Avanguardie storiche: la voce anticonformista di Hannah Höch
24 ottobre 2020 - Nicoletta Torri
Se parliamo di arte d’avanguardia del primo ‘900 scommetto che non vi viene in mente nessun nome di artista donna. Pensiamo subito a Picasso, Braque, Duchamp, Mirò, Dalì, Man Ray e molti altri ancora. Artisti iconici che hanno fatto la storia con le loro opere rivoluzionarie. Ma le donne invece? Ci sono state? E se sì, perché nessuno se ne ricorda?
C’è un vuoto spaventoso anche in questo periodo artistico, così denso di cambiamenti importanti per la storia dell’arte, che ha coinvolto anche le donne in prima persona. Se da una parte le Avanguardie storiche indussero ad una alterazione significativa del modo di concepire l’arte, partendo proprio dalla figura dell’artista che da questo momento si libera totalmente, contestando fortemente e rabbiosamente la società, dall’altra però proprio da quella società molti movimenti rimasero ben ancorati, con la conseguenza di chiusura totale a tutto ciò che non apparteneva al loro modo di vedere. Ecco perché molte donne vennero escluse o utilizzate solamente come modelle o amanti, rimanendo completamente all’oscuro, come la talentuosa sorella di Duchamp che non riuscì mai ad a emergere, forse anche a causa del rapporto con il fratello. Ma l’atteggiamento estremo di discriminazione lo vediamo con il Futurismo, il quale portava avanti un maschilismo becero e violento, figlio della società contro cui combattevano, che disprezzava la donna in quanto tale. Un controsenso per questi movimenti artistici di rottura che volevano cambiare ogni cosa. Ma nonostante questa chiusura, anche nelle avanguardie ci sono state delle donne artiste – per fortuna come dico sempre – e anche molto importanti. Una tra queste si chiama Hannah Höch (1889-1978).

Nata nel 1889 in una cittadina della Turingia, ma berlinese di adozione, la Höch lavorò a stretto contatto con i celebri Raoul Hausmann e George Grosz, divenendo una delle colonne portanti del movimento dadaista tedesco. La Höch non fu solo pittrice ma viene ad oggi ricordata soprattutto come colei che innovò la tecnica del collage attraverso il fotomontaggio di immagini prese da rotocalchi e magazine contemporanei in un continuo intreccio di spunti politico-culturali. Fu testimone diretta degli orrori e della follia della Prima Guerra Mondiale, lavorando come infermiera volontaria nella Croce Rossa, esperienza che la colpisce nel profondo e la riporta direttamente nelle sue opere, come il collage Kinder (1930) che raffigura un bambino piangente, il cui volto, frutto di una grottesca giustapposizione di elementi fotografici, rimanda a quelli tumefatti dei soldati medicati negli ospedali del fronte.

Hannah Höch fu una combattente, rivoluzionaria, dissacrante nello stile e nel modo di essere. Visse in un periodo complesso a livello politico, che l’artista non smise mai di criticare, anche quando l’ombra del Nazismo ormai incombeva negli anni post guerra, in una Germania colpita dalla grave crisi economica e dall’instabilità sociale. Rimase a Berlino, sperando che la tempesta si placasse al più presto e scelse appositamente un luogo ameno per non essere riconosciuta dagli abitanti del paesino come una delle intellettuali di sinistra, tanto in odio al Führer. Dada durch die letzte Weimarer Bierbauchkulturepoche Deutschlands (1919) è certamente il lavoro più politicizzato dell’artista: frammenti di frasi distribuiti in maniera casuale sulla tela assumono significati satirici, si fa riferimento al diritto di voto femminile e al rapporto della Germania con gli Stati Uniti, dove la testa dell’allora presidente Wilson è appiccicata su un corpo da ginnasta.

Proprio i tic, la paralisi, i tremori, il mutismo, la sordità, le urla incontenibili, la depressione, l’ansia e i terrori notturni furono gli elementi che le ispirarono le particolari tecniche di montaggio che oggi possiamo vedere nei suoi collage. Del resto, una delle volontà degli artisti del gruppo dadaista era di procurare al pubblico quelle stesse sensazioni raccapriccianti patite al fronte dai soldati in guerra e quel malessere che in quel momento la società tedesca stava vivendo.
Ma Hannah Höch si spinge oltre, si interroga anche sul suo stesso movimento artistico, si accorge che la realtà intorno a lei è profondamente maschilista e discriminatoria. Nonostante il dadaismo fosse un movimento rivoluzionario, gli artisti uomini facevano fatica ad accettare l’emancipazione femminile di quelle artiste, come la Höch, che in quel momento si distinguevano per il loro talento ed è proprio sull’ipocrisia dei suoi colleghi che l’artista scrive un breve saggio Der Maler, pubblicato nel 1920. Dalla critica al movimento dadaista, la Höch passa alla vera e propria rappresentazione figurativa della donna nuova. In Aus einem ethnographischen Museum (1926) soprannominata Indian Dancer, la Höch sovrappone un primo piano che il regista Dreyer dedica alla sofferente Giovanna d’Arco, alcuni ritagli di carta raffiguranti una bocca amorfa che impedisce alla donna di esprimere tutto il dolore che prova. Indian Dancer rappresenta la nuova donna tedesca, formalmente emancipata, ma che in realtà resta ancora legata al focolare, come indica la corona posticcia fatta di posate di plastica che le incornicia il viso, vittima di una società che non la lascia essere ciò che desidera.

Ruth Hemus nel suo Dada’s Women ricorda il contributo importante che, le donne all’interno del dadaismo, diedero nel raccontare certi fenomeni sessisti riscontrabili nella società degli anni venti. Queste donne, oltre ad Hannah Höch, sono Emmy Hennings, Sophie Taeuber, Suzanne Duchamp e Céline Arnauld. Hemus aggiunge inoltre che Hannah Höch, in anticipo sui tempi, aveva compreso lo stretto rapporto che intercorreva tra politica e arte: quest’ultima può infatti essere un utile mezzo per esprimere il proprio dissenso politico e sociale. Bisogna riconoscere alla Höch di aver guardato alla società in cui viveva con lo stesso sguardo e la stessa forza dei suoi colleghi uomini, producendo un lavoro che va oltre la pura e semplice innovazione tecnica, e che contiene sia forti critiche politiche sia la necessità di esprimere se stessa. Molti dei suoi fotomontaggi si basano sul dualismo tra pubblico e privato, tra maschile e femminile e sui temi del politico e del personale, anticipando di mezzo secolo lo slogan the personal is political, che sarà tanto usato dalle femministe della prima ondata degli anni Sessanta.