Arte nei chiostri: produzione artistica femminile in Italia
3 marzo 2021 - Sonia Chabbi
La storiografia artistica è ricca di documentazioni riguardanti la presenza femminile all’interno dei conventi e dei monasteri.
Dal materiale rinvenuto si deduce che le monache, di sovente erano aristocratiche, figlie di nobili o di mercanti, che avevano denaro a sufficienza per rifornirle della dote necessaria.
L’usanza, abituale tra le famiglie benestanti, di mandare le figlie in convento a ricevere un’istruzione elementare, che di sovente comprendeva la copiatura e talora la decorazione dei manoscritti, servì tra l’latro a far ritenere l’arte di dipingere e disegnare complementi della buona educazione delle signore; un’idea questa, che nel primo Cinquecento deve trovare un ben più influente patrono nel Cortegiano, scritto da Baldassar Castiglione.
È bene ricordare inoltre, che in passato alle donne era precluso il lavoro nelle botteghe artigiane ed eccetto nei casi di figlie di “artista”, le quali però non avevano accesso allo studio della prospettiva e dell’anatomia.
L’unica altra possibilità di fare arte era data all’interno dei conventi femminili. Nei chiostri le donne avevano la possibilità di ricevere una buona educazione, studiando musica e disegno, lettere e filosofia. Molto attivi gli scriptoria femminili che sfornavano codici miniati, ad esempio il convento femminile di Chelles, la cui badessa era Gisela sorella di Carlo Magno, produsse 13 volumi di manoscritti miniati, tra cui uno firmato da amanuensi donne.
Sono da riferirsi in questo ambito le testimonianze sulle prime artiste, sebbene vada precisato che non tutte le religiose erano interessate alla resa estetica delle miniature, ma che le singole opere prodotte erano da leggersi in relazione ai percorsi di vita spirituale, utili a favorire le esperienze mistiche vissute dalle suore e monache dentro al chiostro.
L’Italia in quest’ambito è da considerarsi una fucina dell’arte: sul piano metodologico esistono recenti lavori dedicati alla produzione delle monache nel campo della musica e del teatro, oltre che della pittura: da menzionare gli studi di Vera Fortunati su Caterina Vigri e di Angela Ghirardi su Orsola Caccia in “Vita artistica del monasteri femminile.”
Tra le prime artiste all’interno del chiostro possiamo rintracciare la figura di Caterina Vigri (1413- 1463) fondatrice e prima badessa del convento,non più esistente, delle clarisse del Corpus Domini di Bologna, musicista, miniaturista e pittrice.
Pur essendo considerata la prima suora pittrice italiana, ad oggi le opere certe a lei attribuite sono solamente due: un’immagine di Gesù Bambino in fasce, dipinta su carta e incollata su tavola di legno e le miniature del suo Breviario. Entrambe le opere sono conservate ˗ insieme con altre opere che le sono state attribuite ˗ nella cappella a lei dedicata nel Monastero del Corpus Domini di Bologna dove è anche esposto il suo corpo ancora oggi miracolosamente incorrotto.
Un interessante studio sul Breviario della Vigri è stato condotto dalla studiosa Kathleen Arthur, autrice di un saggio intitolato “Il Breviario di Santa Caterina da Bologna e l’arte povera” clarissa”.

carta dipinta applicata su tavola, 1440-1450, Bologna, Monastero del Corpus Domini, Cappella della Santa.
Polissena Margherita Nelli nacque a Firenze nel 1524 da una famiglia di commercianti. Nel 1538 a soli 14 anni entrò nel convento domenicano di santa Caterina da Siena fondato nel 1496 dalla nobil donna Camilla Bartolini Davanzati. In questo convento, in cui assunse il nome di suor Plautilla.
Pur non avendo ricevuto una formazione artistica in bottega nel giro di pochi anni suor Plautilla divenne una pittrice molto talentuosa tanto da essere citata e lodata dal suo contemporaneo Giorgio Vasari nella seconda edizione delle sua opera Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori.
Viene considerata dagli studiosi la prima suora pittrice fiorentina e “una delle prime donne in Europa che si possano identificare come pittrice di opere religiose su larga scala”.
Plautilla fu autodidatta, ma si esercitò sui disegni della bottega di Fra Bartolomeo, portando avanti una forma di predicazione in pittura, intrisa di spiritualità domenicana.
La sua opera dischiude un mondo intero, religioso, culturale ma anche personale”.
Donna forte, sensibile, colta, intraprendente e impegnata nel sociale, “fu una femminista ante litteram: nei suoi dipinti la presenza femminile è sempre protagonista. Un esempio su tutti è la sua ‘Pentecoste’ di Perugia, in cui si scorgono alcuni apostoli e poi moltissime donne intorno alla Madonna. Una versione che non si era mai vista prima”. (fonte artribune.it )
Purtroppo molte delle sue opere elencate da Vasari oggi non esistono più o non sono più rintracciabili, in quanto la demolizione del convento all’inizio del 1800 ne causò la dispersione. Ad oggi di suor Plautilla rimangono solo tre opere che riportano la sua firma si tratta del Compianto con i Santi, la Pentecoste, l’Ultima Cena.

Spostandoci a Lucca è documentata inoltre la presenza di Suor Eufrasia Burlamacchi (1482-1548),in giovane età, insieme alla sorella Gabriella, entrò nel convento di San Nicolao, ma il 15 aprile 1502, ispirandosi alla riforma in atto nell’Ordine dei Predicatori, fondò e organizzò il monastero di San Domenico a Lucca.
Grazie all’appoggio della consorella Pietra Cenami e altre dieci suore, ferventi seguaci dell’insegnamento del Savonarola, divenne Madre Superiora e cominciò a studiare l’arte della miniatura con la maestra pisana suor Benedetta Arnolfini Eufrasia praticò l’arte della miniatura per almeno mezzo secolo, dagli inizi del Cinquecento fino al 1545, ispirata dall’arte dell‘Angelico e dalle miniature di Fra Bartolomeo, sacerdote di San Marco. Purtroppo molti dei suoi lavori sono andati perduti.
Sempre nello stesso territorio lucchese, nel 1595 nacque suor Aurelia – al secolo Isabella Fiorentini.
Le poche notizie biografiche sono state fornite da Tommaso Trenta, come riporta lo storico Vincenzo Marchese nelle sue Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani del 1854.
Stando a Tommaso Trenta, suor Aurelia realizzò almeno diciotto dipinti in parte su tavola e in parte su tela e tre lunette con la Coronazione di spine, Gesù Cristo che cade sotto la Croce, e Gesù morto in grembo alla madre per la chiesa di san Domenico.
Marchese nelle sue Memorie invece riporta un elenco, fatto dal professore Pietro Nocchi lucchese, delle opere eseguite da suor Aurelia per san Domenico, si tratta di un quadro raffigurante la Circoncisione, un quadretto con la Madonna e il bambino, una Deposizione dalla Croce, un quadro con il Beato Enrico Susone domenicano e un grande quadro d’altare raffigurante la beata Vergine Maria in trono circondata dalle sante Maria Maddalena, Lucia, Caterina e dai santi Domenico e Vincenzo.
A suor Aurelia si deve anche una tavola dipinta per la cappella di famiglia in San Lazzaro di Camaiore raffigurante ancora una volta la Vergine Maria circondata dai santi, opera datata al 1622.
All’interno del territorio lombardo un esempio ormai più che noto è quello di Suor Lucrina Fetti, che come riporta Baglione, diventò monaca nel convento francescano di Sant’Orsola presso Mantova nel 1614, dove “esercitò il suo talento pittorico arricchendo non solo il proprio monastero, bensì la città stessa.”
Le opere ascritte a Suor Lucrina, sono da rintracciarsi negli studi di Giovanni Cadioli, il quale identifica alcune scende della vita di Cristo dipinte presso il Monastero di Sant’Orsola, quattro ritratti di donna presso il Palazzo Ducale di Mantova: Lucrina infatti divenne ritrattista della famiglia Gonzaga ed altri dipinti religiosi come una Maria Maddalena, una Santa Barbara (1619) e una Santa Margherita, che si trovavano all’interno del convento.

Una testimonianza ulteriore è da rintracciarsi a Cremona, dove il biografo G. B. Biffi fornisce indicazioni specifiche riguardo una miniatrice monaca, Maria Teresa Barbò, della quale ad oggi non esistono più opere.
Elisabetta Piccini nacque a Venezia nel 1644, suo padre Giacomo Piccini – detto Zoan – era un noto incisore e insieme con il fratello Guglielmo possedeva una rinomata bottega di incisione a Venezia in cui riproducevano i quadri di artisti come Rubens e Tiziano oltre che realizzare illustrazioni per tipografi ed editori.
Elisabetta era brava e le sue incisioni erano molto richieste ma purtroppo erano pagate poco, dunque per esercitare questa sua passione ad Elisabetta ˗ che era una fanciulla non abbiente ˗ non restò altro che entrare in convento.
Nel 1666 a ventidue anni entrò nel convento francescano di Santa Croce a Venezia assumendo il nome di suor Isabella.
La sua attività è intensa: suor Isabella fornisce opere ai più conosciuti editori veneziani. Suoi committenti sono i Bartoli, i Baglioni e i Pezzana a Venezia, la Tipografia del Seminario di Padova, i Gromi di Brescia e i Remondini di Bassano, con cui lavora per più di 40 anni.
Con il ricavato del suo lavoro suor Isabella contribuisce al mantenimento del monastero, tanto da poter essere esentata dalle consuete incombenze spettanti a una suora.

Dalla corrispondenza che questa “monaca scultora” ha con gli editori Remondini si delinea l’immagine di un’artista sempre indaffarata, molto attenta nel lavoro, diligente nelle consegne e modesta nelle richieste. Le sue incisioni hanno in prevalenza come soggetti personaggi ed episodi sacri e vengono impiegate per Breviari, Messali, Libri di disciplina ascetica, Vite dei Santi. Esegue anche ritratti e illustrazioni per libri di poesia (per esempio la Gerusalemme Liberata, del 1683), di filosofia e sull’arte di allevare cavalli.
Suor Isabella muore nel 1734 a 90 anni.
Sono circa 60 i volumi, di diversissimi argomenti, che recano sue incisioni e si trovano in musei e raccolte private. Le capacità ritrattistiche emergono con evidenza nei ritratti di Aurelia Spinola, duchessa di Valentinois e di Elena Piscopia Cornaro, in volumi pregiati.
Spostandoci in Piemonte, non conosciamo l’esatta data di nascita di Suor Orsola Maddalena Caccia ma alla morte, avvenuta nel 1676, viene detta ottantenne.
Orsola nasce in una famiglia di “artisti”: la madre Laura Oliva figlia del pittore Ambrogio Oliva e il padre era Guglielmo Caccia detto Moncalvo, Suor Orsola deve la sua formazione artistica al padre e le sue prime opere risentono moltissimo delle composizioni paterne. La collaborazione vera e propria ebbe inizio nel 1615 e proseguì fino al 1620 cioè fino alla sua entrata nel convento delle monache orsoline di Bianzè dove assunse il nome di suor Orsola.
Fu influenzata anche dai fiamminghi, da Caravaggio e anche da Leonardo e Raffaello. Ma queste influenze sono saltuarie e limitate ad esempi formali.
Sono numerosissime le opere eseguite da Suor Orsola nel corso della sua carriera, ma sono molto poche quelle datate e firmate una di esse è Matrimonio mistico della Beata Osanna Andreasi datato al 1648.
Ebbe inoltre commissioni per chiese e conventi ma anche per famiglie e addirittura per la corte sabauda, alla quale la lega il rapporto personale con l’Infanta Margherita di Savoia.
La sua opera fu completamente dimenticata per secoli eppure ella eseguì un centinaio di opere. Il suo nome comincia a ricomparire a metà degli anni ’60 del ‘900, quando vengono attribuite a lei alcune nature morte, esposte alla mostra della natura morta del 1964.
Orsola introduce la natura morta in Piemonte sebbene secondo stilemi un po’ attardati.
Nelle sue nature morte floreali, dunque Orsola Maddalena raccontava tutta la sua devozione religiosa attraverso il simbolismo dei fiori. In Italia questa sua produzione rappresentava un unicum nel suo genere in quanto qui la natura morta era considerata semplicemente un decoro naturalistico o un simbolo della caducità terrena. Con questo genere Orsola Maddalena trovò una sua autonomia artistica.

Dopo nove anni e otto mesi di educandato nel monastero dell’Incarnazione di Genova, il 2 settembre 1760 Maria Luigia Raggiveste gli abiti di novizia dell’ordine delle Annunziate Celesti, meglio note come monache Turchine. Da quel monastero, a pochi passi dall’avito palazzo di famiglia, suor Maria Luisa Domenica Vittoria non uscirà più. Costretta a una monacazione forzata si dedica tutta la vita alla pittura. Il tempo dell’arte è il tempo della libertà, rubato agli obblighi liturgici e conventuali, spiato dalle grate del severo monastero, trafugato ai doveri imposti dalla condizione monacale. L’unica testimonianza dell’attività di Maria Luigia Raggi come artista sono circa ottanta tempere di cui quattro firmate o siglate, e una datata al 1796…”
La ricostruzione delle sue vicende biografiche è stata possibile grazie al rinvenimento di alcuni documenti che hanno tolto dall’anonimato la generica figura di un pittore genericamente indicato come “Maestro dei capricci di Prato”, “Paesista settecentesco di rovine romane” o “Pseudo-Anesi”.
Suor Maria Luigia Raggi (1742-1816) si dedica alla pittura, trovando in essa consolazione e gratificazione. La vita di clausura le diventa talmente insopportabile che nel 1781 decide di fuggire e si rifugia a Roma presso un parente, Ferdinando Raggi, artista rinomato e Principe dell’Accademia di San Luca.
Maria Luigia comincia a dipingere monumenti romani e i suoi quadri si riempiono di luce. Viene a contatto con la letteratura arcadica. I prati fioriti, la frescura dei boschi, le greggi sparse e pascolanti al suono delle zampogne, i viandanti solitari, i monumenti classici sperduti nella campagna diventano i soggetti preferiti di Maria Luigia, quasi una fuga dalla realtà.
Il soggiorno romano purtroppo è breve e dopo due anni Maria Luigia è di nuovo in convento a Genova, dove rimane per quarant’anni, sino alla fine. Muore il 25 marzo 1813.
Ci sono voluti secoli prima che alcune di queste straordinarie suore pittrici uscissero dall’oblio in cui erano state relegate, ma questi racconti ci testimoniano in effetti la possibilità, per monache e suore, in Italia di condurre attività sociali e artistiche influenti, anche all’interno del chiostro

FONTI:
Cadioli. Vita di Ludovico Civoli, pittore in Sant’Orsola, Chiesa, e convento delle monache francescane, dette le Orsoline, in Descrizione delle pitture, sculture e architetture, Mantova 1763, pp. 71-76.
Fortune, Invisible Women. Forgotten Artists of Florence, a cura di J. Fortune, Prato, The Florentine Press, 2010.
Fortunati, Vita artistica nel monastero femminile. Exempla, a cura di V. Fortunati, Bologna, Editrice Compositori, 2002,
Lollobrigida, Di mano donnesca. Donne artiste dal XVI al XX secolo, Roma, Andreina e Valneo Budai Editori s.r.l., 2012.
Lollobrigida, Maria Luigia Raggi. Il Capriccio paesaggistico tra Arcadia e Grand Tour, Andreina&Valneo Budai editori, Foligno 2012.
Marchese, Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani, Firenze, Felice le Monnier, 1854, capitolo decimo quinto, pp. 272-273.
Pomata, G. Zarri, I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2005.
https://www.bta.it/txt/a0/08/BTA-Bollettino_Telematico_dell%27Arte-Testi-bta00808.pdf
https://ragazzedimezzastagione.wordpress.com/tag/maria-luigia-raggi/
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-luisa-raggi/
https://www.wga.hu/bio_m/b/burlamac/biograph.html
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/elisabetta-piccini/
https://ragazzedimezzastagione.wordpress.com/tag/suor-isabella-piccini/