Anna Achmatova: la voce delle donne che resiste nel tempo
24 ottobre 2025 - Paola Crippa
Il 28 settembre il Teatro alla Scala ha rappresentato la prima assoluta di Anna A., opera di Silvia Colasanti su libretto di Paolo Nori, dedicata alla poetessa russa Anna Achmatova.
Una produzione che non solo racconta la vita di una donna straordinaria, ma lo fa affidandosi a una squadra creativa quasi interamente femminile: un atto artistico e politico, che intreccia memoria, poesia e femminismo. L’opera verrà rappresentata anche nei mesi di ottobre, novembre e dicembre. Tutte le informazioni per l’acquisto dei biglietti sono disponibili sul sito del Teatro alla Scala.
Una poetessa tra storia e resistenza
Anna Achmatova (1889-1966) è una delle figure centrali della letteratura russa del Novecento. Cresciuta a San Pietroburgo, appartenne all’Acmeismo, movimento poetico nato come reazione al simbolismo prediligendo chiarezza, concretezza, immagini nitide e linguaggio essenziale. L’Acmeismo trasformò la poesia in osservazione del reale, attenta al dettaglio sensibile e al vissuto quotidiano, opponendosi all’astrazione e al sogno simbolista.
La vita di Achmatova fu segnata da lutti, persecuzioni e censure. Il marito fu giustiziato, il figlio incarcerato. Eppure, la poetessa scelse di rimanere in Russia, trasformando la sua parola in testimonianza collettiva. In Requiem, raccontò la sofferenza di madri e mogli, di donne che attendevano in fila davanti ai cancelli dei lager e delle prigioni.
“Non ci può essere poesia senza dolore.”
Ogni verso diventa un atto di sfida contro il silenzio imposto, un gesto di resistenza morale e civile. La poesia di Achmatova non è solo letteratura: è memoria viva di un popolo e delle donne che ne hanno custodito la dignità.
Anna A. alla Scala: un coro di donne
L’opera porta in scena Achmatova come figura viva e complessa, intrecciando musica, parola e gesto. La produzione è affidata a un team creativo prevalentemente femminile:
- Compositrice: Silvia Colasanti
- Direzione d’orchestra: Anna Skryleva
- Regia: Giulia Giammona
- Scenografia: Lisa Behensky
- Costumi: Giada Masi
- Luci: Andrea Giretti
- Video: Martin Mallon
- Coreografia: Alessandra Bareggi
Questa scelta non è casuale: restituisce ad Achmatova la sua voce, non più solo da interpretare, ma da creare. La poesia e la storia diventano così teatro vivo, resistenza scenica e militante.
“La parola è ciò che ci resta quando tutto il resto ci viene tolto.”
Uno sguardo femminista alla memoria
L’opera mette al centro la prospettiva femminile: Achmatova, censurata e marginalizzata dal potere maschile del suo tempo, è qui protagonista di un processo creativo guidato da donne. Non è solo la sua storia, ma la storia di tutte le donne che hanno dovuto lottare per farsi sentire. La produzione riafferma un principio chiaro: le donne non sono solo soggetti dell’arte, ma protagoniste nella sua creazione, nella memoria e nella narrazione culturale.
“Io voglio vivere senza menzogna, e la verità, seppur dolorosa, è ciò che mi sostiene.”
La poesia come atto di resistenza
Riscoprire Achmatova oggi significa confrontarsi con temi universali: il dolore, la perdita, la censura, ma anche la forza della parola. Come scriveva in un verso emblematico:
“E non chiedere: perché? È impossibile chiedere.”
L’opera diventa così un ponte tra passato e presente, tra la poetessa che ha resistito al silenzio e le artiste che oggi la riportano in scena. La memoria diventa strumento di emancipazione, la parola diventa atto militante.
“Io sopravviverò, io ricorderò tutto.”
Alla Scala, dal 28 settembre, il pubblico non ha assistito solo a un’opera: ha vissuto un incontro tra memoria e futuro, tra una poetessa che non volle tacere e un gruppo di artiste che oggi scelgono di farla parlare ancora. È un’opera che, in senso militante e poetico, invita a riflettere su cosa significhi creare, ricordare e resistere come donna nel mondo.
Intervista a Silvia Colasanti – “Anna A.”, la voce della memoria

Silvia Colasanti è oggi una delle compositrici italiane più affermate, capace di coniugare la forza della scrittura musicale contemporanea con una profonda tensione etica e poetica.
Nata a Roma l’8 marzo 1975, è una delle più importanti compositrici italiane. Si è formata al Conservatorio di Santa Cecilia con Luciano Pelosi e Gian Paolo Chiti, perfezionandosi poi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e all’Accademia Musicale Chigiana sotto la guida di Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm e Pascal Dusapin. La sua produzione spazia dalla musica sinfonica e da camera al teatro musicale, ambito in cui ha sviluppato un linguaggio personale e drammatico, fortemente legato alla parola e al mito.
Le sue opere sono state eseguite nei principali teatri e festival europei e pubblicate da Ricordi. Nel 2024 è diventata la prima donna compositrice a ricevere una commissione dal Teatro alla Scala con l’opera Anna A., ispirata alla poetessa russa Anna Achmatova. Tra i suoi numerosi riconoscimenti figurano l’European Composer Award e il Franco Buitoni Award; è inoltre Ufficiale della Repubblica Italiana per meriti artistici. Insegna composizione al Conservatorio di Santa Cecilia e continua a rappresentare una delle voci più autorevoli della musica italiana del XXI secolo.
Alla Scala ha portato in scena Anna A., un’opera dedicata alla figura di Anna Achmatova, simbolo di resistenza e di libertà artistica.
Con lei abbiamo parlato del processo creativo, del rapporto tra musica e parola, e del valore di uno sguardo femminile capace di attraversare la storia e restituirne il dolore, la bellezza e la verità.
Anna A. nasce da un incontro artistico in cui la sua musica dialoga con il testo di Paolo Nori e con una regia femminile. Quanto ha arricchito questo intreccio di sguardi diversi la costruzione dell’opera?
“Moltissimo. L’opera è un’arte corale, fatta di musica ma anche di parola e di scena. Per me è fondamentale dialogare con le altre componenti sin dall’inizio: il librettista, con cui condivido la drammaturgia musicale, e la regista, a cui racconto lo sguardo sonoro sul personaggio, sulle emozioni e sui tempi della narrazione. Questo continuo confronto crea coerenza, un’unità di visione che rende il lavoro vivo e condiviso.”
La protagonista è Anna Achmatova, una voce femminile forte e resistente in un contesto storico ostile. In che modo ha dialogato con la sua figura e la sua poesia durante il processo creativo?
“Anna Achmatova è il cuore dell’opera, ma anche il simbolo di un’epoca. La sua vita è già teatro, per quanto è intensa e piena di significati. Ho cercato di restituirne la complessità scegliendo momenti emblematici della sua esistenza, intrecciando le sue parole poetiche con quelle del libretto, e raccontando anche il mondo che l’ha circondata. Il dolore trasformato in poesia, la forza della memoria, la resistenza culturale: sono temi che parlano non solo del passato ma anche di noi, oggi. L’opera vuole evocare proprio questa attualità.”
Lei ha più volte sottolineato l’importanza di dare spazio alla sensibilità femminile nella musica e nell’arte. Crede che il mondo dell’opera stia finalmente aprendo più spazio alle donne, o c’è ancora molta strada da fare?
“C’è sempre strada da fare, ma credo che qualcosa stia cambiando. Storicamente l’opera è stata un territorio maschile, per ragioni culturali, ma oggi le cose si stanno muovendo. Molte colleghe stanno emergendo, molte porte si aprono.
Personalmente, non mi sento più giudicata “in quanto donna”: il mio lavoro viene valutato per la sua qualità, e questo è già un grande passo avanti.
L’unica vera arma che abbiamo è proprio la qualità. Le donne devono semplicemente essere sé stesse e abitare con forza e autenticità gli spazi che oggi si stanno conquistando. Il talento e il contenuto parlano da soli.”
In Anna A. emerge una profonda riflessione sulla memoria, sulla libertà e sulla resistenza culturale. Come si traduce, secondo lei, questa attualità in musica?
“Attraverso l’emozione. Credo che la musica possa rendere universale ciò che è personale, e trasformare il dolore in una forma di bellezza. L’arte non dà risposte, ma apre domande, ci costringe a sentire e a riflettere.
Oggi più che mai, in un tempo di smarrimento e di rumore, abbiamo bisogno di ritrovare quella profondità del sentire che l’arte custodisce e ci restituisce.”
Questa produzione alla Scala rappresenta un traguardo importante, anche per la presenza femminile in un contesto tradizionalmente maschile. Come vive questa responsabilità?
“Con orgoglio, ma anche con un grande senso di condivisione. In Anna A. hanno lavorato molte donne – dalla regista alla direttrice d’orchestra, dalla costumista alle interpreti – e si è creato un clima straordinario, di solidarietà e di energia creativa. È stato bello vedere come una squadra femminile potesse costruire insieme un’opera così complessa e intensa. Per me è stato un segnale forte, una testimonianza concreta che un altro modo di fare teatro è possibile.”
Che cosa spera che il pubblico porti con sé dopo aver visto e ascoltato Anna A.?
“Dopo le prime rappresentazioni ho sentito tanta commozione, da parte di persone molto diverse: musicisti, adulti, studenti, anche ragazzi. Questo mi ha colpito. Spero che il pubblico esca dal teatro con un senso di partecipazione profonda, che senta che il dolore e la bellezza possono convivere, e che la memoria non è qualcosa di lontano, ma qualcosa che ci riguarda. L’arte serve a questo: non a spiegare, ma a farci sentire. A farci porre domande nel modo più umano e vero possibile.”
L’incontro con Silvia Colasanti rivela un’artista che vive la musica come responsabilità e dono, capace di trasformare la memoria in emozione e la sofferenza in bellezza.
Con Anna A. la compositrice rinnova il senso profondo dell’opera contemporanea: un teatro dell’anima in cui la voce delle donne – e dell’umanità intera – torna a farsi sentire, limpida e necessaria.
Intervista a Anna Skryleva – Dirigere con libertà e visione

Dopo l’incontro con Silvia Colasanti abbiamo parlato con Anna Skryleva, una delle direttrici d’orchestra più apprezzate della sua generazione. Con una carriera internazionale che l’ha portata sui podi di orchestre e teatri in tutto il mondo, a settembre è salita sul podio del Teatro alla Scala per la prima mondiale dell’opera di Silvia Colasanti dedicata ad Anna Achmatova.
Con lei parliamo di musica, di libertà, e del significato di essere donna in un ruolo ancora oggi prevalentemente maschile.
Essere una donna direttrice d’orchestra in un mondo che ancora oggi è prevalentemente maschile: come ha vissuto questo percorso e quali ostacoli – o opportunità – ha incontrato?
“Da bambina non avevo alcun modello femminile nel mondo della direzione d’orchestra: semplicemente non esistevano nel mio ambiente. Credevo persino che una donna non potesse diventare una buona direttrice; quindi, non avevo mai pensato di intraprendere questa strada. Ho iniziato come compositrice, poi come pianista solista e camerista. Sono nata in Unione Sovietica e sono cresciuta durante la Perestrojka, un periodo di grandi speranze e possibilità nuove. In quegli anni sentivo forte il desiderio di affermarmi come donna indipendente nella mia professione, ma la direzione d’orchestra non faceva parte dei miei piani.
Quando arrivai a Berlino, nel 1999, ogni orchestra era diretta esclusivamente da uomini: era la normalità. Ricordo un concerto del 2001, con la Filarmonica di Vienna diretta da Sir Simon Rattle: non c’era nemmeno una donna in orchestra. Oggi, vent’anni dopo, la situazione è molto diversa: vediamo sempre più giovani donne che partecipano alle audizioni, anche in sezioni come ottoni e percussioni, e nei conservatori ci sono molte più studentesse di direzione.
Vent’anni fa era considerato esotico, persino audace, vedere una donna sul podio. Io stessa sono diventata direttrice quasi per caso: cercavo lavoro e mi proposi come assistente musicale di una direttrice, Alicja Mounk. Lei vide qualcosa in me e mi aprì un mondo nuovo.
La vera svolta, però, fu assistere alla direzione de L’Olandese volante alla Staatsoper di Berlino, con Simone Young sul podio. In quel momento capii che una donna poteva essere una straordinaria direttrice. Quell’esperienza mi ispirò profondamente, e cinque anni dopo lavoravo alla Staatsoper di Amburgo preparando opere come L’Anello del Nibelungo, Parsifal, Elektra.
Quegli anni con Simone Young mi hanno dato una base solida e mi hanno liberata da ogni scetticismo e paura. Per questo credo che i modelli femminili siano essenziali: senza di loro, non avrei mai preso questa strada.”
Questa prima mondiale alla Scala unisce tre figure femminili forti: la compositrice Silvia Colasanti, la poetessa Anna Achmatova e lei come direttrice. Che valore ha per lei questo incontro di donne attraverso l’arte?
“È curioso che ci si sorprenda ancora di fronte a una collaborazione tutta al femminile. Quando compositore, regista e direttore sono uomini, nessuno parla di “incontro di uomini attraverso l’arte”. Eppure quando accade con le donne, sembra qualcosa di eccezionale.
Per me invece è semplicemente musica, integrità e collaborazione. Ed è forse arrivato il momento che questo diventi la nuova normalità.”
Cosa significa, nel suo ruolo, guidare un’orchestra sapendo di essere un punto di riferimento anche per altre giovani musiciste e direttrici?
“Essere un modello è una responsabilità e un privilegio insieme. Non si tratta solo di dirigere bene, ma di mostrare che è possibile farlo — e che non c’è nulla di “straordinario” nell’essere una donna sul podio.
Credo che la musica non abbia genere: è comunicazione, fiducia, ispirazione reciproca. Se rimani fedele alla tua visione artistica, se dirigi con chiarezza e rispetto, l’orchestra risponde, indipendentemente dal fatto che tu sia uomo o donna.
Allo stesso tempo, questa esperienza offre un’enorme opportunità: portare prospettive diverse, ampliare l’immaginario collettivo di ciò che può essere una direttrice d’orchestra, e aprire la strada alle generazioni future.”
Ha mai percepito un “modo femminile” di dirigere, o pensa che la sensibilità individuale trascenda le differenze di genere?
“Non credo in un modo “femminile” o “maschile” di dirigere. La musica non suona in modo diverso a seconda del genere di chi la guida: risponde alla chiarezza, all’immaginazione e alla verità. La sensibilità è personale, mai biologica. Detto questo, dobbiamo ricordare che ancora oggi esistono Paesi dove le donne non possono studiare, fare musica o persino andare a scuola. Quindi la domanda, pur sembrando innocua, ci ricorda quanta strada resta ancora da percorrere. Il vero obiettivo, forse, è arrivare al giorno in cui una domanda del genere non sarà più necessaria.”
Qual è, secondo lei, il contributo che le donne possono portare oggi all’evoluzione della musica classica e contemporanea?
“Per secoli le donne sono state escluse dalla composizione, dall’esecuzione, dalla leadership musicale: le loro voci sono state messe a tacere prima ancora di potersi esprimere. Il contributo che portano oggi non è “aggiungere qualcosa di femminile”, ma riconquistare un posto che è sempre stato loro.
L’evoluzione della musica dipende dalla diversità delle esperienze e dei pensieri: includere pienamente le donne non significa creare qualcosa di nuovo, ma ristabilire un equilibrio che avrebbe dovuto esserci da sempre.”
L’incontro con Anna Skryleva mette in luce non solo la sua forza interpretativa e artistica, ma anche il valore simbolico di una donna che guida con autorevolezza e sensibilità. Un esempio che apre strade nuove, dentro e fuori dal mondo della musica.
Intervista a Giulia Giammona – regista di Anna A. di Silvia Colasanti

In occasione della prima assoluta di Anna A. di Silvia Colasanti al Teatro alla Scala, abbiamo intervistato anche Giulia Giammona, regista dello spettacolo.
Con uno sguardo attento e contemporaneo, Giammona traduce in immagini la forza poetica e tragica di Anna Achmatova, dando vita a un allestimento che intreccia memoria, musica e teatro. Nell’intervista racconta la collaborazione con Colasanti, la costruzione della drammaturgia visiva e la sfida di portare sulla scena una figura femminile emblematica di libertà e resistenza.
Giulia Giammona, regista italo-tedesca nata a Berlino nel 1995, è una delle voci più interessanti del nuovo teatro musicale europeo. Dopo gli studi alla Hochschule für Musik “Hanns Eisler” e al Mozarteum di Salisburgo, ha lavorato alla Bayerische Staatsoper collaborando con registi come Romeo Castellucci e Krzysztof Warlikowski.
Nel 2022 ha diretto Sycorax di Georg Friedrich Haas all’Oper Bern e nel 2024 ha ricevuto il Körber Studio Junge Regie Award per Penelope. La sua poetica si fonda sull’integrazione tra musica, arti visive e corpo scenico: un linguaggio che mette in relazione spazio, gesto e suono per far emergere la dimensione più intima della drammaturgia.
Cosa ti ha colpita di più nella storia di Anna A. e ti ha spinta a raccontarla?
“Anna Achmatova è la scrittrice russa per antonomasia del Novecento, segnata e insieme salvata dal suo tempo. Mi ha colpito la sua forza interiore: una donna che sopravvive a Stalin e alle persecuzioni, che trova nella scrittura una necessità vitale, un atto politico e una forma di resistenza. È sopravvissuta perché donna e perché forte. La sua passione e la sua lucidità sono ciò che l’hanno tenuta in vita e che ancora oggi risuonano nella sua parola.”
Come hai tradotto visivamente il mondo interiore della protagonista?
“Ho cercato di costruire la regia come un dialogo continuo con la musica e con il testo. Tutto è al servizio di Silvia Colasanti e Paolo Nori: ho ascoltato quello che hanno scritto – musica, drammaturgia, parola – e ho cercato di tradurre come rappresentare il loro significato drammaturgico.
Silvia è stata molto disponibile, ci ha lasciato la libertà di trovare una via personale per raccontare Anna. La scena si muove su due livelli – presente e passato – che dialogano attraverso le immagini, i video e le fotografie: un modo per rendere visibile l’anima della poeta, far vivere la memoria dentro lo spazio.”
In che modo la musica di Silvia Colasanti ha dialogato con la tua regia?
“Un aspetto fondamentale è stato l’intenso dialogo tra musica e scena, che ho costruito insieme alla coreografa Alessandra Bareggi. Con lei abbiamo creato un linguaggio del corpo che segue la partitura musicale, come se i movimenti e le danze diventassero un suono visivo. Penso alla scena del ballo, ambientata durante una festa tra 1911-12, o a quella del potere, con i suoi “tirapiedi”: in quei momenti la musica si fa gesto, e il gesto restituisce la violenza o la grazia delle emozioni. È stato un lavoro di integrazione profonda fra regia, coreografia e musica.”
Qual è l’immagine o il momento che per te racchiude l’essenza dello spettacolo?
“Forse proprio la scena che si apre come una cornice: un luogo che non imprigiona ma amplifica, che racchiude la memoria e la trasforma in vita. Mi ha colpito poi rendermi conto che questa è la prima volta che un’opera scritta da una donna viene rappresentata alla Scala. È uno shock, ma anche un inizio. Anna A. non è solo un’opera su una donna, è un’opera fatta da donne.
Spero davvero che sia solo il principio di uno sguardo nuovo: vedere con gli occhi di una donna, percepire le storie di una donna e viverle attraverso il suo sguardo — e non più come riflesso di un uomo, che sia compagno, marito o chiunque altro.”
Intervista a Giada Masi – costumista di Anna A. di Silvia Colasanti

Per avere una visione completa sull’opera Anna A. abbiamo chiacchierato anche con Giada Masi, una giovane costumista italiana dal gusto raffinato e dalla grande sensibilità visiva.
La sua ricerca artistica si muove tra rigore storico e libertà interpretativa, tra studio dell’immagine e capacità di evocare emozioni attraverso il tessuto, il colore e la forma.
In Anna A., l’opera di Silvia Colasanti dedicata ad Anna Achmatova, Masi ha costruito un universo visivo capace di restituire la forza, la grazia e la complessità di una delle più grandi poetesse del Novecento.
Come ti sei avvicinata ad Anna Achmatova per creare i costumi dello spettacolo?
“Quando ho iniziato a lavorare su Anna A. ho cominciato leggendo le poesie e studiando la vita di Achmatova. Ho scoperto una donna intelligentissima, ammirata per il suo stile e la sua grazia naturale: veniva spesso descritta come una “regina”, tanto era elegante nel portamento e nei modi. Mi ha colpito anche la sua grande passione per la moda — leggeva avidamente riviste francesi sin dagli anni Dieci e da lì trasse ispirazione per la sua celebre frangetta, una scelta molto moderna per la Russia di allora.
Era una donna che usava l’abito come linguaggio, come forma di comunicazione. Lo dimostra anche il fatto che, dopo la Rivoluzione, scrisse per il numero zero di una rivista di moda, purtroppo mai pubblicata. Studiando le sue fotografie, ho notato che indossava spesso scialli — ne aveva una vera collezione — e ho voluto che questo elemento diventasse una presenza costante anche in scena. Lo scialle accompagna il personaggio come un simbolo della sua identità: appare nelle foto, nei ritratti, persino nella statua che la raffigura davanti al carcere delle Croci di San Pietroburgo. Anche gli stivaletti che le ho attribuito derivano da un dettaglio autentico: in una sua foto su di un balcone indossa scarpe aperte sul davanti, con lacci particolari, che mi sono sembrate rivelatrici della sua personalità.”
Qual è stata la tua linea guida nel ricreare i costumi dell’opera?
“Ho voluto che gli abiti parlassero di Anna, della sua epoca e della sua interiorità. Non ho seguito un criterio filologico rigoroso, perché l’opera stessa è composta di frammenti e non segue una cronologia precisa. Mi sono ispirata ai costumi sovietici dagli anni Dieci agli anni Quaranta, reinterpretandoli con libertà e sensibilità contemporanea. L’idea era evocare, non riprodurre.
La scenografia, neutra e senza tempo, accoglie proiezioni e cambi di atmosfera: per questo i costumi diventano un punto di riferimento visivo, un modo per orientare lo spettatore. Il personaggio del Potere, ad esempio, è volutamente collocato su un altro piano, con abiti che richiamano un linguaggio più vicino al nostro tempo ma allo stesso tempo simbolico e riconoscibile.”
Com’è stato lavorare in un team prevalentemente femminile?
“È stata una delle ragioni che mi ha spinta ad accettare questo progetto. Lavorare con una regista-scenografa, una coreografa e una compositrice, tutte donne, è stato bellissimo. Di solito collaboro con uomini, anche più grandi di me, ma sentivo il bisogno di un’esperienza diversa. Con Silvia Colasanti e il resto del gruppo si è creato subito un clima di grande complicità e fiducia.
Il teatro ha una struttura gerarchica, ma qui le indicazioni sono sempre state frutto di ascolto reciproco. Si è lavorato con libertà, condivisione e curiosità. Il risultato, credo, si vede: tutto appare coeso, bilanciato, vivo. È stato un lavoro entusiasmante, e spero ci siano presto nuove occasioni per ritrovarci.”
C’è un dettaglio dei costumi a cui tieni in modo particolare?
“Sì, gli stivaletti di Anna. Mi sembrano raccontare una parte meno nota di lei, quella più personale e sensuale. Poi ci sono altri piccoli segni disseminati nello spettacolo, che spero il pubblico colga: sono tracce, emozioni cucite dentro il tessuto.”
Da dove è partita la tua ispirazione visiva?
“La mia sensibilità è fortemente visiva: parto sempre dalle immagini. Per Anna A. ho studiato molte fotografie e un raro volume fotografico russo dedicato ad Achmatova. Ma la mia vera fonte di ispirazione è stato un quadro di Nathan Altman del 1915, in cui Anna appare con il suo inconfondibile scialle giallo.

Da quell’immagine ho tratto i colori e la struttura dell’abito principale.
Poi ho trovato una fotografia in cui posa in modo quasi identico al quadro, ma all’aperto: unendo le due immagini è nato il costume di Anna del passato, da cui ho poi derivato le varianti per il presente e per la Anna bambina.”

Hai lavorato anche su abiti “minori”, ma ricchi di significato storico…
“Sì, per esempio quelli della scena della festa. Mi sono ispirata ai cartamodelli che circolavano in Russia negli anni Venti, quando, dopo la Rivoluzione, le donne cominciarono a cucire i propri vestiti in casa per necessità economica. Quei tagli semplici ma eleganti parlano di dignità e resistenza, di un’arte che nasce dalla povertà. Anche la divisa del bambino è ricreata a partire da modelli autentici: era la tipica uniforme dei bambini dei centri educativi sovietici.
Nel lavoro di Giada Masi per Anna A. c’è il desiderio di raccontare non solo la poetessa Achmatova, ma anche la donna, l’icona, la figura silenziosa che attraverso l’abito comunica la propria libertà interiore. Nei suoi costumi si intrecciano memoria e invenzione, fedeltà e interpretazione.
E in quella stoffa che avvolge la scena come uno scialle giallo, sembra di sentire ancora il respiro di Anna — viva, fiera, irriducibile.
In Anna A. la musica, la parola e l’immagine si intrecciano per restituire la voce di Anna Achmatova: una voce che attraversa il tempo, che resiste, che si fa corpo, gesto, suono.
Silvia Colasanti ne ha raccolto il respiro trasformandolo in partitura; la direttrice d’orchestra Anna Skryleva — insieme all’intera compagine musicale e scenica — ne ha guidato l’anima con forza e sensibilità; Giulia Giammona ne ha scolpito la presenza scenica, disegnando spazi e atmosfere che amplificano la voce interiore dell’opera; Giada Masi ne ha evocato la grazia e la memoria attraverso il linguaggio dei tessuti, dei colori, dei dettagli.
Tutte, insieme, hanno costruito un ritratto corale, femminile e potente, in cui la creatività diventa atto di libertà e di comunione.
E in questo dialogo di generazioni e di sguardi, risuona anche la presenza di Elisa, mia figlia, che interpreta Anna bambina: è lei a custodire, in scena, l’origine e il futuro di questa storia. Nel suo sguardo si riflette la tenerezza dell’infanzia e la forza della memoria, come un filo che unisce passato e presente, madri e figlie, donne che creano e donne che ricordano.
Perché Anna A. non è solo un’opera sulla poetessa Achmatova — è un gesto di continuità, un atto d’amore verso la voce, la libertà e la bellezza che continuano a passare di mano in mano, di generazione in generazione, da donna a donna.