Carla Lonzi e Carla Accardi: il segno di rivolta
3 febbraio 2024 - Sonia Chabbi
Voglio essere nella Storia e voglio essere assente dalla Storia. Voglio essere riconosciuta e voglio l’onore di non esserlo. (Carla Lonzi, Taci, anzi parla )
Carla Lonzi: Rivolta nella Scrittura
Per molti anni gli scritti di Carla Lonzi sono rimasti poco conosciuti al grande pubblico, poco letti e poco studiati ma, ora che sono ritornati alla luce, bisogna chiedersi quanto il suo lavoro di scrittrice, critica, pensatrice, filosofa abbia influenzato l’arte contemporanea.
Per farlo bisogna però tornare indietro nel tempo, negli anni Settanta dove, grazie ai movimenti femministi, la libertà delle donne arriva con la libertà sessuale e con la riappropriazione del proprio corpo.
Il corpo diventa il medium usato nell’arte per inviare messaggi di critica sociale e politica: ci troviamo davanti ad un mutamento delle pratiche artistiche che coincide con i movimenti di protesta e con l’AUTOCOSCIENZA, concetto introdotto da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti, ne Il Manifesto di Rivolta Femminile del 1970.
Il gruppo femminista diventa il luogo in cui le donne si costituiscono come sogetto politico volto ad un progetto collettivo.
Lonzi, che fino ad allora si era occupata di critica d’arte, inizia a rivalutare la funzione del critico, ritenendola superflua e non riconoscendosi più in quel mondo. Dopo il 1970, con l’allontanamento dal mondo dell’arte, Carla Lonzi non aveva voluto sostenere il lavoro delle artiste, rifiutando così di diventare una critica d’arte femminista. Per lei l’arte era infatti un ambito troppo compromesso con il patriarcato.
Pubblica nel 1971 il saggio “Assenza della donna dai momenti celebrativi della creatività maschile” nel quale contesta l’onnipresenza maschile nel sistema dell’arte e l’assenza quasi totale della donna. L’unica creatività ammessa nel mondo dell’arte era, secondo la critica, quella maschile, quella femminile doveva vivere in funzione ed essa.
L’esperienza come critica d’arte le permette, inoltre, di far emergere la centralità della questione del riconoscimento tra artista e critico-spettatore e, in particolare, la mancata reciprocità nel rapporto con gli artisti: prendendo a modello la dialettica servo-padrone, Lonzi si rende conto che il suo ruolo, in quanto critica-spettatrice, è sempre stato quello di dare riconoscimento agli artisti senza però essere mai riconosciuta.
Allo stesso modo l’amica e artista Carla Accardi affermò: “ L’arte è sempre stata il reame dell’uomo. Noi, nello stesso momento in cui entriamo in questo campo così maschile della creatività, il bisogno che abbiamo è di sfatare tutto il prestigio che lo circonda e che lo ha reso inaccessibile”.

Carla Accardi: Rivolta nell’Arte
Carla Accardi, all’anagrafe Carolina Accardi, (1924-2014) vive tuttavia in totale autonomia il femminismo in rapporto all’arte, per cui si allontana dalla Cooperativa di Beato Angelico, che nel 1978 si scioglie.
La sua caratteristica distintiva e inconfondibile, una specie di calligrafia pittorica, sono i segni bianchi su fondi neri, che poi si colorano di tinte e forme diverse. Lei li definirà: “lavori autorigenerativi”. Da femminista militante, inventa una scrittura e un linguaggio indecifrabile, che al tempo stesso è testimone della situazione di alterità dell’artista, che indende fare tabula rasa dei significati.
Già nell’opera-testamento di Carla Lonzi, “Autoritratto” (1969), emerge il disagio di Accardi e la consapevolezza legata alla sua condizione femminile: vi è la presa di coscienza di essere non solo artista, ma una donna artista.Tramite il segno, Accardi costruisce un nuovo linguaggio artistico come alterità, facendo tabula rasa dei significati della cultura tradizionale.
Tapié aveva parlato di Art Autre per Accardi, come per altri artisti, nel rivolgersi ad un’altra realtà da quella esistente, recidendo i legami con il passato, ma in Accardi le motivazioni che portano ad una ricerca segnica, astratta, lontana da un corrispondente dal reale, valgono in senso doppio.
Il segno si svincola dei rimandi semantici che lo contraddistinguono, nel suo essere portatore di un significato all’interno di una cultura ben codificata, e si mette in relazione con l’appartenenza al genere femminile, la cui tradizione è stata soffocata.
La sperimentazione di Accardi culmina verso la metà degli anni Sessanta, con la serie dei sicofoil, in cui la tela è sostituita da strisce di plastica industriale trasparente, che permette non soltanto all’occhio di cogliere la struttura del telaio mettendola a nudo, ma anche al colore di brillare, in affascinanti effetti cromatici.
Tenda, del 1965, è un’opera rivoluzionaria nonché uno dei primi lavori d’ambiente, dove “l’opera rende abitabile la pittura”. La Tenda è anche il nuovo spazio in cui abita la “donna faber”, simbolo di una nuova casa mobile e transitoria, una donna che desidera una stanza tutta per sé e allo stesso tempo aperta sul mondo.

L’allontanamento tra Lonzi e Accardi
Dopo pochi anni dall’uscita del primo manifesto di “Rivolta Femminile” (che nel frattempo pubblicò importanti testi di femminismo), iniziò anche l’allontanamento tra Carla Accardi e Carla Lonzi. Sebbene entrambe condividessero l’idea comune di vivere in una società che per millenni si era strutturata attraverso la denigrazione della donna, si discostarono successivamente soprattutto sul modo di concepire l’arte.
La scrittura infatti, resta lo strumento d’indagine privilegiato del gruppo, mentre Accardi “più a suo agio con l’espressione artistica che con la parola scritta”, si trova in disaccordo con la tesi secondo la quale la cultura è maschile e la donna, standovi dentro, opera un fallimento. Da una parte, Accardi contesta la validità della scrittura come unica forma di espressione di sé, mentre dall’altra, insiste nel pensare la creatività in chiave femminista.
Per Lonzi, infatti, vi era una concezione del sistema dell’arte totalmente differente ed utopica: si doveva realizzare un abbattimento totale della distinzione tra curatore, artista e fruitore, passando ad una creatività diffusa, espandendosi al di fuori della mercificazione feticista del sistema artistico contemporaneo.
Nel 1973, Lonzi riufiuta il sistema dell’arte e con questo gesto di rivolta, applicherà una cesura anche con l’arte femminista.
Durante tutto l’arco della sua vita, Carla Lonzi ha privilegiato la scrittura come modalità elettiva di ricerca e di espressione di sé ed è infatti proprio il rapporto con i testi, più che con l’immagine di Lonzi, a occupare le artiste. La costruzione di una vera e propria iconografia di Carla Lonzi nelle storie del femminismo italiano meriterebbe infatti un discorso a parte.
BIBLIOGRAFIA:
Carla Lonzi Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Milano, Scritti di Rivolta Femminile,1978
Carla Lonzi Rivolta femminile, “Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile”, in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Milano, Scritti di Rivolta femminile 1974 (et al./edizioni 2010, p. 50);
Carla Lonzi, Autoritratto, Bari, De Donato 1969 (riedizione: Milano, et al./edizioni, 2010);
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, ristampa 2023 La Tartaruga Ed.
Paola Ugolini, Arte e Femminismo in Italia. Per una rilettura non egemone della Storia dell’Arte, Marinotti Ed, 2022;
Florindo di Monaco, Le artiste invisibili, Dal Medioevo ai giorni nostri storia di donne di talento dimenticate o ignorate, Ed. Controcorrente, 2022.
SITOGRAFIA:
https://www.labalenabianca.com/2023/10/11/perche-rileggere-carla-lonzi/
https://www.doppiozero.com/il-femminismo-di-carla-accardi
https://www.150anni.it/webi/stampa.php?wid=1993https://journals.openedition.org/narrativa/970