infine con Lisette Model, con cui studia dal 1956 al 1957 e con la quale ebbe i migliori risultati. La Model infatti fu la prima ad intuire il talento della Arbus e a spronarla a ricercare un modo di esprimersi più personale, senza avere paura:
“Finché non studiai con Lisette sognavo di far fotografie, ma non le facevo davvero. Lisette mi disse che dovevo divertirmi nel farlo…”

Grazie all’esperienza con la Model, Diane supera la sua timidezza e trova il coraggio di fotografare i soggetti che desidera, iniziando a staccarsi dall’attività del marito, dallo studio e dalla moda che non la soddisfacevano pienamente e non facevano parte di lei. Iniziò a passare i pomeriggi con la sua Nikon 35 mm nei parchi di New York alla ricerca di uno spunto che la interessasse o la colpisse. Si immerge completamente nella realtà che la circonda, lascia che sia l’occhio della macchina a guidarla: è a caccia di qualcosa che la incuriosisca.

Il contrasto tra il mondo ovattato nel quale era cresciuta e l’eccesso della città la colpisce nel profondo. Questo cambio di rotta segna anche la crisi e la rottura definitiva del matrimonio tra lei e il marito Allan: lui inizia a seguire corsi di recitazione per diventare un attore e successivamente approda nel mondo di Hollywood; Diane segue il suo istinto ed inizia a intraprendere progetti fotografici personali. I due si separano nel 1958 e, lo studio che avevano avviato insieme, verrà chiuso ufficialmente solo nel 1969, anno del divorzio.
Negli anni ’60 inizia la vera e propria attività artistica di Diane Arbus: lavora per Junior Bazaar, Esquire, Nova, il Sunday Times, per la rivista New York che le richiedono di documentare la città, attraverso una serie di scatti fotografici. Diane inizia ad immergersi in quelle che sono le pieghe che caratterizzano la vita di New York. Viene colpita da tutto ciò che è strano, sgradevole, deviato. La sua fotografia diventa violenta, cruda, difficile, interroga lo spettatore su quello che vede, lo mette in difficoltà. Abbandona la tecnica patinata e la luce naturale, prediligendo i contrasti forti e l’utilizzo del flash.

Grazie ai suoi due amici Richard Avedon e Lee Friedlander, entra in contatto con il lavoro di uno dei più grandi fotografi della storia, August Sander e della sua indagine antropologica sul popolo tedesco di inizio ‘900: l’approccio è proprio quello dell’artista che si annulla davanti alla macchina e lascia che essa catturi l’essenzialità della vita umana, in tutte le sue sfaccettature. La Arbus decide di fare lo stesso con il popolo newyorkese, aggiungendo un tassello in più: testimoniare la vita degli emarginati della società, che diventano la sua ossessione. Per arrivare a questo concetto, è fondamentale per la fotografa la visione del film Freaks di Tod Browning, uscito nel 1932, che la colpisce come un fulmine a ciel sereno: la Arbus si spinge nelle periferie dove regna la miseria e la fame e trova il mondo dei freaks, i mostri abbandonati dalla società “normale”, che vivono in un mondo tutto loro e separato dalla realtà – anche perché costretti.

Le fotografie di questi anni sono stupefacenti e di una forza straordinaria: ci mostra personaggi tristi o deformi dei piccoli e poveri circhi di provincia, ma anche le comunità di nudisti, gli artisti di strada, le prostitute, gli scambisti, i travestiti e i transessuali. Persone fuori dal comune, i quali vengono immortalati in atteggiamenti spontanei e naturali. I ritratti dell’artista, che sono allo stesso tempo grotteschi e pieni di umanità, esprimono l’intima profondità e l’espressività di una realtà marginale e vulnerabile su cui lo sguardo comune si è sempre astenuto a soffermarsi. Diane Arbus non ci fa provare pietà per quello che vediamo, ci costringe a guardare negli occhi coloro che sono sempre stati tenuti nascosti dalla società, ci fa interrogare su chi sia davvero il diverso: sono loro oppure noi che facciamo finta di non vederli? La Arbus è rivoluzionaria anche nel modo in cui si approccia con queste persone: instaura un rapporto di profonda intimità, di confidenza e di amicizia, facendosi raccontare le storie più segrete. Non sono solo semplici modelli quelli che vediamo, ma sono degli esseri umani in carne ossa con una propria storia da raccontare. La fotografia quindi si trasforma in mezzo di comunicazione, estremamente umano, non è solo una macchina che cattura la realtà.



Grazie alla crudezza del suo lavoro, Diane Arbus stava percorrendo una strada completamente opposta a quella visione benevola dei fotografi realisti degli anni ‘30 e ‘40 e proprio per questo, cambierà i fondamenti della fotografia documentaria.
Il soggetto che prediligeva era quello dei gemelli, che identificava con la sua doppia personalità, scissa da una parte oscura che la tormentava sin da giovane. Emblematica è la foto Identical twins in cui sono ritratte due bambine identiche vestite in velluto con uno sguardo ipnotico e le espressioni opposte , con la quale Stanley Kubrick – che aveva conosciuto personalmente quando faceva il fotografo prima di approdare al cinema – le rese omaggio nel film Shining.

La fama dell’artista cresce moltissimo a tal punto che, a metà degli anni ’60, il MoMa decide di acquisire 7 delle sue stampe. Tuttavia, non tutti riconoscono i giusti meriti all’artista, ritenendo quanto proposto eccessivamente scandaloso. Ad apprezzare le opere della Arbus sono fotografi ed intellettuali ad osteggiarle, però, sono i borghesi benpensanti. Non mancano reazioni eccessive nei suoi confronti, tanto che le prime opere esposte al MoMa finiscono per essere oggetto di sputi.

Nonostante la depressione peggiorasse in quegli anni, a causa dell’epatite di cui soffriva sin da giovane e l’abuso di farmaci talvolta anche di droghe, l’artista non ha mai fermato il suo lavoro tanto da donarci un’altra perla, qualche anno prima della sua morte.
Nel 1969 Untitled si consacra come la sua opera più importante ed iconica. È una serie di fotografie, che hanno come soggetto alcune strutture psichiatriche del New Jersey, che ricorda molto da vicino il suo modo di fotografare di una decina di anni prima, con l’attenzione dell’indagine e la curiosità della scoperta. Anche in questo caso la Arbus si immedesima completamente con la realtà che ha davanti: vediamo ragazzi disabili o malati psichiatrici prendersi per mano, sorridere, giocare con le maschere e divertirsi. Oppure piangere e disperarsi. Sono ritratti di un’umanità sconvolgente, che ti entra nelle viscere. Dimostra come nulla riesca a superare la bellezza della realtà quando è colta da un’artista abile nel posizionare il proprio sguardo. L’esperienza della quotidianità di queste persone emarginate, nel modo di vivere la loro normalità, viene mostrata così com’è davanti agli occhi di chi molto spesso non vuole vedere.



Nel 1970 progetta e realizza il volume A box of ten photographs, un portfolio confezionato in una scatola di plastica, disegnata da Marvin Israel. Essa poteva essere usata anche come cornice, messa in vendita a mille dollari, con l’idea che potesse interessare musei e collezionisti. Delle quattro scatole vendute, due saranno comprate da Richard Avedon. Sempre nel 1970 riceve il premio Robert Leavitt della American Society of Magazine Photographers.
Diane Arbus ha portato ad una svolta nel modo di fare fotografia e di approcciarsi alla diversità. É stata un faro per tutte coloro che hanno percorso la sua stessa strada, da quel momento in avanti, come Nan Goldin. La sua vita si spegne a soli 48 anni, il 26 luglio 1971 quando, stremata da una malattia che non riesce a curare nel migliore dei modi e dalla depressione, sceglie di togliersi la vita, tagliandosi le vene in una vasca da bagno. Il lato oscuro è riuscito a predominare nella vita di una donna che si è sempre sentita sola e in preda alle sue ossessioni, ma questo non toglie che ebbe un talento straordinario e la forza di dare voce a tutte quelle le persone diverse, strane e che, in fondo, soffrivano come lei.
