Black box, come uscire da una scatola chiusa

20 maggio 2025 - Emily Iachi Bretto

“When i woke up, i was being raped”.

La notte tra il 3 e il 4 aprile 2015, un frammento di tempo preciso in cui la vita di Ito Shiori è stata stravolta per sempre: la notte in cui fu condotta contro la sua volontà all’Hotel Sheraton di Tokyo.

Classe 1989, Ito Shiori (伊藤 詩織) decide fin da giovane di dedicare la sua vita al giornalismo, la sua determinazione è così immensa che decide di volare in occidente e conseguire una specializzazione in fotogiornalismo, a New York, per poi tornare in Giappone nel 2015, qui inizierà un tirocinio alla Reuters (Thomson Reuters Corporation), una multinazionale canadese operativa nel settore dei mass media e dell’informazione.

“Finora ho visitato sedici paesi, ho fatto reportage nella guerriglia colombiana o nella giungla peruviana tra le piantagioni di coca. Quando ne parlo, la gente pensa che io mi sia trovata in situazioni pericolose. Eppure, anche in paesi come quelli, non mi sono mai sentita realmente a rischio: il vero pericolo è piombato su di me in Giappone, nel mio paese natale, nella nazione conosciuta come la più sicura d’Asia.”

Il 3 Aprile 2015 si incontra, in un bar di Tokyo, con Noriyuki Yamaguchi, famoso giornalista televisivo (all’epoca caporedattore da Washington del Tokyo Broadcasting System) e vicino all’ex premier Shinzō Abe, per discutere di un possibile lavoro. Una pratica consueta nel Giappone che prende il nome di “nomikai” (飲み会), che serve per rafforzare i legami aziendali, parlare di affari e nello stesso tempo rilassarsi dopo il lavoro.

Qui i ricordi diventano offuscati, addirittura assenti nella mente della giovane donna e per proseguire questo racconto possiamo basarci sulle dichiarazioni del tassista che ha prelevato dal bar i due giornalisti. 

L’uomo ricorda che Ito Shiori voleva essere lasciata in una stazione della metro, l’aveva ripetuto più volte ma Yamaguchi non era d’accordo e su sua indicazione chiede di proseguire fino all’Hotel Sheraton. Il tassista ricorda bene la donna che non voleva scendere dal veicolo e di come Yamaguchi l’aveva fatta scendere di peso. 

Una telecamera di sorveglianza continua il racconto al posto del tassista, riprende silenziosamente il tragitto dal taxi all’entrata dell’hotel. Il video dura un minuto ma sembra interminabile: il taxi fermo, la portiera dietro aperta, Yamaguchi che scende carico di borse, risale sull’auto e trascina di peso fuori Ito, palesemente non in sé per poi sparire dentro l’hotel.

La telecamera della hall fa il resto: Shiori non si regge in piedi, barcolla, la testa le ciondola mentre Yamaguchi la porta verso l’ascensore. 

Poi la realtà torna consistente agli occhi della giornalista, si sveglia in preda a un dolore intenso e lacerante mentre sopra di lei c’è Yamaguchi che la sta penetrando. 

“La violenza sessuale genera un terrore e un dolore che nessuno mai dovrebbe provare, che attanagliano per un tempo prolungato chi l’ha subita. 

Perchè è successo proprio a me?

Così ha inizio un periodo di quasi due anni di profondo dolore e crisi per Ito Shiori, in questo tempo si rivolge presso gli ospedali, le help line e alla polizia ma nessuno è disposto a porgerle una mano. Ito racconta di come racconta di come la polizia le abbia fatto simulare fisicamente la scena della violenza con un manichino distesa su un materasso e di come sia risultato impossibile parlare con un’agente donna. 

Nonostante ciò, né la sua dichiarazione né le testimonianze, che attestano che la ragazza fosse priva di sensi all’arrivo in hotel, sono ritenute sufficienti: il tribunale distrettuale di Tokyo stabilisce che le prove non sono adeguate per avviare un’azione legale.

“Preferisco però pensare che la mia esperienza non sia stata inutile. All’inizio ero disorientata e non sapevo come reagire: quell’evento del tutto inaspettato mi ha messa di fronte a un dolore mai sperimentato prima. Oggi però so cosa è necessario, ma per realizzarlo c’è bisogno di un cambiamento che coinvolga allo stesso tempo la società e il sistema giudiziario, partendo dal poterne parlare apertamente.”

Ito ritrovatasi da sola deve fare i conti su come reagire a quel profondo dolore, fare ciò che la società giapponese si aspettava da una brava donna, ovvero avere un comportamento remissivo, oppure sfidare non solo il suo aggressore ma una società intera. Ebbene la donna decide per la seconda opzione: decide di parlarne apertamente dopo che la denuncia alla polizia era caduta nel vuoto, ha innescato un dibattito sulla legge sulla violenza sessuale in Giappone e  ha scritto un libro e nel 2024, a 10 anni di distanza, ha raccontato tutto in un documentario, Black box diaries, candidato agli Oscar.

“Per me stessa, per mia sorella, per le persone che mi sono vicine, per i figli e le figlie del futuro e per tutti gli individui di cui ignoro il volto e il nome.”

In tutto ciò Yamaguchi ha sempre negato l’accusa di violenza sessuale aggravata dall’uso di droga. Per lui si è trattato di sesso tra due adulti.

L’accusa pubblica.

Il 29 maggio 2017 Ito Shiori indice una conferenza stampa al Kisha Kurabu (Press Club) dei giornalisti giuridici, con lo scopo di annunciare la sua richiesta di revisione in merito alla decisione della procura di non esercitare l’azione penale per il suo caso di stupro. Come racconta nella prefazione del suo libro Shiori: “Erano già passati più di due anni dal fatto, ma forse molte persone ne sono venute a conoscenza solo in quell’occasione”.

Quest’accusa pubblica a Yamaguchi provocherà un’enorme onda mediatica, nella quale Ito cercherà di rimanere a galla continuando a battersi per una riforma del codice penale in materia di stupro. La legge non aveva subito mutamenti da quando, centodieci anni prima, era stata istituita, inclusa la perseguibilità unicamene in caso di denuncia della parte lesa. 

Tuttavia, oltre alla legge, la giornalista voleva spingere per un miglioramento globale della condizione della parte lesa e di tutte quelle atroci situazioni che lei stessa, per prima, aveva dovuto affrontare, come le modalità di conduzione delle indagini e l’atteggiamento della società nei confronti delle vittime di reati a sfondo sessuale. “Dovevo dare voce a tutto questo”.

Poi il secondo schiaffo per Ito. Il 22 settembre 2017 la Commissione decide “Non luogo a procedere”, confermando la decisione del pubblico ministero di non aprire alcuna inchiesta perché il suo caso, come lo avevano definito loro per primi, era una “Black Box”: un fatto accaduto all’interno di una stanza chiusa. 

Ito però non si arrende e continua la sua battaglia a volto scoperto contro Yamaguchi e contro tutta una società che sistematicamente tiene da parte le donne, le silenzia, mantenendo un inaccettabile squilibrio di potere tra i generi.

La sua determinazione ha avuto l’effetto desiderato, molte donne si sono fatte ispirare da lei, si sono spinte avanti, denunciando e partecipando alla sua lotta, facendo diventare Ito simbolo giapponese del movimento #MeeToo. 

Secondo i dati stimati nel 2017, solo il 4% delle donne in Giappone sporge denuncia, molte hanno paura di non essere ascoltate, di esporsi a critiche e intimidazioni, proprio come è successo a Ito. Questo è il risultato di una società in cui la mancanza di consenso nei rapporti sessuali fanno parte di un immaginario, in un certo senso normalizzato dalla cultura pop e lo stupro è visto come motivo di vergogna. La maggior parte dei casi di violenza avviene tra le mura domestiche ed è qualcosa che deve rimanere in quelle quattro mura. 

“Quando si sente la parola <<stupro>>, in genere si pensa a una violenza notturna, compiuta di sorpresa da uno sconosciuto, magari in mezzo alla strada. Secondo una ricerca condotta dall’Ufficio del Gabinetto nel 2014, solamente l’11,1% dei casi il rapporto non consensuale avviene con una persona che non si conosce, la maggior parte delle volte si tratta di un conoscente.“

A causa delle minacce e della condanna da parte dell’opinione pubblica Itō ha dovuto lasciare per un periodo il Giappone per trasferirsi nel Regno Unito.

Ma questa storia, di cui vi ho solo parlato dei momenti salienti, ha un lieto fine. Finalmente viene riconosciuto il dolore di Ito. Il giudice Akihiro Suzuki ha dichiarato, nella sua sentenza, di aver trovato la signorina Ito “altamente affidabile” ed è stato scritto nero su bianco che Ito è stata “costretta a fare sesso senza contraccezione, mentre era in stato di incoscienza e grave ebbrezza” e che “Riconosciamo che la donna continua a soffrire di flashback e attacchi di panico ancora adesso”.

“Se il nostro sistema legale avesse funzionato correttamente, non avrei dovuto condividere la mia storia pubblicamente […] Ma dovevo farlo per sfidare la società giapponese sulle sue mancanze a livello di assistenza legale e di supporto alle donne vittime della violenza.“

Il 18/19 Dicembre 2019 la notizia raggiunge anche i giornali Italiani: “Shiori Ito, la giornalista giapponese vince causa di stupro contro collega” (Sky TG24); Shiori Ito, l’eroina del #metoo giapponese vince la causa per stupro dopo 4 anni: “Sentenza unica” (Corriere della Sera); “Shiori Ito, simbolo del #MeToo giapponese, vince la causa per stupro” (IO donna) .

“Non importa cosa ho dovuto passare, la mia azione è servita”

Itō vince finalmente la sua causa civile contro Noriyuki Yamaguchi, il Tribunale distrettuale di Tokyo lo costringe a risarcire i danni con una somma di 3,3 milioni di Yen (circa 27 mila euro). Per il suo impegno nella causa dei diritti umani e della parità di genere la rivista Time l’ha inclusa tra le 100 persone più influenti del 2020.

Dal libro al documentario

“Se covassi rabbia o se provassi vergogna, non potrei dare alcun contributo alla causa. Ecco perché in questo libro voglio essere schietta nel dire quello che penso.

Ripeto, il mio intento non è narrare di per sé ciò che è successo in quanto tale, ma proiettarmi nel futuro perché non accada più. E per capire come ottenere aiuto nel momento del bisogno. Questo è l’unico scopo per cui racconto il mio passato. 

Ciò che ho vissuto io potrebbe capitare a voi o alle persone che vi sono care.

Provate a immaginarlo.”

Black Box, è questo il titolo che Ito Shiori ha scelto per il suo romanzo autobiografico, dove decide di raccontare la violenza subita e della procedura legale che ha portato avanti per numerosi anni. È una denuncia, non solo nei confronti del suo stupratore, ma anche verso l’intero sistema legale giapponese, che non esorta le vittime a sporgere denuncia e a cercare protezione. 

Il libro è giunto in Italia grazie a Inari Books, famosa libreria torinese. Questa è stata, infatti, la prima opera stampata dalla neo casa editrice. 

Quello che emerge prepotentemente in queste pagine è come sia non solo complesso ma anche estremamente umiliante ottenere giustizia. Ito descrive passo per passo tutte le attività che intraprende in questo percorso: dalla richiesta di aiuto, alla help-line telefonica di una no-profit, fino alla decisione del pubblico ministero di non intraprendere l’azione legale poichè il suo caso era una “black box”, la sua parola contro quella di lui.

Nell’intervista a Flavio Parsi, Ito Shinori dichiara come, all’uscita del libro, una grossa parte della società giapponese si è rifiutata di ascoltare la sua voce. 

“C’è stata molta ostilità nei miei confronti, ho ricevuto minacce anche pesanti online e mi sono sentita così a disagio che ho preferito lasciare il paese e passare un periodo nel Regno Unito”. 

Il libro è stato scritto nel giro di tre mesi, con numerose interruzioni per via dei dubbi che attanagliavano la giovane giornalista. Si domandava continuamente se era giusto continuare a creare problemi sia alle persone che accusava, sia a quelle a cui voleva bene. 

“È un senso di colpa instillato nelle donne fin da piccole: se una ragazza dice di essere stata molestata si sente rispondere sempre che avrebbe dovuto scegliere meglio il modo di vestirsi, di camminare, o che se ha accettato un invito a cena se l’è cercata. Le liceali che subiscono manate sul treno tacciono perché pensano di aver causato loro la molestia.”

I primi a non volere che Ito Shiori denunciasse furono proprio i suoi genitori. Poi, durante tutta la durata del processo, sono stati dalla sua parte, anche se molti parenti l’hanno disconosciuta.

“Io però sono convinta di avere fatto la scelta giusta.”

Il libro pubblicato nel 2017 ha vinto il premio Free Press Association of Japan per il miglior giornalismo nel 2018 e, successivamente, è stato trasformato in un documentario. 

“ Sono diventata non solo la vittima, ma anche l’investigatrice del mio stesso caso“

Nel documentario viene raccontato tutto: la testimonianza del tassista che avrebbe dovuto accompagnare la giornalista alla stazione della metro, ma che invece seguì le indicazioni di Yamaguchi portandola al suo hotel; le immagini riprese dalle telecamere dell’albergo che mostrano Shiori Ito incapace di reggersi in piedi; i dialoghi con gli investigatori e gli agenti di polizia e il racconto successivo, che include il processo, il tentativo di modificare la legge, le pressioni mediatiche e gli insulti.

“Documentare non è stato poi così difficile, perché tutto è avvenuto davanti ai miei occhi. […] Per i primi due anni ho registrato solo l’audio per motivi di protezione. Ma quando il caso non andava da nessuna parte ho deciso di renderlo pubblico perchè c’era il rischio che la storia venisse insabbiata.”

Black Box Diaries ha debuttato in anteprima mondiale a gennaio al Sundance Film Festival del 2024, ed è stato distribuito in 57 paesi, ha vinto 18 premi e candidato agli Oscar 2025 come miglior documentario. 

Eppure, nonostante l’accoglienza più che positiva da parte della critica, il memoir di Ito Shiori non è stato ancora proiettato in nessun cinema in Giappone, nemmeno per preview riservate.

Il problema? Ito avrebbe mancato di ottenere il consenso delle parti coinvolte, provocando a loro problemi poiché apparse nel documentario, tra questi alcuni avvocati (inclusi quelli che hanno rappresentato Ito nella causa. 

“Ci sono persone che continuano a negare la violenza sessuale, e sono anni che mi chiedo cosa fare con il materiale raccolto. Per far emergere questa realtà che è stata chiusa a chiave dentro una black box, ho pensato fosse essenziale usare le immagini che ho a disposizione” ha dichiarato la giornalista che, inoltre si è scusata per aver utilizzato nel film una registrazione telefonica di una conversazione con uno dei suoi ex avvocati, filmati di conversazioni con un tassista e un detective senza aver ottenuto l’approvazione delle parti interessate, promettendo di editare un nuova versione nella quale evitare di far riconoscere alcune persone.

Sulla questione si sono espressi, con opinioni spesso contrastanti, studiosi ed esperti di cinema, femministe, registi e documentaristi come ad esempio la regista di origini coreane Yonghi Yang la quale, ritiene molto grave il fatto che Ito non abbia chiesto l’autorizzazione a utilizzare le immagini e non abbia protetto le fonti. La regista riconosce il grande coraggio di Ito e la necessità del film, ma ne condanna l’etica con cui il lavoro è stato realizzato. 

Di parere diverso il regista Atsushi Funahashi e la studiosa ed esperta di movimenti femministi giapponesi Chelsea Szendi Schieder, i due ritengono (ad esempio) che il video della videocamera di sorveglianza usato nel documentario, forse il segmento più scioccante del film e parte del materiale criticato, è fondamentale per far comprendere e trasmettere allo spettatore la violenza subita dalla giovane donna. 

Conclusioni

Flavio Parisi: “Ti consideri femminista?”

Itō Shiori: “Certo che sì! Per me il femminismo significa vivere liberamente la sessualità, e questo non riguarda solo le donne. L’obiettivo è liberarsi dalle pressioni e dalle aspettative create dai generi.”

Nel 2023 finalmente il parlamento giapponese ha approvato una modifica storica della legge sullo stupro, allargandone la definizione a ogni rapporto sessuale non consensuale e ampliando da 10 a 15 anni il periodo entro il quale si può presentare una denuncia per violenza sessuale.

Anche se la legge sullo stupro è stata finalmente riformata, non c’è ancora una buona legge sulle molestie sessuali.

Sitografia:

Un documentario su uno stupro in Giappone che lascia senza parole – Junko Terao – Internazionale

Black box diaries: il documentario dio Shiori Ito agli Oscar

In Giappone Shiori Ito simbolo del #MeToo ha vinto la causa per violenza sessuale

Black Box – Inari cultura giapponese

Shiori Ito, la giornalista giapponese vince causa di stupro contro collega: sentenza storica

Shiori Ito, l’eroina del #metoo giapponese vince la causa per stupro dopo 4 anni: “Sentenza unica” – la Repubblica

(11) #MeToo Japan: Shiori Ito’s courageous campaign for justice • FRANCE 24 English – YouTube

Shiori Ito on Black Box Diaries | BFI Q&A

Ho incontrato Shiori Itō – Il Post

https://ilmanifesto.it/black-box-diaries-la-censura-di-uno-stupro